E agli anziani chi ci pensa? Servono soluzioni per i più isolati nell’emergenza Coronavirus

Avevano una loro routine, i loro contatti, punti di riferimento certi. Da un giorno all’altro, la loro vita è stata sconvolta e alla paura del contagio si sono aggiunti lo smarrimento e poi la solitudine profonda. L’Italia è il secondo Paese più anziano al mondo, ma ogni volta fingiamo di non saperlo.
Giulia Dallagiovanna 1 maggio 2020
* ultima modifica il 11/05/2020

"Mi faccia pure tutte le domande che vuole, almeno passo un po' il tempo". Giorgio Sarto è un volontario della Caritas da circa 20 anni. Per l'Associazione Onos si è sempre occupato di coordinare i servizi di prossimità rivolti agli anziani, in particolare per quelli che abitano a Milano in via Salomone: il quartiere di edilizia popolare delle Case bianche. Accompagnamento alle visite mediche, aiuto nel disbrigo di pratiche, ma anche e soprattutto la creazione di un luogo di aggregazione nelle periferie. Ora è chiuso nel suo appartamento. E come lui, gli oltre 7 milioni di italiani over 75, i più esposti ai rischi che il Covid-19 può comportare. Ed è per questo che fin dall'inizio dell'emergenza il governo ha raccomandato loro di non uscire. Un'arma a doppio taglio, però.

L'Istat rivela che un terzo di loro abita da solo. E nell'isolamento, si sono trovati ancora più isolati. La paura di contrarre il virus, la depressione provocata dalla solitudine e la confusione generata dalla quotidiana pioggia di notizie stanno rendendo molto pesante il lockdown. E la tanto annunciata fase 2 non sembra promettere grandi cambiamenti. Siamo il secondo Paese più anziano al mondo e ogni volta scegliamo di dimenticarcelo.

La scomparsa della realtà

"Il contatto telefonico con i familiari è importantissimo, ma a volte può lasciare un ulteriore senso di mancanza – ci spiega la dottoressa Elena Zito di SIPEM (Società Italiana Psicologia dell'Emergenza). – Magari in videochiamata sorridono e poi piangono quando restano da soli. Tendono a proteggere i figli e i nipoti, mentre con noi possono lasciar sfogare le loro emozioni".

In collaborazione con Federanziani Senior Italia, hanno messo a disposizione un numero verde (800.99.14.14) per offrire supporto psicologico agli anziani soli. La maggior parte di quelli che utilizzano questa linea ha tra i 70 e gli 80 anni e prima dell'emergenza Coronavirus si era ritagliato una routine piuttosto tranquilla. La parrucchiera, due chiacchiere con una commessa di un negozio, un caffè al bar con qualche amico. Ma queste abitudini ora sono diventate fonti di pericolo. Messi da parte i piccoli rituali, è venuto a mancare un intero mondo di relazioni che li stimolavano e li mantenevano attivi. Erano il loro contatto con la realtà.

"Sono scomparsi tutti i punti di riferimento, anche il semplice uscire per partecipare alla messa – conferma Eleonora Selvi, responsabile del servizio per Federanziani. – Questo ha provocato uno stato generalizzato di ansia, disorientamento e incertezza. Molti di loro non hanno nemmeno una rete familiare o sociale a cui rivolgersi. Parliamo di persone rimaste vedove oppure che accudiscono a loro volta genitori più anziani. Stanno vivendo un momento di grande difficoltà e questi sintomi depressivi che li hanno colti rischiano di cronicizzarsi".

Un paio di settimane passano, un mese diventa complicato. Oggi, dopo due mesi e mezzo di quarantena, ancora non si intravede una fine. Si è parlato a lungo delle difficoltà dei bambini, ma continuiamo a ignorare la terza età e la situazione diventa sempre più pesante. Anche Giorgio Sarto con Onos si è messo a disposizione per fornire compagnia telefonica a chi vive da solo. "Mi sostengo, sostenendo gli altri – ci racconta. – A volte si comincia con una battuta e si finisce con un pianto. Ci chiedono di richiamarli ancora, si fanno prendere dallo sconforto. Mi ripetono spesso: ‘ora non sentirò più nessuno'".

