La storia di Natalia: trovata in fin di vita e curata in un centro di recupero, presto tornerà a nuotare libera

Lei è stata fortunata, ma non sempre le tartarughe marine riescono a sopravvivere quando si imbattono in corpi estranei come rifiuti, microplastiche o reti da pesca. I progetti come tartAmare, nel centro di recupero tartarughe marine a Marina di Grosseto, si occupano di riabilitare gli esemplari feriti per restituire loro la libertà il prima possibile, ma anche di sensibilizzare le persone nel rispetto di questi animali.
Sara Del Dot 5 giugno 2020

L’hanno trovata il 23 dicembre sulla spiaggia di Giannella. Aveva entrambe le zampe anteriori fratturate, un’infezione molto grave ed era completamente avvolta in una corda che, mordendo per liberarsi, aveva ingerito compromettendo le sue funzioni intestinali. Alla fine, però, la voglia di vivere ha avuto la meglio e presto potrà tornare libera. Perché le tartarughe marine è “impossibile pensarle in cattività”.

Natalia, così l’hanno chiamata, è una tartaruga marina Caretta caretta, la cui età è di difficile definizione perché ne ha passate davvero tante, quando è arrivata aveva bisogno di qualunque tipo di cura.

“Nonostante la corda in cui era rimasta impigliata avesse bloccato completamente i suoi movimenti, Natalia è riuscita a farsi trasportare dalle onde su una spiaggia.” Racconta Luana Papetti, responsabile scientifico del progetto tartAmare per la conservazione e salvaguardia delle tartarughe marine. Una volta arrivata al centro di recupero di Marina di Grosseto, Natalia è stata sottoposta ad analisi, cure antibiotiche per trattare le profonde ferite causate dalla corda e fisioterapia per le zampe rotte. Ora sta bene, anche se i segni del dolore che ha provato se li porta tutti addosso.

Corde, reti e attrezzature da pesca sono uno dei peggiori nemici di questi anfibi, che spesso (troppo spesso) rischiano di morire perché rimangono impigliate nelle reti strascico che vengono lasciate sul fondo del mare anche per diverse ore. E loro, per respirare, hanno bisogno di ossigeno.

Eppure questo è soltanto uno dei pericoli in cui questa specie a rischio estinzione incorre. Quello più recente, e forse più dannoso per loro, è la quantità enorme di rifiuti plastici che affollano il loro habitat e che regolarmente vengono scambiati per cibo. Un semplice sacchetto di plastica può risultare letale per una tartaruga marina, perché ai suoi occhi appare molto simile alle meduse di cui solitamente si nutre. E purtroppo non è una questione solamente visiva. Rimanendo in mare anche per interi decenni, infatti, queste materie plastiche si impregnano dell’odore di alghe, pesci e altri elementi marini, risultando ancora più appetibili a naso e palato.

Per salvaguardarne la sopravvivenza e garantirne cura e protezione, tartAmare si occupa di recuperare gli esemplari feriti come Natalia, riabilitandoli per tornare in mare il prima possibile, ma non solo. Volontari e professionisti che operano nel centro di recupero, che si trova a Marina di Grosseto, organizzano iniziative di sensibilizzazione e si occupano anche di reperire e mettere in sicurezza i nidi, che a volte vengono posizionati in luoghi delle spiagge troppo trafficati, come ad esempio tra gli ombrelloni dei bagnanti. Come lo fanno? Partendo di buon’ora in sella a alla “tartabike” e andando a cercarli. Un lavoro faticoso, ripagato dalla soddisfazione di restituire dignità e vita a un animale silenzioso e schivo, il cui sguardo non smetterà mai di ringraziare.