Ecco chi sarebbe più titolato a vincere il premio Nobel per la Pace 2022, secondo Ohga

Il 7 ottobre si terrà la cerimonia di assegnazione del Nobel per la Pace, noi di Ohga pensiamo che questi potrebbero essere i più titolati a ricevere un riconoscimento del genere. Vediamoli insieme.
Francesco Castagna 6 Ottobre 2022

È una storia lunga 127 anni, il Nobel per la Pace è stato istituito nel 1895 secondo quanto espresso da Alfred Nobel nel testamento, ma fu assegnato solamente sei anni dopo, nel 1901. I primi a vincere questo riconoscimento furono lo svizzero Jean Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa e delle convenzioni di Ginevra per i diritti umani, e il francese Frédéric Passy, fondatore e presidente della prima società per la pace Società d'arbitraggio tra le Nazioni.

La prima donna a ricevere questo premio fu l'austro-ungarica, Bertha von Suttner, Presidente onoraria dell'Ufficio internazionale per la pace. Dopo di lei, quello che ricordiamo come uno dei più famosi presidenti degli Stati Uniti d'America, Theodore Roosevelt, per “per la sua mediazione riuscita per porre fine alla guerra russo-giapponese e per il suo interesse per l'arbitrato, avendo fornito alla corte arbitrale dell'Aia il suo primo caso". Subito dopo di lui, il primo e unico italiano (non repubblicano) ad aver ricevuto questo riconoscimento, Ernesto Teodoro Moneta, Presidente dell'Unione lombarda per la pace e della Società per la pace e la giustizia internazionale.

Il 7 ottobre sarà nuovamente assegnato il Nobel per la Pace, sono tanti i nomi in lizza, alcuni dei quali sono volti proposte già negli anni scorsi. Ironia della sorte, a vincere il Nobel per la Pace nel 2021 fu proprio un russo, Dmitry Muratov, per aver salvaguardato la libertà di espressione in Paesi in cui è sotto minaccia, assieme alla filippina Maria Ressa.

Senza dubbio i nomi che circolano di più in queste ore sono due: Greta Thunberg e Volodymyr Zelensky. Ci sono diversi nomi o categorie di persone però che secondo noi meritano questo riconoscimento, per aver lottato in difesa dei diritti umani e dell'ambiente in cui viviamo.

Raoni Metuktire

È il capo degli indigeni brasiliani Kayapò ed è già stato candidato nel 2020 per il Premio Nobel per la Pace. Il capo indigeno vive con il suo popolo nel territorio di Capoto-Jarina, ed è diventata in 40 anni la figura emblematica per eccellenza della lotta per la conservazione dell'Amazzonia e della cultura indigena.

Forse potrebbe essere non ricevere una nomina del genere perché l'assegnazione coincide con il periodo elettorale delle elezioni brasiliane, ma è proprio per questo che a nostro parere il conferimento di questo premio potrebbe essere un segnale per cui il prossimo presidente dovrà tenere conto del fatto che il mondo tiene d'occhio la foresta amazzonica, e la considera importante per la mitigazione del riscaldamento climatico a livello globale.

La sua figura è così importante che è diventato ambasciatore della lotta per la protezione della foresta pluviale amazzonica e per la protezione dell'ambiente di eventuali popolazioni indigene.

Pavel Durov

Sebbene il fondatore di una delle app di messaggistica più famose e scaricate al mondo, Telegram, sia stato chiaro sin da subito che l'applicazione sarebbe stata abitata anche da gruppi di estremisti e non proprio con buone intenzioni, ci sembra giusto citarlo tra i probabili pretendenti al premio.

Durov infatti, giovane e tra i più ricchi manager, programmò la fuga dalla Russia nel 2011, quando la polizia russa entrò in casa perché si era rifiutato di fornire allo Stato le generalità degli iscritti a Telegram e le chiavi per poter decriptare i server degli indirizzi IP.

