Paola Rivaro, la ricercatrice che studia il cambiamento climatico attraverso le acque dell’Antartide

Oceanografa e docente all’Università di Genova, Paola Rivaro per la nona volta è pronta ad imbarcarsi verso il continente di ghiaccio per una nuova spedizione scientifica, tutta italiana. L’obiettivo è indagare come si stanno modificando le acque del mare di Ross e capire così quali potranno essere le conseguenze per gli oceani di tutto il mondo e per il clima.
Federico Turrisi 31 Dicembre 2019

È stata soprannominata "la signora dei ghiacci". Del resto, conosce bene l'Antartide: ci è già stata otto volte per condurre le sue ricerche e il 2 gennaio partirà per la sua nona spedizione. Ma la professoressa Paola Rivaro, 54 anni, ci tiene a fare una precisazione: "Questo appellativo mi fa piacere, perché comunque rimanda al continente di ghiaccio in cui vado spesso a lavorare, però più che di ghiaccio mi occupo di acqua di mare".

Lei insegna oceanografia chimica presso il Dipartimento di chimica e chimica industriale dell’Università degli Studi di Genova; il suo terreno privilegiato di studio è il mare di Ross, che rappresenta una sorta di area-laboratorio per la produzione di acque oceaniche. Qui nascono le nuove acque, fredde e dense (e quindi tendenti a sprofondare), che andranno a riempire i bacini oceanici del pianeta.

La prima volta che Paola Rivaro è andata in Antartide è stata nel 1994, quando era una studentessa di dottorato in scienze ambientali marine. In venticinque anni sono cambiate parecchie cose. Innanzitutto dal punto di vista tecnologico: se prima si comunicava con il resto del mondo attraverso il ponte radio della base antartica (con tutti i disagi del caso), oggi comunicare risulta un'operazione più semplice. "Oggi siamo anche aiutati dai satelliti, che sono molto più aggiornati e precisi di un tempo. Questo consente al comandante della nave di scegliere la rotta migliore e di superare più rapidamente la cintura dei ghiacci che circonda sempre l’Antartide".

I cambiamenti riguardano anche lo scenario ambientale. E sono senza dubbio i cambiamenti più preoccupanti. "L'aspetto più eclatante che abbiamo notato è la riduzione della copertura del ghiaccio marino. Un fenomeno che viene messo in evidenza dai dati della Noaa, l'agenzia americana che si occupa di oceanografia e climatologia, ma che abbiamo percepito anche visivamente durante le ultime spedizioni".

In Antartide, insomma, sta avvenendo ciò che avviene in maniera più vistosa nell'Artide. Le calotte glaciali più grandi del nostro pianeta stanno soffrendo. "Le misurazioni effettuate finora ci dicono che le acque dell’Antartide si stanno modificando e adesso sta a noi scienziati interpretare i dati e cogliere le relazioni di questo fenomeno con il cambiamento climatico". Per questo motivo Paola Rivaro partirà per la nona volta verso l'Antartide a bordo della rompighiaccio Laura Bassi: 30 giorni di attività in loco più gli spostamenti dalla Nuova Zelanda al continente antartico e ritorno, per una durata complessiva di una cinquantina di giorni. "È sempre emozionante tornarci. Ogni spedizione è una nuova avventura, una nuova sfida umana e scientifica".

La nuova spedizione comprende gli obiettivi di tre progetti, che rientrano nel Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra). La gestione logistica è affidata all'Enea, mentre il coordinamento scientifico è a cura del Cnr. Ma sono diversi gli enti e gli atenei coinvolti: dall'Ogs (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale) di Trieste all'Università di Ancona, dalla Ca' Foscari di Venezia alla Parthenope di Napoli, oltre ovviamente all'Università di Genova per cui lavora la professoressa Rivaro. In poche parole, questo è il contributo della ricerca italiana, in un quadro comunque internazionale, alla conoscenza dell’Antartide in materia oceanografica.

