Orsi in Trentino, il problema sono loro o siamo noi? Ecco che cosa chiedono gli animalisti

Siamo sicuri che rinchiudere (se non abbattere) l’animale “problematico” sia la soluzione migliore? Per le associazioni animaliste occorre lavorare sull’educazione dei cittadini, insegnando a come comportarsi in caso di incontri ravvicinati con un orso e a rispettare i suoi spazi. “Ci vuole un nuovo patto per la convivenza uomo-orso”, sottolinea Massimo Vitturi, responsabile LAV dell’area Animali Selvatici.
Federico Turrisi 1 ottobre 2020

Sono una minaccia per le persone, dice qualcuno. Nessuno li tocchi, la fauna selvatica va preservata, risponde un altro. Come ben sai, ogni volta che si verificano episodi di aggressione o si avvistano degli esemplari vicino ai centri abitati, la questione degli orsi in Trentino si ripropone e si aprono discussioni infinite sulla loro gestione.

Ora si va verso l'inverno, il che per gli orsi significa una sola cosa: letargo. Ma l'estate prossima dobbiamo aspettarci che si ripresentino gli stessi problemi (e le stesse polemiche) di quella appena passata? Possibile che in Trentino non si riesca a trovare un punto di equilibrio che porti a una convivenza pacifica tra uomo e orso, come accade per esempio in Abruzzo? Ne abbiamo parlato con Massimo Vitturi, Responsabile LAV area Animali Selvatici.

Qual è attualmente la situazione in Trentino?

Al momento ci sono tre orsi rinchiusi nel recinto del Casteller: DJ3, che è rinchiusa lì da nove anni, M57 e l'ormai arcinoto M49. Sono stati emessi poi degli ordini di cattura per due esemplari segnalati dai sindaci di Dimaro e di Andalo. Questi ultimi hanno definito gli orsi "confidenti", pur non avendo alcuna competenza in materia di etologia, per il solo fatto che gli animali sono stati avvistati ai margini dei centri urbani. Infine c'è JJ4, l'orsa che si era imbattuta in due uomini sul monte Peller lo scorso giugno. Inizialmente, era stata emessa un'ordinanza per abbatterla. L'abbiamo impugnata ed è stata trasformata in un ordine di cattura, che però è stato a sua volta impugnato dall'Enpa. Per cui l'orsa rimane radiocollarata ma libera, almeno per il momento.

Qui si inserisce il tema della gestione del problema da parte dell'amministrazione provinciale: che cosa non funziona secondo le associazioni animaliste?

Maurizio Fugatti (l'attuale presidente della Provincia autonoma di Trento, ndr) non fa altro che proseguire quello che avevano fatto le precedenti amministrazioni, in particolare quella di Ugo Rossi, che pure è di un altro colore politico. Ricordiamo tutti la questione di Daniza, uccisa nel 2014, o anche quella di KJ4, abbattuta a colpi di fucile dagli agenti del Corpo forestale nell'agosto del 2017, quando appunto il presidente della Provincia autonoma di Trento era Rossi.

Fugatti ha un approccio alquanto discutibile. Che senso ha fare un'ordinanza di cattura per due orsi che non sono stati identificati, solo perché sono stati visti aggirarsi vicino al paese? Allora si può catturare qualsiasi orso, anche se non sono i due ricercati, e decidere di classificarlo come "confidente" senza alcuna base scientifica ma solo sull'onda emotiva di un episodio? Non vuol dire nulla: tutti gli animali selvatici alla ricerca di cibo potrebbero avvicinarsi alle periferie dei paesi.

Un aggettivo che si sente spesso in riferimento a qualche esemplare di orso è "problematico". È impropria questa terminologia?

Gli orsi, come tutti gli altri animali selvatici, non sono mai problematici di per sé. Lo diventano nel momento in cui il loro comportamento va contro i nostri interessi. Per esempio, quando un plantigrado si rende conto che è più facile procurarsi il cibo andando nelle malghe, anziché scorrazzare per il bosco chilometri e chilometri consumando energie. Sono dunque gli uomini a decidere che sono problematici: gli orsi non fanno altro che comportarsi da orsi.

Quali sono dunque gli strumenti che si possono mettere in campo per far sì che non si ripetano episodi spiacevoli, sia per l'uomo sia per l'orso? 

Come associazione animalista, noi proponiamo l'istituzione di una task force su questo specifico argomento. Il nodo centrale della questione è il seguente: non è mai stata fatta abbastanza educazione della cittadinanza, soprattutto degli abitanti locali. Ogni anno il Trentino viene visitato da milioni di turisti. Eppure gli episodi di falsi attacchi da parte di un orso sono avvenuti sempre con persone del luogo. Quindi con persone che conoscono a menadito il territorio e si avventurano in zone non battute solitamente dai turisti. Sono loro che vanno a invadere lo spazio dell'orso. Bisogna chiaramente insegnare come comportarsi in caso di incontro con l'animale. Occorre formare, informare ed educare.

Dobbiamo inoltre cominciare a parlare senza remore della sicurezza di chi lavora nei boschi ed è più esposto al rischio di incontrare un orso, fornendo spray al peperoncino. Non quello da borsetta che si trova in commercio, ma quello che si usa in Alaska per evitare gli scontri con i grizzly: è una specie di piccolo estintore portatile, diciamo così, che ha un getto che arriva a 10-20 metri di distanza. Al momento in Italia il suo utilizzo è vietato, ma si potrebbe prevedere una sorta di "porto d'armi" che autorizzi le persone che operano in certi ambienti a dotarsi di strumenti che possono prevenire uno scontro fisico.

Rinchiudere gli orsi, o perfino abbatterli, non rappresenta dunque una soluzione…

Ovviamente no. Lavoriamo piuttosto sulla riproduzione delle femmine con programmi di sterilizzazione ad hoc, se il problema è il sovrappopolamento degli orsi in Trentino.

In questo modo non si ammette implicitamente il fallimento del progetto Life Ursus?

Non possiamo parlare di fallimento, perché in fondo si è rivelato efficace. In effetti, c'è un nucleo ormai stabile nelle Alpi centrali. Il progetto ha però dei punti critici. Il principale riguarda l'espansione della popolazione di orsi. L'idea originaria di Life Ursus era quello di creare una continuità territoriale tra arco alpino e area balcanica. Questo non è avvenuto perché le femmine tendono a essere sedentarie e a rimanere in Trentino. E se non si spostano le orse, anche i maschi non hanno motivo di allontanarsi. L'altro punto critico è la scarsa variabilità genetica, perché tutti gli orsi presenti provengono da quel nucleo che dalla Slovenia fu trasferito in Trentino tra il 1999 e il 2002.

Passare la palla al Ministero dell'Ambiente potrebbe dare una svolta in positivo alla gestione degli orsi sul territorio trentino?

Questa è un'altra nostra proposta di miglioramento per il futuro. Dobbiamo superare il PACOBACE (Piano d'Azione interregionale per la conservazione dell'Orso bruno sulle Alpi centro-orientali, ndr), da cui derivano le azioni che gli amministratori locali mettono in atto. Bisogna passare a un nuovo patto per la convivenza uomo-orso, basato su un ribaltamento della prospettiva: quando andiamo in quei territori, siamo noi umani che entriamo a casa loro, e non il contrario. Di questo dovrebbe occuparsene un ente terzo, come appunto il Ministero dell'Ambiente, che non è coinvolto direttamente ed "emotivamente", ma soprattutto non è tenuto sotto scacco della comunità locale, visto che ovviamente ci sono degli interessi politici.