In tutto il mondo muore un attivista per l’ambiente ogni due giorni, il Messico è al primo posto per uccisioni

In tutto il mondo muoiono sempre più attivisti ambientalisti, che da decenni combattono contro gli abusi delle multinazionali e dei governi. Il primo posto va al Messico, le principali vittime sono donne e indigeni.
Francesco Castagna 4 Ottobre 2022

Tra sfide, lotte e abusi di potere, c'è chi da decenni sta combattendo una battaglia che non sale spesso agli onori della cronaca, e quando accade è sempre per delle uccisioni. Sono tutti gli attivisti per la terra e per l'ambiente, che da anni portano avanti sfidano le multinazionali e i governi per proteggere i diritti umani e regalare a chi verrà dopo di noi un futuro sano nel nostro Pianeta.

Secondo un report del Global Witness c'è una crescente urgenza di tutelare e proteggere questi attivisti che si battono per i diritti delle popolazioni native e per l'ambiente, anche perché questi crimini rimangono spesso impuniti in uno scenario in cui la crisi climatica si aggrava sempre più e la biodiversità viene costantemente minacciata.

Il report mostra come l'ultimo decennio ci sia stata una vera e propria uccisione di massa degli attivisti ambientalisti, uno ogni due giorni e i dati mostrano come le uccisioni abbiano superato le 1700 persone. Nonostante le gravi minacce esistono migliaia di attivisti che a livello globale stanno portando avanti le loro battaglie, ma è difficile farlo in Paesi colpiti da un alto tasso di criminalità. Tra le Nazioni più colpite, il Messico sicuramente è quello che, non per gloria, è al primo posto negli omicidi di attivisti ambientali, solo nel 2021 sono stati uccidi in questo Stato 54 dei 200 omicidi totali registrati in tutto il mondo.

Rispetto al 2020 i morti crescono di numero dell'80% in più, nell'anno in cui il mondo è entrato in emergenza a causa della pandemia da Covid-19 i morti registrati furono 30, e rappresentano il terzo aumento annuale consecutivo di attacchi letali. Più del 40% delle persone uccise appartengono ai popoli indigeni e i due terzi degli omicidi sono legati a conflitti fondiari e minerari, due vittime su tre, infatti, provengono dagli Stati di Oaxaca e Sonora, entrambi con investimenti minerari "significativi".

Oltre alle morti certe, le sparizioni ammontano a 19 persone, azioni forzate commesse da funzionari di stato in collaborazione con gruppi criminali organizzati. Secondo il Global Witness c'è alla base anche un problema strutturale: i colpevoli non vengono puniti. Oltre il 94% dei crimini non viene denunciato e solo lo 0,9% viene risolto.

Ma il dato più significativo è che tra il 2017 e il 2021 sono stati registrati 154 casi di uccisioni di attivisti per il clima, la maggior parte di questi in America Latina. Secondo il report, tre su quattro degli attacchi documentati si sono verificati in Messico, Colombia e Brasile, che da soli rappresentano più della metà delle uccisioni a livello globale e con il Messico che è in cima alla classifica.

In Stati come il Brasile, Perù e Venezuela, circa l'80% degli attacchi è avvenuto in Amazzonia. Anche questo sarà un fattore fondamentale che determinerà l'esito delle elezioni in Brasile il prossimo 30 ottobre.

A seguire nella classifica si trovano le Filippine (19), il Nicaragua (15), l'India (14), l'Honduras (8), la Repubblica Democratica del Congo (8), il Perù (7), l'Ecuador (3) e Cile, Argentina, Bolivia, Gabon (1) e Kenya (1).  A pesare sul numero di uccisioni è il settore minerario, in tutti questi Paesi infatti l'industria e le lobby agiscono in maniera aggressiva e solo nell'ultimo anno si registrano 27 casi di uccisioni.