Il camoscio appenninico non è più a rischio estinzione: grazie a un progetto di ripopolamento ora sono oltre 3mila

Oggi, in occasione del Camoscio Day, Legambiente ha comunicato che questa specie endemica non è più a rischio estinzione grazie a una campagna di ripopolamento intrapresa quasi trent’anni fa per salvare la presenza del camoscio sull’Appennino.
Sara Del Dot 2 agosto 2020

Erano diventati pochissimi, tanto da lasciar temere che sarebbero spariti per sempre. Oggi, invece, a distanza di quasi trent’anni dall’avvio dell’iniziativa finalizzata a ripopolare i boschi italiani di questi animali, possiamo festeggiare la condizione ufficialmente non più a rischio del camoscio appenninico, specie endemica di questo territorio e quindi impossibile da trovare in altri luoghi.

Questo animale, celebre per la sua capacità di arrampicarsi anche su veri e propri muri di roccia, era infatti divenuto sempre più raro fino a raggiungere il minimo storico, quasi un secolo fa, di 30 esemplari. Nel 1991, quindi, un gruppo di ambientalisti e cittadini decisero di favorire il ripopolamento attraverso azioni di salvaguardia e tutela della specie, che avrebbe dovuto raggiungere almeno i 2000 esemplari oltre i 2000 metri di altitudine.

Ciò che è stato fatto in questi decenni è frutto di un intenso lavoro di ripopolamento e di cura di un animale che, se fosse scomparso, avrebbe lasciato una voragine nella biodiversità italiana. E ha funzionato. Infatti, proprio il 29 luglio in occasione del Camoscio Day, data non casuale, poiché segnala l’inizio della campagna di ripopolamento, sono stati diffusi nuovi numeri sulla sua presenza sull’Appennino, numeri che si aggirano attorno ai 3mila esemplari. Tuttavia, accanto alla soddisfazione deve esserci anche prudenza. Il rischio che il numero cali nuovamente c’è, ed è fondamentale riuscire a tutelare in modo adeguale questa e altre specie endemiche presenti sul territorio.