Un nemico eccezionale

La SIPEM di norma collabora con la Protezione civile e interviene ogni volta che si verifica un terremoto, una calamità naturale, un grave incidente o un altro fenomeno di questa portata. Il loro tipo di supporto è immediato e di breve durata. Rimangono sul campo circa 2 o 3 settimane, solo in occasione del terremoto del 2016 in Centro Italia hanno lavorato per un anno. Il Covid-19, però, è tutta un'altra emergenza.

"La mancanza di dati certi fa scaturire fantasie angoscianti"

La ricerca del colpevole che si verifica in questi casi, ad esempio, ha fallito. Non sappiamo chi sia stato il paziente zero e, per la verità, quando l'epidemia è conclamata non ha nemmeno più senso rintracciarlo. E poi, non è lui il vero nemico. "Siamo davanti a un qualcosa di intangibile che causa morte e sofferenza e la mancanza di dati certi fa scaturire tutta una serie di fantasie angoscianti – spiega la dottoressa Zito. – Si fa largo l'idea che ogni azione e ogni contatto umano possano essere pericolosi. Personalmente, mi ha ricordato le sensazioni che avevo provato da piccola, di fronte al disastro di Chernobyl e al problema delle radiazioni: bisognava stare chiusi in casa, fare attenzione a mangiare certi cibi, togliersi le scarpe. Stava arrivando una nube invisibile e non sapevamo quale impatto avrebbe avuto sulle nostre vite".

Non conosciamo con precisione quando sia partita la catena dei contagi e nessuno può individuare una data certa per la sua fine. E, ancora più grave, non sappiamo in che situazione ci troverà.

Dall'oggi al domani

"Ho paura che invecchierò di tre anni, anziché di tre mesi". Anche Paolo Salsi fa il volontario da quando è andato in pensione. Oggi ha 77 anni ed è segretario della Federazione Anziani e Pensionati (Fap Acli) di Bologna. Come è accaduto in diverse altre associazioni, ha dovuto mandare avanti chi era più giovane e accettare di trascorrere le proprie giornate tra quattro mura. "Mi mancano i momenti di incontro con gli altri membri. Lavorare insieme è il valore più importante di questa attività. Si scherzava, ci si ascoltava, a volte si discuteva anche – ricorda. – Ora la mattina impiego quasi tre ore per prepararmi. Sono un po' venuti meno gli stimoli e mi sono fatto prendere dalla pigrizia".

Salsi lavorava come dipendente per un'azienda siderurgica. Poi era arrivata la crisi economica e il pensionamento anticipato e così si era riempito le giornate di tanti altri impegni. Primo fra tutti, quello di volontario. È da quanto ha 18 anni che è abituato a svegliarsi presto. Ha scelto di non usare mai né computer né smartphone, per costringere la sua memoria a rimanere sempre attiva. Ma l'ultima volta che ha inforcato la bicicletta era marzo e la paura che i riflessi si allentino a causa della pausa forzata è ben presente. "In queste settimane il mio impegno è andare a gettare l'immondizia. Cerco di non prendere mai l'ascensore e faccio 9 piani di scale a piedi. Ma questa situazione sta iniziando a pesare".

E la salute?

L'Italia si è trovata ad affrontare un'epidemia che nel giro di qualche settimana ha messo in ginocchio il sistema sanitario. Ed è accaduto qualcosa che prima del 21 febbraio non si poteva nemmeno immaginare: le visite mediche possono rappresentare un pericolo, sia per i pazienti che per il medico stesso.

"Quando i comuni del lodigiano sono diventati zona rossa, ho capito subito che saremmo stati coinvolti anche noi – ricorda il dottor Giovanni Scarani, medico di Medicina generale del comune di Borgonovo Val Tidone in provincia di Piacenza, una tra le città più colpite. – Gli ambulatori sono sempre rimasti aperti, ma abbiamo limitato gli accessi e seguito i pazienti soprattutto per telefono. Sono arrivato a fare anche 130 o 140 chiamate in un giorno".

L'organizzazione e la tempestività sono state fondamentali. Con l'aiuto delle farmacie del paese, Scarani e i colleghi sono riusciti a reperire un buon numero di saturimetri e li hanno distribuiti alle famiglie. "Nel caso di pazienti anziani, è stata però fondamentale la presenza dei figli per poterli monitorare a distanza. Una donna ad esempio sembrava avesse solo febbre alta, ma a un certo punto l'ossigeno è calato bruscamente e l'abbiamo dovuta far ricoverare immediatamente".

