Le proprietà del gelso, l’albero che produce “false” more

Plinio il Vecchio lo chiamava Sapientissima arborum, essendo l’albero che “saggiamnete” mette le foglie più tardi per evitare le ultime gelate dell’inverno. Il gelso è comunque un albero molto resistente, apprezzato come pianta ornamentale e frutti (comunemente chiamati more) dalle proprietà benefiche, e non solo per i bachi di seta.
Gaia Cortese 16 Dicembre 2020

Appartenente al genere Morus e alla famiglia delle Moracee, il gelso è una pianta molto longeva che arriva a superare addirittura  i cento anni di età. Ha infatti delle radici molto robuste che si espandono facilmente e un tronco che si caratterizza per le fitte ramificazioni, e che può raggiungere anche un diametro di 70 centimetri.

Si dice che il gelso sia l'albero delle more, ma in verità questa pianta produce sorosi, ossia dei frutti costituiti da tante piccole sfere raggruppate che, a loro volta, sono formate dal frutto vero ricoperto da una polpa bianco-rosata commestibile

Varietà

Esistono almeno quindici specie della pianta del gelso e si distinguono per la forma delle foglie e delle gemme, per la dimensione della pianta e per il colore e il sapore dei frutti prodotti.

Tipico delle aree centrali e orientali della Cina, per esempio, il gelso bianco (Morus alba) è stato introdotto in Europa in epoca coloniale, con lo scopo di incentivare la coltivazione del baco da seta. Si chiama gelso bianco per il colore delle sue gemme, mentre i frutti possono essere di colore diverso: bianchi, rosa o neri.

Produce invece solo frutti di colore nero, il gelso nero (Morus nigra), già conosciuto in epoca greco-romana e originario dell’area sud-occidentale dell’Asia.

Oltreoceano, negli Stati Uniti il gelso più conosciuto è quello rosso (Morus rubra), più piccolo per dimensioni rispetto alle varietà appena descritte, ma in grado di produrre frutti che maturando cambiano di colore, dal rosso al nero.

Della famiglia delle Moracee, potresti aver sentito nominare anche il gelso del Texas, o arancio degli Osagi (Osage Orange, dal nome della tribù di nativi che viveva nell’area in cui cresceva questa pianta). Si tratta una pianta ornamentale, usata per lo più per realizzare alte siepi.

Altra pianta ornamentale è il gelso da carta (Broussonetia papyrifera), così chiamato perché corteccia e fibre in Oriente venivano utilizzate per la produzione della carta, mentre nelle isole del Pacifico, la corteccia viene ancor oggi usata per la produzione della tapa, un simil-tessuto impiegato per produrre abiti e pannelli.

Infine il gelso pendulo è una cultivar ottenuta attraverso l'innesto della specie di Morus alba ricadente, sul gelso naturale. Questa vareità di gelso offre il vantaggio di poter limitare l'altezza finale e le dimensioni complessive della pianta, pertanto può essere utilizzato a scopo ornamentale.

Proprietà

Il gelso non viene più coltivato per i suoi frutti (ma più per scopo ornamentale), nonostante le more di gelso siano una buona fonte di sostanze nutrienti e benefiche. Innanzitutto contengono il resveratrolo, un potente antiossidante che combatte i radicali liberi; oltretutto, questo elisir della giovinezza promuove la circolazione del sangue, fluidificandolo e migliorando le funzionalità dell’apparato cardiovascolare.

Le more di gelso sono anche un’importante fonte di vitamine (A,C, E, K) e di sali minerali come il ferro, il calcio, il magnesio, il sodio, il potassio; contengono fibre che aiutano le funzionalità intestinali e la pulizia del fegato. Altro principio attivo contenuto dai frutti di questa pianta è l'amorusina, un flavonoide dalle presunte proprietà analgesiche.

Per quanto riguarda le foglie di gelso, di norma destinate all’alimentazione del baco da seta, sembra che abbiano proprietà diuretiche. Per consumarle e approfittare dei loro benefici, puoi preparare un’infusione con un cucchiaio colmo di foglie in un litro di acqua bollente.

Coltivazione

La riproduzione del gelso avviene per talea: ti basta prelevare in estate un pezzetto di ramo dell’anno precedente e metterlo a radicare finché non si trasforma in una piantina autonoma.

Per la messa a dimora il periodo migliore è la primavera, al termine del riposo vegetativo della pianta. La semina può essere un'alternativa, ma prima di vedere i frutti della pianta dovrai aspettare quasi 8 anni.

Sempre con riferimento ai  frutti, se vuoi che la tua pianta ne produca in quantità, assicurati di innaffiarla abbondantemente durante l’estate e pota i rami laterali dopo le ultime gelate invernali, tra fine febbraio e inizio marzo, così da stimolare la fruttificazione. La potatura è anche utile per contenere le dimensioni della chioma della pianta.

Significato

Definito da Plinio il Vecchio “Sapientissima arborum", il gelso era considerato tra gli alberi il più saggio, perché mette le foglie per ultimo attendendo con pazienza che le gelate più tardive siano passate.

Per i greci era invece la pianta consacrata al dio Pan, simbolo di intelligenza e passione. Ed è infatti ai piedi di questa pianta che si consuma il dramma di Tisbe e Piramo, come racconta Ovidio nelle sue Metamorfosi.

Tisbe e Piramo sono due babilonesi innamorati follemente tra di loro che vengono rinchiusi dalle rispettive famiglie in cantina così che il loro amore sia ostacolato. Una lieve fessura tuttavia permette ai due innamorati di parlarsi e di complottare una fuga nel bosco dove c'era una fonte e un albero di gelso.

La prima a riuscirci è Tisbe ma, mentre si trova nei paraggi della fonte, vede una leonessa con la bocca sporca di sangue che, con ogni probabilità, ha appena divorato una preda. Tisbe spaventata scappa via ma, nella corsa, perde il suo scialle. La leonessa, prima di allontanarsi, si avventa sullo scialle lacerandolo e macchiandolo di sangue. Subito dopo giunge Piramo che, non vedendo la sua amata ma ciò che resta del suo scialle, pensa che Tisbe sia morta. Preso dalla disperazione, si toglie la vita con il suo stesso pugnale.

Mentre il giovane muore, Tisbe ritorna sui suoi passi e, vedendo il suo amato ormai morente, si trafigge con il suo stesso pugnale. Ecco perché si racconta che il sangue di Piramo, irrorando il terreno, nutrì il gelso il cui frutto, da quel giorno, da bianco divenne nero.