Ma in che cosa consistono questi tre progetti? Il primo è legato alla contaminazione ambientale e ha lo scopo di valutare la diffusione di sostanze inquinanti, soprattutto di quelle volatili (quindi non plastiche, di cui si occupano altri progetti), che possono essere trasferite attraverso il vento in zone così remote. Il secondo progetto si occupa di valutare come si stanno modificando le caratteristiche fisiche e chimiche delle acque del mare di Ross in relazione all’entrata di acque dell’Antartide occidentale.

"In questa regione si osserva una fusione di ghiacciai continentali più rilevante rispetto ad altre zone; e questo ha già portato a un'alterazione delle caratteristiche delle acque. Quelle del mare di Ross, in particolare, sono molto importanti perché ciò che si modifica qui potrà avere delle ripercussioni a livello globale in futuro. Misureremo dunque temperatura, salinità, quantità di ossigeno disciolto, e poi il pH e il carbonio inorganico perché l’Antartide è una zona sensibile per il problema dell’acidificazione oceanica".

Per capire meglio, devi immaginare l’area antartica come una sorta di “pozzo” per la CO2 atmosferica. Si tratta di un sistema naturale del nostro pianeta di sottrarre dall'atmosfera l'anidride carbonica, che si scioglie meglio in acque fredde e poco salate. Grazie allo sprofondamento delle acque nuove che si formano in Antartide, la Co2 viene trasferita nelle profondità oceaniche. Tale meccanismo di trasferimento, però, potrebbe essere in qualche modo alterato proprio dal cambiamento della temperatura o della salinità delle acque.

Infine, il terzo progetto è quello degli osservatori marini, che sono delle strumentazioni, precisamente delle catene correntometriche, che vengono ancorate al fondo tramite dei pesi. "Su queste cime sono attaccati a diverse profondità dei sensori che acquisiscono continuamente dati su temperatura, salinità, direzione e velocità delle correnti. Il nostro compito sarà quello di riportare in superficie le catene correntometriche, recuperare i sensori, scaricare i dati e poi rimetterli in acqua in modo che proseguano nella loro attività di acquisizione delle serie storiche. I dati raccolti permettono di ricostruire la variabilità dei parametri in queste zone chiave su scala anche decennale".

Oggi le tematiche ambientali sono al centro del dibattito pubblico. Merito anche di Greta Thunberg che, secondo alcuni, è riuscita laddove hanno tentato con scarso successo gli scienziati per molti anni: far uscire la crisi climatica dai laboratori e dalle aule universitarie. Forse il fatto che il messaggio venisse da una loro coetanea ha spinto i ragazzi a interessarsi di ambiente, li ha fatti sentire più partecipi. "Il cambiamento climatico non è più sentito come un argomento distante, adesso c'è una maggiore presa di coscienza. Non si guarda più allo scienziato che va in Antartide a condurre le sue ricerche come qualcosa di strano, campato per aria".

Gli studi sull’Antartide, in realtà, svolgono un ruolo cruciale. Trattandosi di un vero e proprio laboratorio naturale e di una delle aree più sensibili della Terra, comprendere ciò che accade in Antartide significa comprendere come il nostro pianeta sta reagendo ai cambiamenti climatici. In questa area fredda, lontana e pressoché disabitata si ha la possibilità di verificare la dimensione globale del problema. Ogni mutamento in Antartide è come se fosse un segnale, un campanello d'allarme rivolto a tutti i terrestri.

"L’Antartide è il «frigorifero del mondo». Il clima che abbiamo sulla Terra è il risultato di interazioni tra l’atmosfera, gli oceani, le terre emerse e anche le regioni polari. Se in casa lasciamo il frigorifero aperto, questo bilancerà meno bene il freddo. Così se anche in Antartide si cominciano ad avere riscontri sugli effetti del cambiamento climatico, dobbiamo pensare che in futuro questo frigorifero naturale sarà meno capace di bilanciare il riscaldamento globale".