Lo Zimbabwe dice no alle estrazioni minerarie nelle sue riserve naturalistiche

Dopo le proteste degli ambientalisti contro la concessione a due società cinesi delle licenze per ricercare carbone all’interno del parco nazionale Hwange (il più grande del paese), lo stato africano ha deciso di bandire le attività minerarie nelle aree protette per tutelare maggiormente la fauna selvatica.
Federico Turrisi 11 settembre 2020

Pericolo sventato per il parco nazionale Hwange, la più grande area protetta dello Zimbabwe. Stiamo parlando di una pianura di quasi 15 mila chilometri quadrati in cui vivono oltre 30 mila elefanti, insieme a leoni, ghepardi, iene, antilopi, giraffe e altre specie in grave pericolo di estinzione come i rinoceronti. Ebbene, su questa oasi di biodiversità stavano per mettere le mani due colossi minerari cinesi, la Zhongxin Coal Mining Group e l'Afrochine Smelting, che avevano ottenuto inizialmente dallo stato africano il permesso di condurre esplorazioni per estrarre carbone all'interno del parco.

Ma il governo di Harare ci ha ripensato, e anzi ha deciso di prendere un provvedimento più coraggioso: la ministra dell’Informazione Monica Mutsvangwa ha infatti annunciato che verrà imposto il divieto di effettuare attività minerarie con effetto immediato, non solo entro i confini del parco nazionale Hwange, ma anche in tutte le aree protette del paese.

Questo risultato non sarebbe stato raggiunto senza la mobilitazione pubblica. La notizia del rilascio delle concessioni alle due compagnie cinesi aveva infatti scatenato la dura reazione delle organizzazioni ambientaliste. Sui social in poco tempo è diventato virale l'hashtag #SaveHwangeNationalPark per ricordare quanto fosse importante preservare questo autentico santuario della natura.

Poco prima che l'esecutivo del presidente Emmerson Mnangagwa prendesse la sua decisione, l’Associazione degli avvocati ambientali dello Zimbabwe (Zela, Zimbabwe environmental law association) aveva presentato un esposto all'Alta Corte di Harare contro l'autorizzazione governativa concessa alle due compagnie cinesi a effettuare valutazioni di impatto ambientale e perforazioni nel territorio del parco nazionale Hwange. La motivazione? Ciò avrebbe potuto arrecare un grave danno ecologico, alterando gli equilibri di un ecosistema estremamente fragile. Ora, il prossimo passo della Zela è far diventare il divieto in legge statale ed estenderlo anche ai letti dei fiumi, che in Zimbabwe sono sfruttati per l’estrazione dell’oro.