Da quel momento in poi, all'alba dello scoppio del conflitto russo-ucraino, il Ministro per la trasformazione digitale Ucraino Mykhailo Fedorov  e vicepremier ha dato come punto di ritrovo un canale Telegram, per chiamare alle armi il popolo ucraino, non per attaccare, ma per difendere il proprio territorio e la propria cultura.

Telegram è diventato subito il canale di comunicazione della Resistenza ucraina, permettendo alle truppe di organizzarsi e stabilire come difendere il proprio territorio. Durov sicuramente non poteva immaginarsi che gli scenari si sarebbero evoluti in questo modo, ma di certo conosceva Vladimir Putin, che più volte ha provato a liberarsi delle forme di dissenso, tanto che in molti riconducono alcuni omicidi, avvelenamenti o sparizioni alla sua figura.

Greta Thunberg

Chiaramente non potevamo non portare tra le nostre proposte l'ideatrice del movimento Fridays for Future. Thunberg fin da subito si è spesa affinché il suo Paese, la Svezia, rispettasse gli impegni presi sul clima di ridurre le emissioni di anidride carbonica, come previsto dall'accordo di Parigi.

La sua protesta è diventata mondiale e oggi i Fridays for Future sono uno dei gruppi ambientalisti con più seguito, di sicuro è quello con più adesioni di giovani ragazze e ragazzi. Il suo impegno, il suo attivismo e il suo esempio meritano di essere premiati perché, come abbiamo visto, i cambiamenti climatici non generano effetti solamente sul territorio, ma hanno un impatto anche sulle popolazioni e sulla loro esistenza. In molti Paesi sottosviluppati economicamente è proprio per i fenomeni climatici che si entra in guerra, lì dove ci si contende anche risorse come i bacini d'acqua.

L'impegno di Greta Thunberg può quindi essere considerato un attivismo volto a eliminare ogni forma di conflitto sociale. "La crisi climatica dev'essere gestita da crisi! Il clima è la questione più importante!", questo scriveva Thunberg sulla sua bicicletta, ancora oggi i governi nazionali però sembrano non aver percepito l'urgenza, e continuano ad attuare politiche poco coraggiose per contrastare gli effetti del cambiamento climatico.

Anche per aver svegliato i governi nazionali Thunberg merita un riconoscimento per il suo impegno, proprio perché non esiste un Nobel per l'Ambiente. L'ultimo in questo settore è stato assegnato nel 2007 all'IPCC e ad Al Gore “per i loro sforzi per costruire e diffondere una maggiore conoscenza sui cambiamenti climaticicausati dall'uomo, e per aver gettato le basi per le misure necessarie per contrastare tali cambiamenti”.

Da lì in poi il mondo sembrava essere rientrato nella quotidianità dei fatti, ma a "svegliarli" dal sonno ci ha pensato proprio questa ragazza, tanto che nelle elezioni europee del 2019 i partiti verdi registrarono il loro miglior risultato in assoluto.

Chimamanda Ngozi Adichie

Se non hai mai sentito il discorso di Chimamanda Ngozi Adichie al Ted Talk, ti consiglio di ascoltarlo perché è un vero e proprio inno ed elogio al femminismo. Un femminismo puro, sano, realistico e di denuncia della condizione femminile in tutto il mondo. La star letteraria che da anni si batte per i diritti della comunità lgbt+ e sopratutto contro le persone trans che continuamente subiscono abusi e minacce in tutto il mondo.

Con il tempo Adichie è diventata un punto di riferimento per tutte le minoranze che lottano per la libertà e per i loro diritti, ed è una grande sostenitrice della visione per cui i ruoli attribuiti per genere non solo discriminano le donne, ma rafforzano lo stereotipo dell'uomo forte, non tenendo conto delle sensibilità diverse degli individui.
"Insegniamo alle femmine a restringersi, a farsi piccole. Diciamo alle femmine: puoi essere ambiziosa, ma non troppo. Devi puntare ad avere successo, ma non troppo, altrimenti minaccerai l’uomo. […] Mi sono sentita dire se non avevo paura di intimidire gli uomini. Non era un mio timore, anzi, non ci avevo mai pensato, perché un uomo intimidito da me è esattamente il tipo di uomo che non mi interessa", questo è solo un estratto del saggio della scrittrice nigeriana, che però ha avuto un forte impatto in tutto il mondo. Chimamanda Ngozi Adichie è l'esempio che la cultura può cambiare il mondo, se si lotta per un ideale.

