L’Italia è il secondo esportatore di pesticidi vietati in Ue: i risultati dell’indagine di Greenpeace e Public Eye

Un’indagine che ha fatto emergere le enormi contraddizioni che coinvolgono l’esportazione e la produzione di pesticidi che sì, sono vietati in Ue ma che possono essere venduti a Paesi extra europei. E il secondo principale esportatore siamo proprio noi.
Sara Del Dot 11 settembre 2020

Una contraddizione in piena regola, che dimostra ancora una volta quanto gli interessi economici vadano oltre la consapevolezza e la tutela della salute. Secondo una nuova indagine condotta dal gruppo investigativo di Greenpeace Uk e dalla svizzera Public Eye, l’Unione europea continua a esportare pesticidi ed erbicidi che nei suoi paesi sono stati vietati. Destinandoli nella gran parte dei casi a realtà che non riescono a tutelarsi adeguatamente, anche a livello normativo.

In tutto questo, il nostro Paese non fa certo una bella figura. Infatti nel 2018 l’Italia ha autorizzato l’esportazione di 9.000 tonnellate di pesticidi vietati in Ue, assestandosi al secondo posto come maggior esportatore dopo la Gran Bretagna, che non facendo più parte dell’Unione ci ha regalato il triste primato.

Nel corso dell’inchiesta, le organizzazioni hanno analizzato le notifiche di esportazione che le aziende sono costrette a produrre e presentare. E ciò che ne è emerso è stato a dir poco scioccante. In pratica, nel 2018 sono partiti dai paesi europei 41 prodotti fitosanitari vietati nell’Unione, destinati a 85 paesi extra europei per un volume complessivo di 81.615 tonnellate di pesticidi. Di questi, il 12%, ovvero 9.500 tonnellate vengono esportate proprio dall’Italia, sotto forma di 10 prodotti nocivi che partono dal nostro paese con destinazione Stati Uniti, Australia, Canada, Marocco, Sud Africa, India, Giappone, Messico, Iran e Vietnam.

Alcuni dei prodotti interessati sono il trifluralin puro, una sostanza sospetta cancerogena che, appunto, è stata bandita in Ue dal 2007. Per il suo utilizzo, ma non per produzione ed esportazione. A questo si aggiungono erbicidi come ethalfluralin, un diserbante tossico a base di atrazina e uno a base di achalor, prodotto definito molto tossico per gli organismi acquatici.

Questi prodotti vengono utilizzati sulle coltivazioni agricole dei paesi più poveri, che non hanno leggi severe a tutela di territori e persone per poi con molta probabilità tornare indietro sulle nostre tavole, nel cibo che importiamo da questi Paesi (ad esempio l’avocado).

La domanda, naturalmente sorge spontanea. Come è possibile che gli stessi Paesi che vietano una sostanza nei loro campi continuino a produrla, questa sostanza, e a venderla ad altri Paesi mettendo in pericolo i loro cittadini ed ecosistemi?