L’allarme sul glifosato è giustificato? Le voci di chi lo difende

Lo Iarc l’ha classificato come “probabilmente cancerogeno”, ma tutte le altre agenzie internazionali di regolamentazione sono di un altro avviso. Eppure la monografia dello Iarc sul glifosato è la più ripresa dai mass media. Il sospetto è che quello sulla molecola sia diventato ormai un dibattito mediatico, e non più scientifico.
Federico Turrisi 28 Novembre 2019

Tenere insieme i molteplici aspetti della vicenda riguardante il glifosato non è facile. Del resto stiamo parlando di un numero elevatissimo di studi, dossier e altri documenti per un totale di decine di migliaia di pagine. E poi inchieste giornalistiche, comunicati stampa di aziende e istituzioni, tra accuse reciproche e retroscena degni di un thriller. Per chi fa informazione e per chi si informa il rischio diventa allora quello di avere una visione parziale.

Senza dubbio una delle narrazioni che si è imposta è la seguente: Monsanto si comporta in maniera scorretta e poco trasparente, il glifosato è probabilmente cancerogeno (lo ha detto lo Iarc, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, nel 2015 inserendolo nel gruppo 2a), avvelena gli agricoltori e rappresenta una minaccia anche per la salute dei consumatori. Ma non sono pochi neanche coloro che ritengono fuorviante una narrazione del genere, in quanto avrebbe lo scopo di spaventare l'opinione pubblica. E più che mettere in guardia rischierebbe solo di creare allarmismo.

"I racconti che fanno trasmissioni nostrane come Report e Indovina chi viene a cena sono assolutamente faziosi." – sottolinea Roberto Defez, primo ricercatore all'Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR di Napoli, dove dirige il gruppo di ricerca di Biotecnologie microbiche – "Non tengono conto di una marea di dati opposti a quelli che loro espongono. Falsificano alcuni passaggi, per esempio mostrando gli aerei che irrorano i campi di pesticidi, una pratica che in realtà è vietata in Europa. Evidentemente è un modo per influenzare gli spettatori. Ignorare dei dati è una scelta precisa che porta con sé dei pregiudizi".

"Ci sono dei Paesi, come l'Argentina, dove si fa un uso improprio, direi anche barbaro, dei formulati commerciali." – aggiunge Donatello Sandroni, giornalista e divulgatore scientifico che si occupa prevalentemente di agrochimica, nonché autore del libro Orco glifosato: storia di lobby, denaro, cancri e avvocati – "I velivoli vengono caricati con il Roundup, ma anche con altri pesticidi, insetticidi e fungicidi, e irrorano oltre ai campi anche le persone, più volte al giorno. È ovvio che poi questi individui si ammalano, perché sono sottoposti a esposizioni stellari e assorbono in un giorno quello che neanche in una vita assorbe una persona comune. Dare la colpa al glifosato, che fra tutte quelle sostanze chimiche utilizzate è forse la meno tossica, mostrando solo questi usi disumani in Argentina non è
certo indice di obiettività.

In merito sempre alla rappresentazione mediatica Sandroni fa anche notare un altro dato che riguarda la Francia. Non dimentichiamo che proprio un quotidiano francese, ossia Le Monde, è stato l'autore dell'inchiesta Monsanto Papers che ha messo in imbarazzo la multinazionale americana.

"In Francia nel 73% dei casi negli articoli è stata citata la monografia della Iarc, solo nel 12% la valutazione di Efsa, e infine nel 6% quella di Echa. Poi uno si chiede perché più del 70% dei francesi è contro l’uso del glifosato. È chiaro che se piloti l’informazione e fai sentire solo una campana tra la popolazione prevarrà un sentimento di avversione".

Ma oltre ai Monsanto Papers ci sono anche quelli che potremmo definire gli "Iarc Papers". Sul gruppo di lavoro che ha curato la monografia sul glifosato ci sono alcune ombre su cui lo stesso organismo con sede a Lione non ha mai fatto chiarezza.

