Oltre 1.1 milioni di tartarughe marine sono state uccise dai bracconieri negli ultimi 30 anni

Secondo un nuovo studio della Arizona State University ogni anno durante lo scorso decennio circa 44.000 tartarughe, distribuite in 65 Paesi, sono state uccise illegalmente. Vengono cacciate per la loro carne, per essere utilizzate nella medicina tradizionale o per diventare decorazioni e gioielli.
Martina Alfieri 28 Settembre 2022

Ogni anno nel mondo decine di migliaia di tartarughe marine muoiono per mano dei bracconieri. Secondo un nuovo studio realizzato dalla Arizona State University (ASU), negli ultimi 30 anni ne sarebbero stati uccisi più di un milione e 100 mila esemplari.

I dati, ricavati dall’analisi di questionari, di oltre 200 articoli scientifici, di rapporti di media e organizzazioni per la conservazione, parlano di una vera e propria mattanza che si ripete annualmente nonostante questi animali siano protetti, a livello internazionale, dalla convenzione CITES.

Nell’ultimo decennio, le tartarughe vittime della caccia illegale, distribuite in 65 Paesi, sarebbero state circa 44.000 ogni anno. Il contrabbando delle tartarughe marine alimenta il mercato di specie esotiche protette, che si stima possa raggiungere 23 miliardi di dollari ogni anno. Il Vietnam è il principale Paese da cui parte il traffico illegale di questi rettili, mentre la Cina e il Giappone sono note piazze per l'acquisto di prodotti derivati dalle tartarughe.

In particolare, le tartarughe marine vengono cacciate per la loro carne, per essere utilizzate nella medicina tradizionale e per diventare parte di manufatti, decorazioni o gioielli. Circa il 95% delle tartarughe uccise dal bracconaggio appartiene a due specie: la tartaruga verde (Chelonia mydas) e la tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata).

Anche se in generale il numero di tartarughe cacciate illegalmente è ancora molto elevato, la buona notizia è che, rispetto ai periodi precedenti, lo scorso decennio ha fatto registrare un calo del 28%:

"Il calo nell'ultimo decennio potrebbe essere dovuto a una legislazione che tutela maggiormente le tartarughe e a maggiori sforzi di conservazione, uniti a una maggiore consapevolezza del problema o ad un cambiamento delle norme e delle tradizioni locali", spiega Kayla Burgher, coautrice dello studio pubblicato sulla rivista Global Change Biology e dottoranda nel programma di scienze ambientali della ASU presso la School of Life Sciences.

Oltre al leggero calo osservato nei dato sullo sfruttamento di questi rettili, un’altra scoperta relativamente positiva fatta dai ricercatori dell’Arizona è che la maggior parte delle attività illegali si sono verificate ai danni di popolazioni di tartarughe marine grandi, stabili e geneticamente varie.