Lo smart working può ridurre la CO2 emessa di 450 Kg annui a persona, ma serve anche una revisione del modello organizzativo

L’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano ha presentato i dati relativi al risparmio che si potrebbe avere promuovendo l’attività di smart working. A trarne vantaggio sarebbe soprattutto l’ambiente, grazie a una sensibile riduzione delle emissioni di CO2, dell’inquinamento atmosferico e dei consumi energetici. Da solo però non basta, vanno ripensati anche i modelli organizzativi e i processi lavorativi.
Gaia Cortese 20 Ottobre 2022

Con la cessazione dello stato di emergenza causato dalla diffusione del Covid-19, il Paese sembra fare un'inversione di tendenza anche per ciò che riguarda lo smart working. Diminuiscono infatti a circa tre milioni le persone che lavorano da remoto quando lo scorso anno, nello stesso periodo, erano circa quattro milioni.

Eppure lo smart working secondo alcuni dati comunicati dall’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano, potrebbe essere una soluzione efficace per risparmiare energia, ridurre le emissioni di CO2 e salvaguardare l’ambiente.

I dati raccolti sono stati presentati oggi durante il convegno "Smart Working: Il lavoro del futuro al bivio" ed evidenzia come lo smart working comporti una generale riduzione dei costi sia per i lavoratori sia per le aziende che lo adottano e a un impatto ambientale minore.

“In questo momento di grave tensione su costi energetici e inflazione, questo risparmio potrebbe essere impiegato per fronteggiare la crisi e sostenere la redditività aziendale e il potere d’acquisto dei lavoratori – ha commentato Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio del Politecnico -. Le organizzazioni potrebbero valutare di restituire ai lavoratori una parte del risparmio ottenuto, ma nella nostra rilevazione oggi solo il 13% delle aziende del campione prevede per i lavoratori che lavorano da remoto dei bonus o rimborsi che non siano buoni pasto”. 

A conti fatti, sembra che un dipendente che lavora in smart working due giorni alla settimana finisca per risparmiare. Nel suo caso, infatti, il caro bollette peserebbe circa 400 euro l’anno, ma il saldo finale resterebbe positivo per il valore di 600 euro perché risparmierebbe circa mille euro l’anno diminuendo i costi di trasporto e incidendo meno anche sull'inquinamento causato dai mezzi di trasporto non-dolci.

E anche l’azienda otterrebbe un risparmio. Consentendo ai propri dipendenti di lavorare da remoto per due giorni alla settimana potrebbe ottimizzare l’utilizzo degli spazi isolando aree inutilizzate e riducendo i consumi, con un potenziale risparmio potenziale di circa 500 euro l’anno per ciascuna postazione. Associando a questo anche la decisione di ridurre gli spazi della sede del 30 per cento, il risparmio potrebbe aumentare fino a 2.500 euro l’anno a lavoratore. Come conseguenza, anche le emissioni e i consumi energetici diminuirebbero, insieme all'impatto ambientale.

La ricerca del Politecnico di Milano tocca infatti anche la sfera dell’inquinamento atmosferico. In Italia lo smart working potrebbe ridurre le emissioni annue di CO2 di 1.500.000 tonnellate. Il lavoro da casa, infatti, riduce le emissioni di circa 450 chili annui per lavoratore, per effetto non solo della riduzione degli spostamenti, che permette il risparmio di 350 chili di CO2, ma anche per le emissioni risparmiate nelle sedi delle organizzazioni che hanno introdotto lo smart working (-400 chili) al netto delle emissioni aggiuntive dovute al lavoro dalla propria abitazione (in media circa 300 chili).

In Italia lo smart working potrebbe ridurre le emissioni annue di CO2 di 1.500.000 tonnellate. 

Secondo la ricerca “considerando il numero degli attuali dipendenti impegnati da remoto pari a 3.570.000, l’impatto a livello di sistema Paese calcolato sarebbe pari a 1.500.000 tonnellate annue di CO2. Tale quantità è pari a quella assorbita da una superficie boschiva di estensione pari a circa otto volte quella del comune di Milano”.

Ma il benessere del lavoratore è strettamente dipendente anche da una riorganizzazione dei sistemi e dei processi lavorativi, come evidenziano i risultati della ricerca. "La sola possibilità di lavorare da remoto, se non accompagnata da un’opportuna revisione del modello organizzativo, non dà benefici ai lavoratori in termini di benessere ed engagement. I lavoratori che manifestano i livelli più elevati di benessere sono infatti gli smart worker, tra i quali il 13% risulta pienamente ingaggiato, mentre i lavoratori remote non smart privi di flessibilità ulteriori oltre a quelle di luogo di lavoro, risultano avere minore benessere e un livello di engagement molto basso (6%), inferiore non solo ai veri smart worker, ma anche ai lavoratori on-site (12%). Il solo lavoro da remoto, cioè, se non inserito in una cornice più ampia di flessibilità e revisione dei processi, non porta benefici né a livello personale né organizzativo, ma può invece condurre a esiti più negativi persino rispetto a chi non ha alcuna forma di flessibilità come i lavoratori on-site."

Dati alla mano, lo smart working (o comunque una forma mista di lavoro), sembrerebbe avere impatti positivi sia sui consumi energetici ed economici, sia sulle emissioni di CO2. Ma va ripensata tutta la struttura lavorativa, in moodo da pensare al bene del Pianeta, al benessere della persona e salvaguardare l'economia del Paese.