Inoltre, hanno iniziato subito a prescrivere le terapie sperimentali, come eparina, o idrossiclorochina con azitromicina: "Mi sono informato e ho letto alcuni studi. Il loro utilizzo era off-label, quindi era un rischio. Ma io conoscevo la situazione clinica dei miei assistiti e loro hanno acconsentito. Non c'era tempo da perdere. Per me ha rappresentato un grosso stress psicologico". Solo così sono riusciti a evitare tanti ricoveri in ospedale.

"Le telefonate sono importanti perché una persona non si senta abbandonata"

Ma se all'ambulatorio si sostituisce il telefono, e sei nel pieno di un'emergenza globale, il medico diventa reperibile 24 ore su 24. "A volte una chiamata può anche non rivelare nulla di nuovo, però è importante che la persona non si senta abbandonata. Anche per noi è stato un grande cambiamento. Qualche visita a domicilio a pazienti non Covid sono riuscito a farla, ma i dispositivi di protezione erano scarsi, soprattutto i primi giorni, e anche io inizio a non essere più tanto giovane. Un bilancio di 150 medici morti preoccupa tutti".

I volontari indispensabili

Le associazioni di volontariato sono state l'anima di una task force assistenziale che si è dovuta attivare a tempo di record. Ce lo conferma anche Donatella Piccolo, funzionario CST2 del comune di Padova. Coordina cioè i servizi di assistenza sociale per il quartiere di Arcella, una zona poco lontana dalla stazione, dove i condomini densamente popolati lasciano poco spazio al verde e l'invito a non uscire di casa può diventare ancora più opprimente.

L'amministrazione qui si è attivata. Lo ha fatto sia a livello di sostegno economico, sia con un'iniziativa chiamata Antenna 19 grazie alla quale è stata mappata la popolazione con più di 74 anni che viveva da sola o in coppia: con una serie di interviste sono state evidenziate le loro necessità e le situazioni in cui bisognava intervenire. Ma le indagini casa per casa, così come la spesa a domicilio e le piccole incombenze quotidiane, sono state portate avanti dai volontari della Caritas e di altre realtà private.

"Gli anziani guardavano alla Cina come a un Paese molto lontano. – ci spiega, ricordando i primi giorni dell'emergenza, – poi improvvisamente si sono ritrovati il virus dietro l'angolo e si sono spaventati. Come tutti del resto. Abbiamo iniziato a ricevere molte telefonate di persone preoccupate in cerca di risposte e rassicurazioni. È stato amplificato il volume dei servizi che garantivamo prima ed è stato possibile anche grazie ai volontari".

E proprio un volontario è riuscito a fare da tramite con un uomo di 82 anni, fragile e spaventato, che non permetteva a nessuno di entrare in casa sua. Prima dell'emergenza Covid era abituato ad avere un margine di autonomia. Il bar, qualche passeggiata. Si era costruito una rete con i suoi punti di riferimento e le persone del quartiere sapevano come aiutarlo quando rimaneva disorientato. Poi è arrivato il lockdown. "All'inizio eravamo preoccupati perché non rispondeva nemmeno al telefono -, ricorda la dottoressa Piccolo – poi siamo riusciti a riprendere i contatti attraverso i vicini di casa e alla fine quest'uomo ha accettato la presenza del ragazzo che, con la scusa della spesa, può entrare nel suo appartamento. Per lui è diventata una figura di supporto: non sapeva nemmeno farsi da mangiare da solo".

Volontari di Auser Terni mentre distribuiscono la spesa a domicilio

Un'altra associazione molto presente sul territorio italiano è Auser, che da oltre 30 anni promuove una cultura dell'invecchiamento attivo attraverso il progetto Filo d'argento, con iniziative pensate per combattere la solitudine e favorire la socializzazione. Una di queste è la rete delle università popolari, che vengono frequentate da circa 240mila studenti over 65. Adesso è tutto fermo.

