Le barriere coralline sono in pericolo: ecco perché bisogna proteggerle a tutti i costi

Oggi è la giornata mondiale degli oceani. A pagare le conseguenze più pesanti di un aumento della temperatura media globale potrebbero esserci le scogliere coralline. Ma che cosa succederebbe se le perdessimo? E che cosa s’intende esattamente per sbiancamento dei coralli? Lo abbiamo chiesto a Paolo Galli, docente di ecologia all’Università Milano-Bicocca e direttore del MaRHE Center.
Federico Turrisi 8 Giugno 2021

Tutti sappiamo quanto sia vitale per il nostro pianeta preservare le foreste. E non solo per la loro azione di assorbimento e stoccaggio dell'anidride carbonica, ma anche perché sono un concentrato di biodiversità. Lo stesso discorso, portato da un ambiente terrestre a uno marino, vale per le barriere coralline (o scogliere coralline, come sarebbe meglio dire). Anche in questo caso stiamo parlando di un ecosistema complesso e allo stesso tempo fragile, minacciato dagli effetti del cambiamento climatico, dall'inquinamento e dalle attività umane.

Come gli alberi, anche i coralli, in un certo senso, possono "bruciare": se la temperatura dell'acqua, infatti, sale anche di pochi gradi e per un periodo abbastanza prolungato, essi muoiono. E non si può più tornare indietro. A meno che non si intervenga sulle parti di barriera corallina rimaste ancora in vita, come ci spiega Paolo Galli, professore ordinario di ecologia presso il Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Università Milano-Bicocca nonchè direttore del centro di ricerca internazionale MaRHE Center (Marine Research and High Education Center), che ha sede sull'isola di Magoodhoo, nelle Maldive.

Qual è il ruolo delle barriere coralline all'interno degli ecosistemi marini?

Se ci basiamo su una visione antropocentrica, le barriere coralline sono fondamentali perché, come dice il nome stesso, costituiscono una barriera naturale in grado di proteggere coloro che vivono in prossimità delle coste dalla forza del mare, nella fascia tropicale e sub-tropicale. Dal punto di vista naturalistico, le barriere coralline sono fonte di cibo e di rifugio per un grande numero di organismi; sono zone di caccia per alcune specie animali e zone di riproduzione per altre. In poche parole, sono luoghi caratterizzati da una ricchissima biodiversità.

Come influisce il cambiamento climatico sulle barriere coralline?

Quando l'acqua si riscalda oltre i 30 gradi, i coralli muoiono, perchè si rompe il legame tra i polipi e le alghe unicellulari con cui vivono in simbiosi. Non dimentichiamoci che i coralli, anche se funzionano un po' come delle piante, sono a tutti gli effetti degli animali. Il loro scheletro è costituito da carbonato di calcio ed è rivestito, diciamo così, da una sorta di guanto, rappresentato dal tessuto sano. Ebbene, quando il corallo muore di fronte a uno stress termico prolungato, il guanto si sfalda lasciando scoperto lo scheletro di carbonato di calcio, che è di colore bianco. Ecco perché si parla di sbiancamento dei coralli (bleaching, in inglese).

Che cosa succede a questo punto?

Innanzitutto, viene a mancare cibo per molti pesci. Salta un anello all'interno della catena alimentare marina. Inoltre, bisogna considerare che la barriera corallina è una struttura tridimensionale. Quando i coralli muoiono, questa struttura lentamente si disfa e si abbassa. Viene meno così anche quell'"effetto barriera" che ho menzionato prima.

Un evento come lo sbiancamento è irreversibile?

Per i coralli morti non c'è più niente da fare. Tuttavia, la vita in una scogliera corallina può ripartire dalle zone non interessate dallo sbiancamento. La ricolonizzazione è più faticosa, ma si può fare. Una delle attività che svolgiamo noi come centro di ricerca è proprio quella di cercare di ricostruire le barriere coralline danneggiate. Attraverso una tecnica chiamata coral restoration, è possibile riportare una barriera corallina al suo antico splendore. Certo, sarebbe meglio che eventi di sbiancamento non si verificassero proprio; per questo motivo, se vogliamo tutelare le barriere coralline, occorre ridurre le emissioni di gas serra e contenere il più possibile il riscaldamento globale.

Quali filoni di ricerca seguite al MaRHE Center?

Lo scorso febbraio abbiamo firmato un accordo con il governo delle Maldive per tracciare delle linee guida sul ripristino delle scogliere coralline locali, partendo dal censimento delle tecniche che vengono impiegate nell'arcipelago e dall'individuazione di quelle più efficaci. Poi, la ricerca non si ferma mai per definizione. Quello che facciamo noi è trovare nuove idee, sperimentare nuove soluzioni. Per esempio, stiamo cercando di capire quali sono i substrati rocciosi in grado di attirare le larve natanti dei coralli, permettendone l'insediamento. Oppure, abbiamo sviluppato (insieme all'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova) un "cerotto" per curare i coralli colpiti da infezioni batteriche, virali o fungine. Un aspetto fondamentale rimane sempre la multidisciplinarietà, ovvero confrontarsi con competenze diverse.

Una cosa sembra certa: il futuro per le barriere coralline non si prospetta roseo.

Non è compito del ricercatore disperarsi. Il nostro lavoro è quello di fornire degli strumenti per cercare di risolvere i problemi e consentire ai politici di prendere la decisione migliore. Il destino delle barriere coralline non è già scritto. Dovremmo aver capito ormai quanto sia importante proteggerle. Bisogna soltanto agire di conseguenza.