Incendi in Sardegna, Giorgio Vacchiano: “Bisogna gestire i territori in un’ottica di prevenzione”

Vegetazione molto secca, temperature alte e con una durata eccessiva rispetto al solito, prevenzione e gestione dei territori, sono tutti aspetti da considerare nell’analisi di ciò che sta accadendo in Sardegna. Ne abbiamo parlato con Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale.
Sara Del Dot • 26 Luglio 2021

Oltre mille persone sfollate, un numero indefinito di animali carbonizzati o soffocati e 20mila ettari di terreni andati in fumo. Questo è il bilancio dell’azione degli incendi che per più di 60 ore hanno divorato alcune zone della Sardegna, nello specifico le aree del Montiferru, della Planargia e del Marghine, fra Oristano e Nuoro.

A ormai quasi tre giorni dalla diffusione incontrollata delle fiamme, dopo l’intervento senza sosta di più di 7mila persone via terra e decine di canadair, alcuni arrivati da Francia e Grecia..

Alla ricerca del fattore scatenante, le attenzioni si sono rivolte alla causa più “immediata” e riconoscibile di un’auto in fiamme (o dalla alle fiamme) da cui si è poi propagato e amplificato l’incendio che ha devastato il territorio.

Ma alla base di un fenomeno di questo genere non c’è soltanto la miccia, la scintilla. Per comprendere meglio questi fenomeni è necessario allargare lo sguardo e spostarlo su un territorio particolarmente “fertile” per la propagazione del fuoco su cui è necessario intervenire in un’ottica di prevenzione. Ne abbiamo parlato con Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale che ha aperto la questione anche in un post sul suo profilo social.

“Le cause di questi fenomeni sono di vari tipi, è proprio questa la complessità della situazione” spiega Vacchiano. “Le notizie, la cronaca tendono a concentrarsi sulle cause immediate, per le quali naturalmente vengono svolte delle indagini, in questo caso specifico si parla di un’auto in fiamme. Il mio invito però è di evitare di concentrarsi solo sulla causa immediata, anche perché ogni anno si verificano tantissimi incendi che rimangono piccoli, vengono spenti in fretta e quindi passano inosservati.”

La questione, secondo Vacchiano, è capire se, una volta scoppiato un incendio questo tenderà a propagarsi grazie alle condizioni ambientali del territorio.

“Le cause di una propagazione come quella avvenuta per gli incendi in Sardegna sono legate principalmente a questioni meteorologiche e alla vegetazione. Quando la vegetazione è molto secca ed è stata prosciugata da un periodo di calore molto intenso, le fiamme diventano più veloci ed energetiche, così diventa più complicato bloccarle. Una cosa che non si sa è che la Sardegna è la regione con la più ampia superficie boschiva d’Italia. Naturalmente si tratta di una vegetazione particolare, abituata a seccare ma anche a rigenerarsi dopo un incendio.”

Un fattore che colpisce l’essere umano più che la vegetazione dal momento che alberi e piante torneranno pian piano in vita mentre noi, per 20-30 anni, saremo costretti a rinunciare alla funzione fondamentale di assorbimento di carbonio e a vivere in zone più suscettibili a situazioni di dissesto idrogeologico.

“Questi fenomeni diventano più frequenti con il climate change non solo perché le temperature in media aumentano ma avvengono proprio dei cambiamenti nella circolazione atmosferica. Sempre più spesso infatti si verificano risalite di aria calda dall’Africa, aria calda che si sofferma per un periodo più lungo del normale proprio a causa dei cambiamenti climatici. Così fenomeni caldi o anche piovosi restano sullo stesso territorio più a lungo, con conseguenze come l’incapacità del suolo di trattenere la troppa acqua caduta o un incendio che si propaga più rapidamente del solito. Si chiama blocco metereologico”.

E cosa si può fare quindi in questi casi?

“Una volta che il danno si è verificato si può fare qualcosa per accelerare il ripristino del territorio. Si parla di riforestazione che è un’arma a doppio taglio dal momento che non basta piantare degli alberi, è necessario farla bene e consapevolmente. Bisogna investire non soltanto nel piantumare, ma anche nella gestione di questi nuovi boschi.”

Per quanto riguarda la prevenzione invece cosa si può fare?

“Troviamo esempi interessanti in diverse zone mediterranee d’Europa: in Spagna, ad esempio si cerca di interrompere la continuità del bosco, quindi sottrarre al fuoco la possibilità di diffondersi, ma lo si fa in modo attento alle esigenze della comunità locale, come piantando vigneti o facendo pascolare gli animali. In questo modo si riesce a ridurre una vegetazione che rischia di accumularsi e addirittura vengono venduti i prodotti di questa azione di prevenzione, come il formaggio o il vino, facendo leva sul loro valore nell’attività di prevenzione degli incendi. Così l’economia locale finisce per favorire la sicurezza anziché ostacolarla.”

E in Italia?

“Un esempio virtuoso entro i nostri confini è quello della Regione Toscana, che ospita l’unico centro regionale per l’addestramento anti incendi boschivi, dove gli operatori vengono formati per prevedere il comportamento del fuoco anche grazie all’utilizzo di strumenti matematici come modelli di simulazione digitale che prevedono dove il fuoco si muoverà anche in base alla vegetazione e alla struttura del bosco. Poi ci sono le piste tagliafuoco, quelle strisce di terra che vediamo attraversare le montagne, che però non possono essere lasciate a se stesse. Loro servono a rallentare le fiamme, facendo fermare il fuoco per un po’. In quel momento però è indispensabile che qualcuno intervenga per spegnere l’incendio e soprattutto verificare che non ci siano processi di combustione attiva rimasti nel suolo.”