La plastica fa male: ecco altre tre buone ragioni per ridurne l’utilizzo

Tre nuove ricerche ti aiutano a ricordare come l’inquinamento da plastica sia un problema serio e urgente. Microplastiche sono state ritrovate nell’intestino di un invertebrato che vive in Antartide e frammenti ancora più piccoli sono stati scoperti all’interno di un particolare tipo di pianta utilizzata negli esperimenti in laboratorio. Un istituto tedesco, invece, ha ritrovato nell’oceano Pacifico dei rifiuti dei plastica che dopo oltre due decenni non si erano deteriorati nemmeno un po’.
Kevin Ben Ali Zinati 27 giugno 2020

La plastica non risparmia niente e nessuno: l’aria, il suolo, i mari e gli oceani, gli ecosistemi e gli animali che popolano la Terra. Se ci segui vuol dire che anche tu credi nella tutela dell’ambiente contro una delle forme più devastanti di inquinamento di cui noi uomini siamo l’origine. Te lo abbiamo raccontato spesso: la plastica ormai è purtroppo una delle nostre compagne di vita non solo grazie al basso costo, sia di produzione che di acquisto, ma anche alla comodità dell’usa e getta che ci ha regalato. Più plastica nelle nostre giornate significa sfortunatamente sempre più rifiuti che finiscono dove non dovrebbero. Quello legato alla plastica, poi, è un inquinamento doppio. Ci sono le reti da pesca, i sacchetti, le bottiglie e i flaconi che vedi galleggiare nei mari e ingarbugliare tartarughe e delfini e poi ci sono i rifiuti invisibili: le microplastiche e le nanoplastiche . Quelle ingerite dagli esseri viventi che portano virus o batteri anche fino all’uomo e quelle trasportate dai venti o dalle correnti che invadono luoghi impensabili e teoricamente inviolabili. Per darti un’idea dell’urgenza ti riporto altre tre nuove ragioni. La scoperta di microplastiche nell’intestino di un raro invertebrato dell’Antartide, all’interno di alcune specie di piante e la conferma che anche dopo 20 anni, la plastica non si deteriora neanche un po’. Tre studi scientifici che ribadiscono l’urgenza di fermare questo inquinamento.

Nell’intestino di un invertebrato in Antartide

È stato un gruppo di ricercatori internazionali guidato dall’Università di Siena a scoprire che le microplastiche hanno invaso anche l’ecosistema dell’Antartide. In una ricerca pubblicata sulla rivista Biology Letters gli scienziati hanno scoperto che nell’intestino del Cryptopygus antarcticus, un piccolo invertebrato che vive nel suolo dell’Antartide, vi erano tracce di microplastiche. Ad avviare la ricerca era stato un dettaglio passato inosservato a molti ma non ai ricercatori italiani. Nel 2016, durante un’escursione sull'isola di King George, a nord del continente antartico, avevano notato del polistirolo ricoperto di alghe, muschi e licheni: una microflora che rappresenta il pasto dell'invertebrato delle dimensioni di pochi millimetri.

Nel riquadro rosso dell’immagine E il frammento di polistirolo. Fonte: "Plastic everywhere: first evidence of plystyrene frammenti inside the common Antarctic collembolan Cryptopygus antartcicus".

I ricercatori hanno raccolto 18 campioni diversi e li hanno sottoposti ad analisi con la tecnologia di imaging con spettroscopia infrarossa all’Elettra Sincrotrone di Trieste. I risultati hanno confermato il sospetto: nell’intestino dell’invertebrato c’erano tracce di polistirolo. Siccome, poi, il Cryptopygus antarcticus è molto presente nell’ambiente terrestre dell’Antartide, puoi capire che la sua ingestione di microplastiche potrebbe contribuire alla dispersione lungo la catena alimentare nel polo sud: l’ecosistema sarebbe dunque a rischio.

Plastica anche nelle piante

Come ti dicevo all’inizio, la plastica non risparmia nessuno, nemmeno le piante. Un altro studio pubblicato sulla rivista Nature ha messo in mostra le prime prove dirette che le nanoplastiche, ovvero frammenti di dimensioni comprese tra lo 0,001 e lo 0,1 micrometri, sono state assorbite anche da piante terrestri. I ricercatori dell’Università Massachusetts Amherst insieme a colleghi cinesi hanno ritrovato tracce di nanoplastiche nella Arabidopsis thaliana, un'erbacea molto utilizzata negli esperimenti in laboratorio come organismo modello. Per scoprirlo hanno confrontato delle piante “di controllo” con altre coltivate in un terreno mescolato con nanoplastiche: si trattava di particelle con una diversa carica e marcate con una sostanza fluorescente in grado di aiutare a valutare il peso, l’altezza e la crescita delle radici.

Si tratta delle prime prove dirette che confermano la presenza di plastiche anche nelle piante

Dopo sette settimane hanno osservato che le nanoplastiche entrano nel ciclo vitale della pianta, riducendone la biomassa e favorendo lo sviluppo di un fusto più piccolo e di radici molto più corte. Inoltre, anche se serviranno ulteriori approfondimenti, hanno anche capito che le particelle di plastica cariche positivamente sono più difficili da assorbire ma quando succede, sono molto più dannose.

Le piante coltivate: a sinistra quelle di controllo, i campioni centrali e quelli di destra sono quelli nati dal terreno mescolato con le microplastiche. Fonte: "Differentially charged nanoplastics demonstrate distinct accumulation in Arabidopsis thaliana".

Una lunga vita

La plastica è un avversario temibile contro cui la battaglia può durare a lungo. Anche troppo. Pensa che un gruppo di ricercatori del istituto tedesco Geomar e pubblicato su Science Report ha osservato dei rifiuti di plastica recuperati a una profondità di 4150 metri sotto la superficie dell'Oceano Pacifico orientale e ha scoperto che erano perfettamente intatti. Lo choc è arrivato qualche tempo dopo, quando hanno datato i rifiuti, un contenitore per alimenti e una lattina di Coca-Cola avvolti in un sacchetto di plastica.

Rifiuti di plastica sono stati ritrovati intatti anche a oltre 4000 metri di profondità nell'oceano Pacifico

Dall’analisi del codice e del marchio del contenitore e grazie alla scoperta che la lattina apparteneva a una tiratura in edizione limitata, i ricercatori hanno individuato la data di nascita dei due oggetti: il 1988 per il contenitore e il 1996 per la lattina. Le successive analisi ottiche, spettroscopiche, fisiche e microbiche hanno confermato che che dopo più di 20 anni di immersione nelle acque dell’oceano, la plastica è rimasta immutata. Ma non inerte, dal momento che era stata in grado di influenzare le comunità microbiche che crescevano sulla superficie degli oggetti e di rilasciare materiali che si depositano sul fondo degli oceani. Super resistente e onnipresente: la faccenda è urgente.