Oggi per l’Italia è l’Overshoot Day: ecco perché dobbiamo imparare a gestire meglio una risorsa come l’acqua

La lotta contro la crisi climatica non può prescindere da una gestione più sostenibile della risorsa idrica (anche dal punto di vista sociale). Come si dovrebbe agire a livello politico e che cosa si può fare invece a livello individuale? Che cosa si intende davvero per impronta idrica? Ne abbiamo parlato con il saggista e climatologo Giulio Boccaletti.
Federico Turrisi 13 Maggio 2021

Oggi 13 maggio per il nostro Paese (e anche per il Portogallo) è una giornata particolare. Oggi è l'Overshoot day, il giorno in cui abbiamo esaurito le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare nell'arco di 12 mesi. In sostanza, da oggi, e fino alla fine dell'anno, ci indebitiamo con il pianeta, sottraendo risorse alle generazioni future. Noi vogliamo utilizzare questa data come un pretesto per parlare della risorsa naturale più preziosa che abbiamo: l'acqua. Un bene da trattare sempre con il dovuto riguardo, soprattutto alla luce degli scenari climatici che si prospettano per il futuro con un aumento della temperatura media globale superiore ai due gradi.

Non è un caso che talvolta per designare l'acqua venga usata l'espressione oro blu, come è avvenuto per decenni nel caso del petrolio, definito l'oro nero. "Un'analogia non appropriata, perché l'acqua non è una risorsa strettamente esauribile", sottolinea Giulio Boccaletti, Honorary Research Associate presso la Smith School of Enterprise and the Environment dell'Università di Oxford e autore del libro "Water, a biography" (in via di pubblicazione). "L'acqua però è una risorsa finita, limitata, che va gestita attentamente: nel senso che la disponibilità idrica nel tempo e nello spazio è determinata dal bilancio idrologico, ossia da quanto piove, da quanta acqua viene prelevata eccetera". Nella nostra conversazione con Boccaletti, che interverrà al prossimo appuntamento del festival di Internazionale a Ferrara dedicato proprio all'acqua, abbiamo voluto dare spazio in particolare al rapporto tra la risorsa idrica e le dinamiche sociali.

Oltre al rischio idrogeologico, qual è la principale questione relativa all'acqua che deve affrontare l'Italia?

Diciamo subito che, per quanto riguarda il problema della risorsa limitata, lo scenario cambia a mano a mano che si percorre lo Stivale. Con il riscaldamento globale, per esempio, nei prossimi decenni l'Italia centro-meridionale potrà presentare condizioni climatiche che assomigliano a quelle attuali del Nord Africa. In generale, i climatologi ci avvertono che tutta l'area mediterranea si sta riscaldando a un ritmo sempre più preoccupante. La parola chiave diventa allora adattamento ai cambiamenti climatici. Una gestione più efficiente delle risorse idriche richiederà maggiori interventi infrastrutturali, per cui ci vogliono investimenti, competenze eccetera.

Questo a livello istituzionale. Noi cittadini/consumatori invece che cosa possiamo fare?

Innanzitutto, ognuno di noi, in quanto cittadino prima ancora che consumatore, ha una responsabilità importante, che è quella di informarsi correttamente e di preoccuparsi delle proposte avanzate dai movimenti politici per quanto riguarda la resilienza del Paese. Le scelte relative alla gestione del territorio sono sostanzialmente scelte politiche. Poi c'è il fatto che siamo consumatori in un mercato globalizzato, e certi prodotti magari arrivano da zone semi-aride del pianeta, dove l'acqua può essere impiegata in maniera insostenibile.

Un concetto interessante è quello di acqua virtuale, cioè l'acqua che consumiamo ma non vediamo: l'esempio classico è quello di un chilo di carne bovina per la cui produzione servono oltre 15 mila litri di acqua oppure quello della tazzina di caffè per cui sono necessari 140 litri.

Il concetto di acqua virtuale porta con sé questioni più delicate e complesse. È vero, di solito non ci si rende conto di quanto volume di acqua sia richiesto per la produzione di un bene. Ma è molto più importante preoccuparsi della sostenibilità della filiera in generale. Prendiamo come esempio una piantagione di caffè, che è altamente idrovora, usa cioè tantissima acqua. Ci sono però da considerare altri fattori: spesso per produrre caffè viene utilizzata acqua piovana, e non acqua irrigua (che quindi non viene sottratta per altri usi). Nonostante se ne utilizzi tanta, non è detto che la produzione sia insostenibile. E poi quel caffè potrebbe essere una risorsa economica fondamentale per una comunità. Prendere decisioni, come consumatori, sulla base soltanto di un fattore – il caffè utilizza tanta acqua quindi è insostenibile – rischia di essere fuorviante.

Su questo le aziende potrebbero essere più trasparenti?

È giusto che vengano premiate quelle realtà che si sforzano di rendere la loro filiera il più trasparente e sostenibile possibile. E, in questo senso, ci sono diversi schemi di sostenibilità, che vanno però valutati nell'insieme. Il concetto di water footprint, ossia di impronta idrica, è complicato: bisogna bilanciare interessi e impatti diversi. La sostenibilità non è qualcosa di unidimensionale.

Quando si parla di guerre del futuro, si cita spesso l'acqua. La sensazione però è che sia più motivo di tensioni interne in un Paese, tra classi ricche e povere, piuttosto che origine di conflitti internazionali. È così?

Come dici giustamente, le principali tensioni sulla gestione della risorsa idrica si avvertono soprattutto a livello domestico. Perché la gestione dell'acqua è espressione di potere: chi decide dove vivi perché lì ci passa un canale? Chi decide di finanziare la costruzione di una diga o di un invaso? Ripeto, la gestione dell'acqua è una faccenda fondamentalmente politica, perché si finisce per determinare il paesaggio di un Paese, per determinare la vita delle persone. Se denaro è uguale a potere, è chiaro che in alcuni Paesi in via di sviluppo a rischiare di non avere accesso all'acqua sono soprattutto le fasce più povere della popolazione. Dal punto di vista internazionale, raramente l'acqua diventa oggetto di conflitto; più frequentemente si trova una mediazione. Un esempio? India e Pakistan, due Paesi separati alla nascita (ed entrambi potenze nucleari), hanno combattuto tre guerre. Eppure dal 1961 sono unite da un trattato bilaterale sulla gestione del fiume Indo.

L'acqua è un punto di vulnerabilità della società, e quindi può aggravare tensioni esistenti. Il Sahel, per fare un altro esempio, continuerà a prosciugarsi, e questo renderà le economie locali sempre più fragili. Non la carenza idrica in sé, ma l'incapacità di gestire i cambiamenti climatici avrà delle conseguenze economiche e sociali in alcuni Paesi africani, accentuando i fenomeni migratori. Ed ecco che allora anche qui da noi in Europa sentiremo gli effetti della scarsità d'acqua nel Sahel.