I loro volontari si sono messi a disposizione per rispondere alle esigenze che la quarantena ha fatto emergere. "Dalle 4mila chiamate al giorno, siamo passati a 25 o anche 30mila" ci spiega Enzo Costa, il responsabile nazionale. La consegna dei pasti agli indigenti, i farmaci a domicilio ma anche una veloce commissione alle Poste e, soprattutto, la compagnia telefonica: "È importantissima in questo periodo. Una persona che vive da sola e sa che qualcuno almeno due volte a settimana la chiamerà per sapere come sta e se le serve qualcosa, si sente rassicurata", conferma Costa.

Volontari sì, ma giovani

Alessandro Rossi, responsabile di Auser per la provincia di Terni, ha dovuto riorganizzare l'attività tenendo conto di un improvviso calo di forze: "Molti dei nostri operatori avevano più di 65 anni e ora sono tutti in casa. Siamo rimasti in 10 e dobbiamo rispondere a una trentina di richieste ogni giorno. Abbiamo dovuto ottimizzare i tempi e ci hanno aiutato anche i piccoli negozi del centro, che preparano già la spesa. I nostri ragazzi devono solo occuparsi di ritirarla e consegnarla alla persona. Se non fosse così, avremmo difficoltà a rispondere a tutte le esigenze".

Le buste vengono lasciate sulla porta e i proprietari di casa le ritirano quando i volontari si sono allontanati. Tutti indossano mascherine e guanti, ma la paura del contagio rimane alta e le chiacchiere si preferisce farle al telefono. "Ora la situazione è migliorata, ma all'inizio c'era molto timore – racconta Rossi. – D'altronde si tratta pur sempre di estranei che si presentano a casa tua".

Periferie in isolamento

Le case popolari sono un territorio difficile in tempi normali, quando arriva un'emergenza la lotta può farsi ancora più dura. L'associazione Onos ha sede proprio in via Salomone 30, nel quartiere delle Case Bianche di Milano. Qui ha anche un salone dove ogni pomeriggio organizzavano momenti di incontro. Ad aiutarli c'era un animatore geriatrico e con lui una ventina di partecipanti era abituata a fare socializzazione, attività ludico motorie ed esercizi per la memoria. "Ora ci chiedono in continuazione quando si potrà ricominciare, ma il problema è che nessuno lo sa", confessa Giorgio Sarto.

Dal 16 al 24 marzo, Onos ha realizzato 309 interventi, tra spesa, consegna di pasti offerti da un ristorante della zona, richieste di informazioni e altri servizi. Ma la paura più grande è che vadano persi tutti i risultati raggiunti prima. E così si cerca di resistere: "Gli facciamo recapitare a casa ogni settimana una serie di fogli con piccoli giochi, domande e altri imput – spiega Sarto -. La mancanza di stimoli stava incidendo in modo molto negativo e quindi abbiamo provato a riprendere piano piano il nostro percorso. E lo faremo fino a quando non troveremo altre soluzioni possibili".

Se anche la badante se ne va

"Un altro problema molto diffuso è stato quello delle badanti in nero" spiega Eleonora Selvi di Federanziani. Secondo un report dell'Associazione Domina, sono circa 500mila le caregiver che si trovano in questa situazione. Accade perché spesso le famiglie non si possono permettere di pagar loro i contributi e il supporto economico che ricevono dallo Stato non è sufficiente. "Di conseguenza, soprattutto chi forniva un'assistenza solo diurna non aveva modo di dimostrare che stesse andando al lavoro e non ha potuto raggiungere l'anziano", aggiunge.

Altre invece hanno deciso di andarsene mentre il pericolo di un'epidemia si faceva sempre più chiaro. La paura del contagio o semplicemente la difficoltà di accettare le restrizioni imposte dal governo le hanno spinte lasciare i loro assistiti, che si sono ritrovati ancora più soli e fragili.

Per alcuni è stata una vera rivoluzione, assolutamente non voluta. A Padova, una donna quasi centenaria è rimasta senza assistenza. L'ha raggiunta il figlio, che nel frattempo aveva perso il lavoro e aveva deciso di trasferirsi nel suo appartamento. "Paradossalmente questo aiuto ha rotto un equilibrio consolidato e fondamentale per l'anziana – spiega la dottoressa Piccolo -. Un cambiamento che l'ha sconvolta, perché ha sentito minacciata la propria autonomia. Sta iniziando a perdere lucidità e ha anche dichiarato che il figlio l'aveva avvelenata". I medici hanno poi appurato che non era così, ma le difficoltà nel rapporto tra i due restano e la situazione viene attentamente monitorata dagli assistenti sociali.

