Gli scampi? Dei grandi mangiatori di plastica e degli inconsapevoli inquinatori

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Cagliari, in collaborazione con i colleghi dell’Università Politecnica delle Marche, mette in evidenza come questi crostacei non solo ingeriscano microplastiche, ma attraverso un particolare meccanismo di triturazione contribuiscano anche alla loro dispersione nell’ambiente marino.
Federico Turrisi 9 luglio 2020

Quando arriva sul tavolo un bel piatto di spaghetti con gli scampi le tue papille gustative fanno festa? E se ti dicessi che probabilmente contengono microplastiche? Gli scampi sono una prelibatezza, su questo non ci sono dubbi, ma a loro volta questi crostacei sono "ghiotti" di microparticelle di plastica. Lo dice un recente studio, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science and Technology, realizzato da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della vita e dell’ambiente (Disva) dell'Università di Cagliari insieme ad alcuni colleghi dell'Università Politecnica delle Marche.

La ricerca non si limita a constatare che una certa quantità di microplastiche finisce nell'apparato digerente degli scampi. Gli esperti hanno anche scoperto che tramite una particolare struttura presente nel loro stomaco, chiamata "mulino gastrico", che svolge la stessa funzione dei denti nei mammiferi, gli scampi sono in grado di sminuzzare le microplastiche. Il punto è che i frammenti sempre più piccoli vengono dispersi nell'ambiente e possono diventare prede per gli animali marini più piccoli.

Gli scampi, sostengono i ricercatori, potrebbero essere solo i primi di una lunga lista di esseri viventi marini che hanno un ruolo attivo nella triturazione della plastica già accumulata nell'ambiente. "Altri organismi hanno analoghe caratteristiche anatomiche degli scampi", spiega Alessandro Cau, docente di ecologia all'Università di Cagliari. “Le microplastiche sono primarie se vengono specificatamente prodotte di piccole dimensioni (da 5 millimetri a 1 micron). Sono secondarie se derivano dalla frammentazione di plastiche più grandi. I nostri risultati hanno documentato come la natura accumuli un nuovo tipo di microplastiche secondarie: quelle che sono state processate biologicamente attraverso la triturazione e digestione”.

La domanda a questo punto è la seguente: quanta della plastica presente in mare ha già subito nel corso dei decenni quella che gli scienziati definiscono "manipolazione biologica"? Secondo i ricercatori del Disva potrebbe trattarsi di una parte consistente, che finora non era stata presa in considerazione.