I leader mondiali si impegnano a invertire la perdita di biodiversità entro il 2030: sarà la volta buona?

Lo scorso 28 settembre a New York i leader politici di 65 Paesi hanno sottoscritto un impegno per invertire l’attuale perdita di biodiversità entro i prossimi 10 anni. All’incontro era presente anche l’Italia. Sarà la volta buona per vedere parole trasformarsi in fatti?
Gaia Cortese 30 settembre 2020

Invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. È questo l’obiettivo dell’incontro che si è tenuto lo scorso lunedì a New York tra  i capi di Stato e di governo di 65 Paesi del mondo. Azioni urgenti che dovrebbero essere intraprese per raggiungere gli obiettivi fissati per uno Sviluppo sostenibile. All’incontro ha partecipato anche l’Italia.

"La perdita di natura e biodiversità è gravissima e sottopone a pericolosi rischi la nostra salute, l'economia e i nostri mezzi di sussistenza. Le pandemie, gli incendi, il declino della fauna selvatica e il cambiamento climatico sono tutti sintomi del nostro rapporto pericolosamente squilibrato con il mondo naturale – ha dichiarato Marco Lambertini, Direttore Generale di WWF International -. Non possiamo più ignorarli e dobbiamo agire ora, con decisione”.

“L'impegno dei leader per la natura segna un momento cruciale, con paesi che dimostrano, al più alto livello politico, una reale leadership impegnandosi a invertire la perdita di biodiversità entro il 2030 – continua Marco Lambertini -. Il nostro invito è rivolto a tutti i leader, affinché costruiscano su questa ambizione il Summit ONU dei Capi di Stato e di Governo del prossimo 30 settembre".

Dal 1970 è stato registrato un calo del 68% delle popolazioni di vertebrati, causato dal modo in cui si produce e si consuma a livello globale.

Tra le azioni più urgenti da intraprendere per invertire la perdita di biodiversità nella lista compaiono la riduzione dell'inquinamento sulla terra e nell'aria, tra cui l'eliminazione dei rifiuti di plastica dagli oceani; il passaggio a modelli di produzione e consumo sostenibili e a sistemi alimentari sostenibili; il passaggio a un'agricoltura rigenerativa senza deforestazione; la necessità di porre la biodiversità, il clima e l'ambiente al centro degli investimenti, delle decisioni e delle azioni di tutto il governo.

Così viene da chiedersi: sarà la volta buona? I buoni intenti ci sono, ma metterli in pratica è tutto un altro discorso. Basta guardarsi un po’ indietro.

Cosa hanno fatto finora le Cop

Le conferenze sul clima, o Cop (Conference of the parties) hanno avuto inizio nel 1992 a Rio de Janeiro. La discussione si concentrò su come limitare le emissioni di gas ad effetto serra e da subito  si evidenziava una netta differenza tra i Paesi industrializzati, ossia i maggiori responsabili delle emissioni, e i Paesi in via di sviluppo che più soffrivano di questa situazione. Oggi il risultato è che quelli che erano i Paesi a soffrire delle emissioni sono diventate a loro volta responsabili dell'inquinamento globale, basti pensare a realtà come l'India, il Brasile a la Cina.

Nel 2005, dopo sette anni dalla firma, entra in vigore il Protocollo di Kyoto che impone un obbligo di riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera da parte dei Paesi più ricchi e dei Paesi con le economie più emergenti.

Nel 2009, in occasione della Cop 15 si discute ancora di emissioni, ma l’esito della conferenza sembra piuttosto incerto e si raggiunge solo un accordo politico, senza obiettivi concreti e con un unico passaggio degno di nota “l’aumento della temperatura media globale deve essere mantenuto al di sotto dei due gradi”. Nei sette anni successivi, non succede praticamente nulla.

La Cop 17 del 2011 ci riprova e fissa al 2015 la nuova data di scadenza perché venga adottato un accordo globale per la riduzione della CO2 che sostituisca e migliori il Protocollo di Kyoto, ormai finito nel dimenticatoio. L'accordo viene semplicemente prolungato al 2020, solo per non creare un vuoto, nel rispetto di quei governi che si stanno impegnando seriamente per la causa.

Arriviamo al 2016. L’Accordo di Parigi, di cui si è parlato in occasione della Cop 21, è entrato ufficialmente in vigore il 4 novembre. Un accordo che sembra sempre più di difficile attuazione, viste e considerate le divergenze di opinione tra politica e scienza. Rimane soprattutto il nodo dell’Art. 6 dell’Accordo sulla regolazione globale del mercato del carbonio, che viene rinviato a quello che sarò il prossimo appuntamento di Glasgow, e la questione su come gestire le grandi riserve di carbonio, vale a dire le ampie foreste che Brasile e Australia considerano un affare da valutare "a casa propria".