Ambientalisti e donne iraniane

Un'altra proposta che ci sentiamo di fare è di prendere in considerazione il coraggio degli ambientalisti e delle donne in Iran. Sono giorni molto pesanti per questo Paese, che è nel pieno di una vera e propria rivolta della popolazione contro le istituzioni, dopo l'uccisione della 22enne di minoranza curda Masha Amimi. La donna ha perso la vita a Teheran, mentre era agli arresti perché aveva indossato il velo non secondo la legge.

Da quel momento in poi le proteste si sono diffuse in tutto il Paese e le femministe iraniane sono diventate il simbolo di una Resistenza transnazionale. Ma il caso è particolare, perché in realtà non è emerso abbastanza il legame che intercorre tra le proteste delle donne iraniane e quelle degli ambientalisti locali, ora uniti in uno scopo comune: lanciare al governo un chiaro segnale di resistenza.

È dal 2019 infatti che gli attivisti ambientalisti del PWHF, la Fondazione per la conservazione del patrimonio faunistico, protestano per la situazione di siccità che sta da tempo vessando il Paese. Otto ambientalisti sono stati arrestati nel 2019, Niloufar Bayani, Sam Radjabi, Houman Jowkar, Taher Ghadirian, Morad Tahbaz, Sepideh Kashani, Amir Hossein Khaleghi e Abdolreza Kouhpayeh, e il loro direttore Kavous Seyed-Emami, deceduto poi nel 2018, quando era detenuto in carcere.

È veramente particolare che un Paese del genere sia diventato così refrattario alla tutela del patrimonio naturale e al contrasto del cambiamento climatico. L'Iran un tempo era il Paese con il movimento più ecologista del medioriente. Ora gli attivisti sono sotto accusa di spionaggio da parte del governo per aver introdotto dei ricercatori nel Paese. Lo scopo era valutarne la situazione climatica.

Emergency

Purtroppo il suo fondatore, Gino Strada, non potrà mai sperare di ricevere questo riconoscimento, poiché è venuto a mancare lo scorso anno, nel 2021. La sua associazione però, Emergency, ha cambiato le sorti di diversi Paesi in tutto il mondo. Strada era un medico conosciuto da tutti a livello internazionale, per la sua attività in territori come l'Afghanistan, l'Uganda, l'Algeria, la Cambogia, l'Iraq, la Libia, la Palestina e molti altri.

L'attività dell'associazione però non si è conclusa con la morte di Gino Strada e dall'anno scorso ha ancora in attivo diversi programmi in almeno sette Paesi. tra questi c'è anche l'Italia. Emergency infatti ha aperto nel tempo diverse strutture di supporto ai migranti.

Nel 2006 Emergency aprì a Palermo, in Sicilia, un ospedale Poliambulatorio in grado di fornire servizi di assistenza sanitaria gratuita a tutti i migranti, a prescindere dal possesso o meno del permesso di soggiorno, e a tutti i bisognosi. In provincia di Venezia invece ha aperto un ulteriore Poliambulatorio a Marghera, e uno a Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Gli ambulatori aperti sono molti di più, ma è importante sottolineare anche la creazione di ambulatori mobili, che portano  assistenza sanitaria nei luoghi dove c'è più bisogno.

In un periodo come questo, dove viviamo il timore di un possibile conflitto mondiale, ci sembra più che necessario riconoscere l'impegno di questa associazione, ricordando le parole del suo fondatore, lo dobbiamo quantomeno al suo impegno che è diventato la sua vita:

La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani. Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra.
Gino Strada – Fondatore Emergency