Le api? Troppo preziose per perderle

Senza di loro non diremmo addio soltanto al miele. È importante cercare di proteggere questi insetti impollinatori perché rappresentano un tassello fondamentale all’interno dell’ecosistema e da loro dipende un terzo della produzione agricola mondiale, come ci spiega anche l’entomologo Francesco Nazzi.
Federico Turrisi 20 Maggio 2021

Le api non se la passano affatto bene. E questo è un problema. Un grosso problema. Oggi 20 maggio è la giornata mondiale dedicata proprio a loro. Quale occasione migliore per approfondire le cause del drammatico declino che stanno vivendo gli insetti impollinatori in diverse aree del pianeta e comprendere meglio perché, in fondo, il loro destino è legato a doppio filo al nostro. Ne abbiamo parlato con Francesco Nazzi, professore associato all’Università degli Studi di Udine (dove insegna Zoologia e Apidologia e Apicoltura), nonché autore del libro "In cerca delle api – viaggio dall’alveare all’ecosistema".

Partiamo da una domanda molto diretta: che mondo sarebbe senza api?

Intanto sarebbe un mondo meno colorato. I colori della vegetazione hanno a che vedere in larga misura con i fiori delle piante angiosperme, che sono variopinti proprio per attirare gli insetti e gli altri animali. Potremmo dire che in un certo senso le api sono i pittori dei prati. Ma la questione va al di là dell’aspetto estetico. Il punto è che tra le angiosperme troviamo la maggior parte delle piante che sono importanti per la nostra alimentazione e per quella degli animali di cui ci nutriamo. Si stima che un terzo della produzione agricola mondiale dipenda dagli impollinatori animali. Un mondo senza api sarebbe quindi un modo con meno cibo per gli uomini. Infine, c’è anche un aspetto squisitamente culturale: l’uomo ha a che fare da millenni con le api, che hanno ispirato racconti, poesie e perfino opere filosofiche, come nel caso di Bernard de Mandeville. Senza di loro verrebbe meno un pezzo della nostra storia.

Insomma, sarebbe una perdita dal valore inestimabile.

Naturalmente. Ma mi permetto di dire che la perdita di qualsiasi tassello della biodiversità rappresenterebbe una disgrazia di portata incalcolabile. Spesso non possiamo neanche immaginare quale siano gli impatti dovuti all’estinzione di una specie. Il fatto che gli organismi interagiscano fra di loro all’interno degli ecosistemi fa sì che si formino delle reti di una tale complessità che è molto difficile immaginare le conseguenze della rottura di un anello.

Per quale motivo le api vengono definite delle sentinelle dell’ambiente?

Prendiamo un alveare come punto centrale, consideriamo un raggio che può raggiungere i 2 chilometri e tracciamo un cerchio. L’area di quest’ultimo rappresenta il territorio che le api perlustrano palmo a palmo in cerca di cibo. Per fare un barattolo di miele devono aver visitato milioni di fiori. In poche parole, le api si imbattono in tutto quello che c’è sul territorio. Analizzando il polline trasportato dagli insetti nell’alveare si possono trovare, per esempio, tracce delle sostanze chimiche utilizzate nei campi circostanti.

E infatti la contaminazione da pesticidi è considerata una delle principali minacce alla loro sopravvivenza. Quali sono le altre?

Il declino delle api ha a che fare con fattori concomitanti molto differenti. Non c’è una sola causa. Dagli anni Ottanta circa, in Italia e non solo, il problema più grave per le api mellifere è rappresentato da un acaro, la Varroa destructor, che causa una malattia parassitaria e può trasmettere dei virus in grado di decimare una colonia. Un’altra causa importante è la qualità dell’ambiente frequentato dalle api. Quando si parla di consumo di suolo, si intende il fatto che sempre più chilometri quadrati vengono sottratti alla natura per cementificare o asfaltare; senza contare lo spazio che viene dedicato a monocolture, eccetera. Di fatto, per vivere, le api hanno bisogno di fiori. Altrimenti fanno la fame. In assenza di un rifornimento adeguato (per qualità e quantità) di nettare e di polline, la loro salute diventa molto vulnerabile. Come accade a noi esseri umani, è chiaro che su una persona malnutrita l’impatto di una malattia può essere più forte. La terza causa è l’inquinamento, di cui si accennava anche prima. Spesso nei campi che le api frequentano vengono usati insetticidi per combattere gli insetti dannosi per le colture. Ma anche gli “organismi non bersaglio”, tra cui appunto le api, finiscono per essere colpiti.

E poi c’è anche il cambiamento climatico.

Le api dipendono dalla flora. La flora a sua volta dipende dal meteo e dal clima. È chiaro quindi che ciò che impatta sull’ambiente influenza anche la vita delle api. Il vero problema è che tutte queste cause interagiscono tra di loro.

A questo punto le chiedo, quali sono i mezzi per contrastare il declino delle api?

Per fortuna ci sono molte cose che si potrebbero fare: azioni diverse per attori diversi, dai cittadini ai governanti. Per un ricercatore come me l’obiettivo è capire fino in fondo problemi complessi e proporre possibili soluzioni. Un comune cittadino potrebbe agire nel suo piccolo esercitando le sue opzioni di consumatore responsabile. L’amministratore invece dovrebbe occuparsi della gestione dell’ambiente e del territorio. Infine ci sono gli agricoltori: per le ragioni che dicevamo prima, tutto ciò che fanno a favore degli impollinatori, lo fanno a favore di se stessi, è nel loro interesse lavorare per le api.

Si parla molto anche di alveari urbani. Sono davvero utili?

Possono essere utili per proporre un approccio più attento alla natura e alla biodiversità, anche dove essa è fortemente condizionata da strade ed edifici. Possono quindi avere una certa importanza dal punto di vista simbolico. In ogni caso, non è escluso che si possa produrre del miele in città. Ma ad una condizione: che ci sia abbastanza vegetazione nei dintorni dell’alveare, poichè non dobbiamo condannare le api a una vita di stenti.