Isole di plastica: quegli immensi accumuli di rifiuti che riempiono i nostri mari

Sono almeno sette le isole di plastica che galleggiano negli oceani di tutto il Pianeta. Enormi ammassi di rifiuti che contengono miliardi e miliardi di rifiuti, microplastiche, reti da pesca, bottigliette. E ora che ce ne siamo accorti tutti, sembrano molto difficili da eliminare. Soprattutto se prima non cambiamo il nostro modo di gestire i nostri scarti.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
17 maggio 2019

Ne avrai sicuramente sentito parlare e ti sarai indignato nel pensare che nessuno ancora è riuscito a fare qualcosa per eliminarlo. Sto parlando del Great Pacific Garbage Patch, ribattezzata l’isola di plastica, che negli ultimi decenni ha suscitato polemiche e preoccupazione senza però, con la sua presenza, riuscire a modificare davvero il modo di pensare e le abitudini della popolazione mondiale per quanto riguarda la gestione dei rifiuti.

Questa enorme zona di accumulo di immondizia, la più grande al mondo, si trova nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, precisamente tra la California e le Hawaii. Questa massa di plastica, che ormai ha raggiunto le dimensioni di due volte l'Italia, si è creata perché in corrispondenza del vortice oceanico subtropicale del Pacifico del nord, dove le correnti convergono l’una verso l’altra trascinando con sé i detriti che si ammassano gli uni sugli altri continuando a vorticare e ad aumentare di anno in anno.

La chiamano tutti “isola", anche se è un termine sbagliato. Su quell’ammasso di rifiuti di certo non ci puoi camminare e in alcuni punti potresti avere l’impressione che l’acqua sia addirittura pulita e libera. Niente di più sbagliato. Perché a far parte del Great Pacific Garbage Patch non sono soltanto bottiglie intere, cassette della frutta, sacchetti, contenitori e reti da pesca. Là in mezzo, miliardi e miliardi di microplastiche inquinano l’acqua e l’ecosistema, forse in modo ancora maggiore rispetto ai loro corrispettivi visibili. E, sicuramente, sono ancora più complicate da raccogliere, se mai qualcuno riuscisse a capire come farlo.

Ma facciamo un passo indietro. Questo strano “luogo”, su cui non è possibile camminare e che non è visibile a occhio nudo né dallo spazio, è stato scoperto per la prima volta nel 1988 dai ricercatori della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Una decina di anni dopo Charles Moore si ritrovò nel bel mezzo di questo mare di plastica con la sua barca a vela, e portò la sua testimonianza sotto gli occhi di tutto il mondo. Le persone iniziarono così a rendersi conto di dove la loro immondizia poteva andare a finire. Ma l’effettivo funzionamento di quelle correnti che trascinano e accorpano quelli che ora sono quantificabili come 1,8 triliardi di oggetti fu analizzato e compreso dall’oceanografo Curtis Ebbesmeyer, impegnato a seguire i movimenti di oggetti dispersi nel mare come le migliaia pappardelle galleggianti perse da un container di una nave cargo nel 1992.

Studi recenti hanno verificato che quasi la metà (46% circa) degli scarti che compongono il Garbage Patch sono reti e attrezzature da pesca, mentre per il resto è formata da metalli leggeri, plastica proveniente dalle nostre case e microplastiche.

E non è l’unica. Nelle acque di tutto il Pianeta, di “isole di plastica” ce ne sono almeno altre cinque. A partire dall’altra ospite dell’oceano Pacifico, la South Pacific Garbage Patch, situata al largo del Cile e grande circa 2,6 milioni di chilometri quadrati, fino a quella che galleggia indisturbata nel nord dell’oceano Atlantico con i suoi 200.000 detriti per km quadrato. E ancora, la South Atlantic Garbage Patch, quella che infesta l’oceano Indiano e ancora quella che si trova al largo del Circolo polare artico.

Tante grandi discariche lontane dai nostri occhi e dal nostro cuore, ma non dal nostro stomaco e dalla nostra salute, considerato che, come ho ripetuto spesso nel corso di questa rubrica, le microplastiche vengono costantemente ingerite da pesci e animali che, prima o poi, vengono pescati e cucinati sui nostri fornelli o serviti al nostro tavolo al ristorante.

In molti sono all’opera per cercare di ripulire gli oceani da questi enormi mucchi di immondizia, allo stesso modo in cui pulirebbero una piscina con la rete apposita. Ma la risposta sembra più complicata del previsto. Soprattutto se alla base non c’è un vero, reale cambio di prospettiva nella produzione stessa del rifiuto plastico. Perché se non cambiamo noi il nostro modo di concepire e produrre il rifiuto, impedendo alla plastica di arrivare al mare, come può la pulizia e l’eliminazione di queste isole rappresentare la soluzione?

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…