“Nel Recovery Fund manca il pezzo più importante: la natura”: Marevivo chiede attenzioni per biodiversità ed ecosistemi

Energie rinnovabili, economia circolare, efficientamento energetico e gestione dei rifiuti. Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza sono stati destinati alla rivoluzione verde 68,9 miliardi dei 210 totali. Eppure in questo programma sembra mancare proprio la natura.
Sara Del Dot 15 Gennaio 2021

Pochi giorni fa, martedì 12 gennaio, il governo italiano ha approvato il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ovvero la strategia che indica come verranno spesi i soldi elargiti dall'Unione europea all’Italia grazie al programma Next Generation Eu, quello che tutti conosciamo come Recovery Fund e di cui negli ultimi mesi si è discusso molto.

In pratica, abbiamo la possibilità di effettuare investimenti importanti per migliorare diversi aspetti e “preparare il terreno” alle generazioni che verranno (le Next Generations, appunto).

Il denaro che il nostro Paese riceverà ammonta a 210 miliardi di euro (secondo alcune fonti verranno integrati da altri finanziamenti), che verranno utilizzati per intervenire su progetti già in essere o sulla realizzazione di nuovi secondo sei macro aree di interesse, chiamate “missions” quali:

  • digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura;
  • infrastrutture per una mobilità sostenibile;
  • istruzione e ricerca;
  • inclusione e coesione;
  • salute;
  • rivoluzione verde e transizione ecologica.

La presenza di quest’ultima voce, e l’assegnazione a essa della fetta maggiore di fondi (68,9 miliardi) non può che farci riflettere sul fatto che ormai sia avvenuta una presa di consapevolezza da parte delle istituzioni in merito alla necessità di velocizzare concretamente la transizione ecologica di cui si parla tanto, rendendo il territorio e le città non soltanto più funzionali ma più vivibili e forti per la vita futura, cercando quindi di porsi in linea anche con gli obiettivi del Green Deal europeo.

E sebbene gli esperti sottolineino che per cambiare e proteggere l’ambiente rendendolo davvero resiliente sarebbero necessari molti, ma molti più investimenti dedicati, si tratta pur sempre di un punto di partenza, certo non esente da mancanze e problematiche.

Rivoluzione verde e transizione ecologica

Nella parte del Recovery Plan dedicata all’ambiente sono previsti investimenti per ridurre le emissioni di CO2 e mettersi in pari con gli obiettivi del Green Deal. Accanto a questo, c’è anche l’implementazione delle energie rinnovabili e la spinta all’uso dell’idrogeno verde, attività di rimboschimento, riqualificazione degli edifici ed efficientamento energetico, gestione sostenibile delle risorse idriche, la necessità di contrastare il dissesto idrogeologico, la sostenibilità della filiera agroalimentare. Un insieme di tematiche a cui, secondo qualcuno, manca una parte importante.

Grande assente: la natura (soprattutto il mare)

“Questo documento è letteralmente snaturato, nel senso che la natura qui è stata completamente eliminata.” Ferdinando Boero, professore di zoologia all’Università di Napoli Federico II e vicepresidente dell’associazione Marevivo è molto critico nei confronti del Recovery Plan così come è ora, un testo che contiene il termine "biodiversità" appena due volte e che non cita minimamente la tutela degli ecosistemi marini, oggi più fondamentale che mai. Un documento che, secondo il professore, affronta il tema dell’ambiente come se fosse una questione economica e non riguardasse, invece, il pianeta terra e il suo patrimonio naturale.

“Il Green Deal europeo dice che dobbiamo rimetterci in armonia con la natura ed è importante mettere al centro delle politiche comunitarie biodiversità ed ecosistemi. Il problema è che noi abbiamo impostato i nostri sistemi di produzione e consumo sullo sfruttamento del capitale naturale con il solo scopo di far aumentare il capitale economico. Invece è proprio al capitale naturale, alla biodiversità, agli ecosistemi che noi dovremmo restituire la centralità.”

L’impressione, leggendo il documento in quest’ottica, è infatti che a proporre la soluzione sia la stessa mano di chi ha creato il problema per cui la si cerca, questa soluzione. E la strategia potrebbe funzionare, se solo venissero citati anche tutti gli aspetti che coinvolgono il rapporto dell’uomo con gli ecosistemi e la tutela del patrimonio naturale in sé.

Il mare, infatti, non viene nemmeno citato se non per quanto riguarda la gestione dei rifiuti nelle aree portuali. Anche se viviamo un Paese con 8.500 km di coste.

“Tralasciando il mare, di cui non si parla proprio, la parte riguardante la terra parla soltanto di agricoltura, come se i sistemi naturali non esistessero, e di riforestazione come se piantare migliaia di alberi nuovi, tutti della stessa specie e della stessa età, non fosse più problematico che lasciarli direttamente in pace, in grado di auto regolamentarsi. Queste sono proposte vecchie, antiche, che si basano sulle stesse visioni che hanno creato i problemi che ora vorremmo risolvere. Ed è normale, perché a redigerle sono fondamentalmente economisti mentre chi davvero potrebbe dare una risposta viene lasciato fuori.”

La natura, nei nostri modelli educativi, non c’è. Per questo è complicato accorgersi della sua assenza anche in un documento come il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Così diventa difficile proteggere qualcosa che non si conosce.”