La sfida dell’agrivoltaico sostenibile: produrre energia pulita senza sottrarre spazio alle colture

ENEA ha lanciato la prima rete nazionale per promuovere l’agrivoltaico sostenibile, una pratica relativamente nuova ma sulla quale l’Italia è pronta a scommettere, come dimostra il suo inserimento nel Pnrr (con un investimento di 1,1 miliardi di euro). Manca ancora, tuttavia, una cornice normativa precisa.
Federico Turrisi 5 Giugno 2021

Si fa presto a dire agrivoltaico (o agrovoltaico). Riuscire a combinare agricoltura e produzione di energia da impianti fotovoltaici, senza sottrarre all'uno o all'altro preziosi chilometri quadrati di superficie, potrebbe dare un importante contributo nel raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra previsti dal Pniec (il Piano Nazionale Integrato Energia Clima). Non è un caso che lo sviluppo dell'agrivoltaico sia indicato all'interno della missione 2 ("Rivoluzione verde e Transizione ecologica") del Pnrr, ovvero del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: l'obiettivo dell'investimento, pari a 1,1 miliardi di euro, è quello di installare a regime una capacità produttiva da impianti agrivoltaici di 1,04 GW, che produrrebbe circa 1.300 GWh annui.

In questo ambito l'Italia ha tutte le potenzialità per diventare il primo della classe in Europa. C'è un però: dal punto di vista normativo, l'agrivoltaico non esiste. E ciò rischia di essere un freno, oltre a generare confusione. Proprio per condividere conoscenze e per arrivare alla definizione di un quadro metodologico e normativo, alla formulazione di linee guida per la progettazione e valutazione degli impianti, fornendo strumenti di supporto ai decisori politici, alla fine dello scorso aprile ENEA (l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) ha lanciato la prima rete italiana per l'agrivoltaico sostenibile. L'iniziativa è aperta a istituzioni, università e associazioni di categoria.

Ma che cose cosa s'intende precisamente per agrivoltaico sostenibile? Diciamo subito che si tratta di una materia molto complessa, e che eviteremo di scendere in dettagli tecnici. Comunque, per saperne di più, abbiamo interpellato Alessandra Scognamiglio, ricercatrice ENEA del Laboratorio Dispositivi innovativi (Divisione Fotovoltaico e Smart Network del Dipartimento Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili) presso il Centro ricerche di Portici e coordinatrice della task force AgrivoltaicoSostenibile@ENEA.

Innanzitutto, quali sono le differenze con i tradizionali impianti fotovoltaici a terra?

A differenza di un sistema fotovoltaico tradizionale, che ha sostanzialmente un unico obiettivo (cioè quello di produrre energia), nel caso dell’agrivoltaico cerchiamo di raggiungere una sinergia tra la produzione di energia e l'attività agricola. I moduli fotovoltaici sono disposti sostanzialmente in modo da lasciare spazio alle colture e farle crescere tra e sotto di loro. Sia il fotovoltaico sia la fotosintesi delle piante utilizzano infatti la stessa materia prima, ossia l’energia solare: potremmo dire che sono in competizione tra loro, in qualche modo. Il nostro obiettivo è superare questo contrasto trovando un compromesso accettabile.

Che significato ha l'aggiunta dell'aggettivo "sostenibile"?

Non è scontato parlare di agrivoltaico sostenibile. Gli studi finora sono stati compiuti per lo più su impianti di piccola scala. È chiaro che un salto da un impianto di dimensioni ridotte a uno che magari copre una superficie di 300 ettari, come avviene con le domande di autorizzazione che si vedono adesso, è molto grande. C’è bisogno quindi di acquisire una conoscenza scientifica più dettagliata su come si comportano questi due sistemi insieme (fotovoltaico e agricoltura) a supporto dell’elaborazione di un modello di sostenibilità. È
necessario elaborare approcci basati su matrici di valutazione complesse e multidimensionali, sostenute da appropriati parametri ed indicatori di prestazione.

È possibile scattare una fotografia della situazione attuale in Italia?

Purtroppo non con precisione, perché a livello normativo manca una definizione precisa. Ciò significa che esistono impianti che vengono presentati ai processi autorizzativi come “agrivoltaici”, indicando la possibilità di abbinare fotovoltaico ed agricoltura come una misura di mitigazione applicata ad impianti fotovoltaici. Adesso il termine “agrivoltaico” trova posto nel PNRR e anche nel Decreto semplificazioni, pubblicato da pochi giorni; ci si aspetta quindi un’evoluzione normativa. Bisogna dire che tutti i Paesi dell'Unione Europea sono più o meno nelle stesse condizioni, perché l’argomento è nuovo. I paesi più avanzati su questo tipo di pratica sono Giappone e Corea del Sud, che hanno puntato molto sull'agrivoltaico e sono riusciti a sviluppare delle cornici normative ad hoc. L’unico paese europeo che per il momento ha pubblicato bandi specifici per sistemi agrivoltaici è la Francia. Anche la Germania sta lavorando per elaborare un quadro normativo di riferimento.

In che cosa consiste e quali obiettivi si pone la rete nazionale lanciata da ENEA?

Ci siamo ritrovati a rincorrere ciò che sta accadendo nella pratica in maniera velocissima, senza delle specifiche linee di orientamento e senza una cornice normativa. Da una parte, ci sono già diversi impianti in fase di autorizzazione che si definiscono agrivoltaici, ma in cui la sinergia tra fotovoltaico e agricoltura è tutta da dimostrare. Dall'altra, diverse aziende che operano sul territorio nazionale hanno manifestato interesse per il tema, ma hanno incontrato delle difficoltà rispetto a procedimenti autorizzativi complessi, lunghi, e il cui esito non è mai scontato, in assenza di linee guida di riferimento. Abbiamo pensato di colmare un vuoto di conoscenza, con il proposito di elaborare una metodologia a supporto della sostenibilità dei sistemi agrivoltaici, e definire in tal senso delle linee guida. Abbiamo poi ritenuto opportuno raccordare le singole iniziative già esistenti in una rete nazionale, alla quale chiamiamo a partecipare non soltanto le imprese raggruppate in associazioni di categoria, ma anche le istituzioni locali, i decisori politici e il mondo accademico e della ricerca.

L’Italia può diventare una sorta di laboratorio per l’agrivoltaico?

Certamente. Abbiamo l’attenzione delle imprese del settore, perché con il Pnrr sono previsti importanti investimenti per favorire lo sviluppo dell'agrivoltaico. Il passaggio legislativo è però cruciale. Noi possiamo lavorare sulla parte di ricerca scientifica, di aiuto nel networking e nella definizione di approcci adeguati; ma senza un indirizzo chiaro è più difficile immaginare degli obiettivi concreti.

Foto di copertina: Agrovoltaico® Plant Rem Power Virgilio, Borgo Virgilio (Mantova). Foto di Nicola Ventura