Verso la fase 2

Il 4 maggio inizia ufficialmente la fase 2, annunciata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una delle ormai consuete conferenze stampa del weekend. E tra le novità che ci attendono, quella più importante per la vita di tutti i giorni riguarda proprio gli affetti. Saranno permesse le visite ai familiari che abitano nella stessa regione. Dunque solitudine finita? Non proprio.

"Forse la situazione potrebbe migliorare un po'", ipotizza Alessandro Rossi. Ma c'è perplessità nell'aria: "Molte persone non hanno un buon rapporto con i loro familiari. Tempo fa una signora ci aveva confidato di avere due figlie: una abitava all'estero e un'altra vicino a lei. Con quest'ultima però quasi non si parlavano. Certo, spero che questa emergenza così straordinaria abbia attenuato qualche rancore".

E poi rimane, forte, la paura del contagio. Proprio quella che ha trasformato gli affetti in una fonte di pericolo. "Le miei figlie con i miei nipoti abitano vicino a me, ma chi mi garantisce che non siano tutti asintomatici? O che non lo sia io e gli porti il virus in casa? Le mascherine funzionano solo se si sta a una certa distanza e meglio se all'aperto. Preferirei poter prendere la macchina e allontanarmi una decina di chilometri da Bologna per farmi un giro in bicicletta", afferma senza dubbio Pietro Salsi.

Servono soluzioni

"In una telefonata non si riesce a fare un percorso psicologico come si potrebbe fare in presenza – avverte la dottoressa Zito, riferendosi al numero verde a cura di SIPEM. – Inoltre gli anziani fanno fatica a rimanere al telefono a lungo. Il nostro è più una sorta di pronto soccorso. Ci dà però l'opportunità di valutare quali risorse abbia a disposizione una persona".

In alcuni casi, ad esempio, li si incoraggia a recuperare i loro hobby, come fare la maglia, coltivare interessi culturali e così via. "A volte capiamo che le loro risorse più importanti sono le relazioni. Allora li motiviamo a cercare qualche rapporto a distanza con il proprio vicinato, vincendo l'imbarazzo del chiedere aiuto. Oppure li aiutiamo a orientarsi tra gli altri servizi che il loro comune ha messo a disposizione", aggiunge.

Il problema è che questa emergenza non sembra destinata a finire nel giro di qualche settimana. Servono soluzioni più concrete e durature. E possono arrivare solo dalla politica. "In questa fase nessuno ha pensato di aiutare il terzo settore a sostenere i costi delle sue attività – lamenta Enzo Costa – e i nostri volontari si sono dovuti autotassare. Avremmo anche dovuto lavorare molto di più sulla prevenzione per garantire la dignità delle persone in quanto tali. Non ci si può limitare a dire che chi ha più di 60 anni non deve più uscire".

Deve avvenire un cambiamento culturale: non può essere un sollievo che "muoiano solo gli anziani"

Quello che Auser propone è di realizzare una mappa che copra tutto il territorio nazionale, dove vengano indicati gli anziani e i servizi di cui hanno bisogno. Lo scopo è la costruzione di una rete per potenziare il territorio, proprio quello che è venuto a mancare in diverse regioni colpite dal Covid-19. "Vorremmo fare in modo che la maggior parte di loro riescano a invecchiare in casa propria, senza dover per forza ricorrere a strutture, se non quando non si può fare altrimenti – specifica Costa. – Ma è necessaria la collaborazione di tutti: pubblico, privato e associazioni. In alcune aree si è puntato tutto su un sistema ospedale-centrico, ma si è dimenticato l'importanza dell'assistenza domiciliare per evitare il ricovero. I medici di famiglia sono fondamentali, ma hanno bisogno di un'organizzazione che li supporti".

Quello che serve prima di tutto è un cambiamento culturale. È capire che anche quella fase dell'esistenza ha diritto di essere vissuta appieno. E che non può essere consolatorio il fatto che "muoiano solo gli anziani".

Fonti| Istat; Associazione Domina

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