"Aaron Blair, epidemiologo dello Us National Cancer Institute e chairman del gruppo Iarc che ha valutato il glifosato, ha ammesso in tribunale, a monografia già pubblicata, di essere stato a conoscenza e di non aver informato i colleghi di un ampio studio sul glifosato, pubblicato poi solo alla fine del 2017 (lo Iarc, per regolamento, valuta solo gli studi scientifici già pubblicati su riviste, ndr)." – prosegue Sandroni – "Si trattava di una accurata ricerca epidemiologica, condotta su oltre 50 mila persone, che stabiliva che non c'era correlazione tra l'esposizione al glifosato e la formazione di diversi tipi di tumore, tra cui il linfoma non-Hodgkin. Questa ricerca avrebbe cambiato tutto, ma chissà per quale motivo è stata tenuta chiusa nel cassetto. E non è finita qui. È emerso che Christopher Portier, presidente della commissione Iarc che nel 2014 ha dato il via libera all'indagine sul glifosato, era attivista all'Environmental Defense Fund, associazione ambientalista statunitense contro l'uso dei pesticidi, e aveva firmato un contratto di consulenza con Weitz&Luxenberg, lo studio legale che stava preparando la class action contro Monsanto. Insomma, un conflitto di interessi grande come una casa".

Lo Iarc effettivamente rappresenta un caso isolato. Tutte le altre agenzie di regolamentazione che si occupano della valutazione del rischio, come le europee Efsa ed Echa o l'americana Epa, si sono espresse invece per scagionare il glifosato. Possibile che siano tutte al soldo di Bayer-Monsanto e dell'industria dell'agrochimica, noncuranti della tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini?

"Che i residui di glifosato siano ovunque è un fatto innegabile, ma non si deve confondere il concetto di presenza con quello di danno. Bisogna invece confrontare i livelli di esposizione con quello che dicono gli studi tossicologici." – sostiene Sandroni – "Scientificamente il rischio zero non esiste, si parla invece di rischio trascurabile. Se prendiamo in considerazione ciò che mangiamo e l’Adi (Acceptable Daily Intake), che è la dose giornaliera accettabile, notiamo che, rispetto a quello che ci dice la tossicologia essere sicuro, assumiamo una quantità nettamente inferiore. Per assimilare la dose ritenuta sicura per l’uomo bisognerebbe mangiare circa 250 chili di pasta al giorno. Il rischio per il consumatore è quindi davvero basso. Si fanno più danni in 5 minuti fumando una sigaretta che in un anno di alimentazione. Che senso ha allora fare terrorismo per pochi microgrammi su una mela, quando in un bicchiere di vino ci sono 20 grammi di alcol, molto più nocivo per la salute? E lo Iarc, ricordiamolo, ha messo le bevande alcoliche nel gruppo 1".

Il glifosato è in commercio da più di 40 anni. Si è rivelato uno strumento efficace e soprattutto economico per tenere sotto controllo le erbe infestanti. Si tratta pur sempre di chimica, quindi di qualcosa che non è certo connesso a un'idea di salubrità. Siamo tutti d'accordo che sarebbe bellissimo adottare un modello di agricoltura più sostenibile e naturale su larga scala. Ma è questo ciò che ci attende se l'utilizzo del glifosato dovesse essere bandito? Basta andare all'attacco di una multinazionale per cambiare l'intero sistema?

"Bayer-Monsanto in fin dei conti vende prodotti: se il mondo non vuole più il glifosato o altre molecole chimiche di sintesi il business si orienterà su qualcos’altro, è inevitabile. C’è da dire che Monsanto varie volte ha avuto un atteggiamento arrogante e non molto corretto. Metti dunque insieme una delle multinazionali più antipatiche del mondo, il simbolo degli agrofarmaci e dei pesticidi, una narrazione sempre più ecologista, giustissima ma non sempre razionale, ed eccoci arrivati al punto in cui siamo", conclude Sandroni.

"Il sostituto del glifosato c'è già. Si chiama acido pelargonico." – dice Defez – "Ha una tossicità analoga a quella del glifosato, ma richiede dei costi superiori per il suo uso. Va da sé che ogni molecola ha dei vantaggi e degli svantaggi e non è detto che cambiare l'una con l’altra sia meglio. Il glifosato invecchierà e diventerà obsoleto. È un processo fisiologico, e infatti si stanno già sviluppando piante resistenti al composto chimico. Però un conto è eliminarlo per ragioni agronomiche, un altro eliminarlo per ragioni mediatiche e politiche".