Mangiamo continuamente pesci e crostacei a rischio estinzione

Ti risulta più facile associare una tartaruga al rischio di scomparsa definitiva della specie, mentre servirai in tavola dei gamberi senza farti toppi problemi. La causa di questo problema meno conosciuto si trova soprattutto nella mancanza di restrizioni alla pesca, come evidenzia una ricerca uscita su Nature communications. Una soluzione? Le meduse nel fish and chips.
Gianluca Cedolin 2 Ottobre 2020

"Non mangeremmo mai la carne dei gorilla di montagna o degli elefanti, che sono in grave pericolo di estinzione", ha detto Leslie Roberson, studioso dell'Uq centre for biodiversity and conversation science. E allora per quale motivo continuiamo a pescare e consumare senza nessuna restrizione tantissime specie di pesci, crostacei e invertebrati minacciate? Per una questione di percezione, probabilmente, che ci fa giudicare come di maggior importanza delfini e tartarughe marine invece degli storioni, delle sardine o dei gamberi. Non che i primi non vadano protetti, chiaramente, ma va prestata anche molta attenzione alle piccole specie a rischio estinzione, che sono altrettanto fondamentali per l'ecosistema marino (oltre che per la nostra catena alimentare).

Una ricerca dell'australiana University of Queensland pubblicata su Nature communications ha quantificato questo problema (destinato a esacerbarsi con il continuo aggravarsi della crisi climatica): ci sono almeno 92 specie di pesci e frutti di mare a rischio estinzione, delle quali 11 sono seriamente minacciate. E sono ben 204 i paesi al mondo (praticamente tutti) che catturano o importano specie a rischio estinzione. Questo succede soprattutto per mancanze a livello normativo: pescare le specie a rischi estinzione, sostanzialmente, viene considerato legale, ha spiegato ancora Leslie Roberson, tra gli autori dello studio, e tra l'altro i frutti di mare non devono nemmeno essere etichettati in base alle specie.

Un'industria insostenibile, anche per via delle esportazioni, come ha evidenziato un'altra delle firmatarie della ricerca, la dottoressa Carissa Klein: "Una situazione tipica potrebbe essere quella di una barca che naviga in acque australiane, posseduta da una compagnia cinese, con una ciurma di pescatori delle Filippine; con il pesce che poi viene trattato e venduto in parte in Europa e in parte in Cina: non sappiamo cosa mangiamo, e rintracciare le origini e la specie dei frutti di mare spesso diventa un'impresa". Anche per questo, dobbiamo cercare, per quanto sia complicato, di comprare e mangiare solo pesce fresco, locale e di origini note.

A questo proposito, i ricercatori hanno anche proposto una soluzione per rallentare la pesca indiscriminata di specie a rischio: sostituire il pesce classico con cui mangiamo il fish and chips, un grande classico del takeway soprattutto nel mondo anglosassone, con le meduse. Sarebbe un altro passo per tentare di salvare quelle 92 specie di pesci, crostacei e invertebrati che potrebbero scomparire presto dai mari.