Gigliola e la sua lotta contro il bracconaggio: “Occorre sensibilizzare le persone, perché ognuno può fare qualcosa”

il fenomeno del bracconaggio è conosciuto, ma ancora se ne parla troppo poco. Forse la morte di un pettirosso sembra cosa da poco, ma è un attacco alla biodiversità del territorio. Il bracconaggio si combatte con l’individuazione delle trappole, ma anche con la sensibilizzazione delle persone. Ne abbiamo voluto parlare con Gigliola Magliocco, responsabile della Riserva Naturale di Torrile e Trecasali gestiata dalla Lipu.
Gaia Cortese 21 Maggio 2021

Trappole, lacci, reti e tagliole, ma anche armi da fuoco. Uccelli e mammiferi vengono catturati così, nella maniera più cruenta, e naturalmente, in modo illegale. Dietro queste pratiche c’è il bracconaggio, un fenomeno molto diffuso sul territorio nazionale, ma ancora non debellato e non contrastato sufficientemente. Ci sono, tuttavia, associazioni e volontari che non si lasciano intimidire da insulti e minacce e che si attivano per contrastare il fenomeno mettendosi sui sentieri dei bracconieri, con lo scopo di ostacolare le loro azioni e rendere inefficaci le loro trappole.

Abbiamo avuto modo di conoscere e fare alcune domande a Gigliola Magliocco, responsabile della Riserva Naturale di Torrile e Trecasali (in provincia di Parma), gestita dalla Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli), associazione che da anni è dedita a tutelare gli habitat degli uccelli e di conseguenza a contrastare il bracconaggio.

Come è nata questa tua dedizione nei confronti degli animali?

Per la mia formazione scientifica universitaria, negli anni tra il ’97 e il ’98 sono entrata in contatto con altri volontari che si occupavano di campi antibracconaggio nel Messinese. Ero giovane, erano i primi anni di università, ma in quel momento iniziava il mio percorso contro il bracconaggio. In quella zona, infatti, ci sono moltissimi rapaci e altre varietà di uccelli che passano lo Stretto: arrivano stanchi per il lungo viaggio e, dopo aver attraversato il mare, si trovano spianati contro i fucili dei bracconieri.

Da lì è cominciato il mio percorso e non l’ho più lasciato. Per anni sono stata giù in Calabria, ho raccolto tanti insulti e minacce, ma anche questo fa parte del motore che ti fa andare avanti. Non è un mondo facile, si ha a che fare con persone davvero malvagie.

Grazie all’impegno dei volontari e della Lipu, negli anni, sullo Stretto di Messina il fenomeno è andato riducendosi. Il nostro gruppo ha quindi voluto ampliare il raggio di azione e siamo passati alla Sardegna, dove il fenomeno del bracconaggio colpisce soprattutto i piccoli uccelli. Il contesto della Sardegna, infatti, è particolare: ci sono aree immense di macchia mediterranea, la cui caratteristica principale è l’abbondanza di bacche e frutti, indispensabili per gli uccelli più piccoli, che qui svernano. Arrivano dal Nord Europa e trovano nella Sardegna un ottimo ristorante. I bracconieri non aspettano altro per attivarsi e all’interno della macchia preparano sentieri, lunghi anche chilometri, dove tagliano la vegetazione e mettono le loro trappole.

Quali sono le principali mezzi di cattura che usano?

Le trappole possono essere di due tipi. Le trappole a terra sono ferri posti alla base delle piante che funzionano a scatto, sono un po’ artigianali e attirano il passeriforme con alcune bacche predisposte a questo scopo; poi catturano la preda con un cappio e lo strozzano; altre trappole, sempre a strozzo, sono invece poste sulle fronde dei cespugli: gli uccelli che le sorvolano (merli, pettirossi, tordi, cinciallegre…) rimangono impigliati e la loro morte è di stenti.

Alcuni tipi di uccelli vengono catturati solo per essere consumati a tavola, in un piatto tipico. Una pratica che, se prima degli anni ‘70 era legale, oggi non lo è più, ma rimane uno sfizio culinario, oltretutto molto costoso (il prezzo di questo piatto oscilla intorno ai 100 euro). Oggi è inconcepibile che questi uccelli, tra cui anche alcuni protetti, vengano catturati e, soprattutto, con una sofferenza inaccettabile. Questo tipo di caccia deve essere vietato sia perché non è selettivo sia perché genera troppa sofferenza.

Il commercio illegale di uccelli è una pratica diffusa su tutto il territorio, ma anche piuttosto pericolosa…

Queste carni sono carni totalmente incontrollate dal punto di vista sanitario. I bracconieri cacciano uccelli, ma anche tanti altri mammiferi che vengono catturati al laccio e muoiono a strozzo. Un cinghiale, per esempio, può rimanere agonizzante per lungo tempo perché il bracconiere spesso non riesce a verificare cosa ha cacciato prima di due o tre giorni. Nella fase agonizzante dell’animale le tossine si accumulano all’interno del suo organismo e finiscono per essere ingerite dall’essere umano che le mangia. Difficilmente sono carni fresche, basta pensare alle temperature che si possono raggiungere in Sardegna in certi periodi dell’anno.

Chi sono esattamente i bracconieri?

Sono diversificati, ne esistono diversi profili. C’è chi lo fa come secondo lavoro, ha uno stipendio ma, per arrotondare, cattura esemplari di fauna con mezzi non consentiti.  Nella categoria non mancano anche alcuni dipendenti pubblici, in tal senso non sono mancate, infatti, diverse denunce e in alcuni congelatori sono stati trovati cinghiali, cervi e altri animali destinati ad essere venduti al mercato nero. Poi c’è chi lo fa perché in famiglia esiste la tradizione di mangiare un determinato uccello per le feste, o anche per regalarlo, e infine chi si trova ai margini della società, non gli interessa trovare un vero lavoro e per guadagnare qualcosa, va in montagna a mettere le trappole.

Come operi per contrastare l’attività dei bracconieri?

Dipende dal livello di intensità del fenomeno. Si può mettere in atto un’azione di contrasto diretto cercando di togliere le trappole e così abbiamo fatto per diversi anni. Si esce la mattina e, a seconda del luogo da raggiungere, ci si attrezza con uno zaino carico di ogni cosa che può essere necessaria: dal panino fatto a casa al seghetto, dall’acqua al telo termico. Ci si deve attrezzare per stare fuori anche una giornata intera perché il territorio è molto difficile: si può stare fuori anche la notte, ci si può perdere o può capitare un incidente. Non ci si avventura mai da soli, sempre in gruppo, perché per qualsiasi problema, la soluzione è più facile da trovare se si è più di uno.

Anche nel caso ci si imbatta in un bracconiere, non di rado si creano situazioni di tensione, ed essere in gruppo è la nostra forza. Non solo. Prima di ogni uscita, ci si accorda con le forze dell’ordine e, per una correttezza di forma e per tutela nostra, comunichiamo sempre i nostri spostamenti.

La Lipu, dal 2012, ha anche promosso un’attività di comunicazione e di sensibilizzazione. Io stessa sono andata a fare educazione ambientale nelle classi o con la cittadinanza in occasione di alcuni eventi pubblici. Ci siamo esposti molto e abbiamo fatto conoscere un argomento poco noto. Percorrere questa via è fondamentale, perché è vero che il fenomeno va contrastato dove è presente, ma noi siamo pochi, mentre la macchia mediterranea è immensa. Dobbiamo quindi sensibilizzare le persone e farle diventare delle sentinelle che guardano nel bosco. Chiunque può farlo: chi va a funghi, chi a raccogliere asparagi, chi passeggia con il proprio cane. Ognuno può dare un grande aiuto semplicemente con i propri mezzi.

E a livello nazionale sono valide le leggi che proibiscono questo fenomeno?

Le leggi ci sono. La legge n. 157 del 1992, per esempio, vieta l’uccellagione; sono previste anche le sanzioni, che sicuramente vanno aggiornate e inasprite. Gli strumenti ci sono tutti, ma a volte è la volontà di applicarli che manca. Un pettirosso ucciso può sembrare una cosa da niente, ma è un patrimonio comune nazionale, quindi i controlli vanno fatti con costanza e vanno concentrati in alcuni particolari periodi dell’anno. Nonostante in Italia ci sia ancora tropo poca attenzione nei confronti di questo fenomeno, negli anni passati, anche grazie alla Lipu, diversi atti di bracconaggio sono stati denunciati alla Comunità Europea. È stata così aperta una procedura pilot che ha acceso il faro su questo fenomeno e l’Italia ha dovuto rispondere mettendo in campo delle misure di contrasto. Da qui ha avuto origine un piano nazionale antibracconaggio, con l’individuazione di sette blackspot, ossia i punti più caldi del bracconaggio sul territorio, dalle valli bresciane alla Sardegna, dal Delta del Po allo Stretto di Messina.

Tuttavia, oltre al bracconaggio diffuso attuato nella stagione venatoria, dove il cacciatore provvisto di licenza, va oltre i propri confini sparando a un fringuello che non è cacciabile, esiste tutta una zona grigia dove è difficile quantificare il fenomeno. Grazie al piano nazionale antibracconaggio che prevede il coinvolgimento dei carabinieri forestali con coordinamento di tutte le forze dell’ordine, sono state attuate diverse campagne di contrasto con ottimi risultati. Adesso il piano deve essere rafforzato e ripristinato e le misure devono essere ancora più incisive.