Per un’università più giusta, libera e attenta all’ambiente: dal Politecnico di Torino, la lotta di Bruno

Gli istituti universitari dovrebbero smettere di dipendere dalle aziende a livello economico, formando tecnici più eticamente consapevoli e indirizzando ricerca e didattica verso valori diversi da quelli delle realtà che li finanziano. Bruno Mattia Codispoti, rappresentante studentesco al Politecnico di Torino, racconta i paradossi del sistema italiano.
Sara Del Dot 3 febbraio 2020

Ne abbiamo sentito parlare pochissimo tempo fa, quando alcuni giornali riportarono la notizia di un secco j’accuse al mondo accademico e allo Stato italiano da parte di un rappresentante degli studenti del Politecnico di Torino.

Quel ragazzo si chiama Bruno Mattia Codispoti, viene dalla Calabria in provincia di Crotone e in quell’occasione ha denunciato la dipendenza degli istituti didattici e di ricerca dai finanziamenti delle grandi multinazionali, unendo questa accusa alla necessità di un’università che combatta le diseguaglianze sociali ed economiche.

Bruno ha 25 anni e frequenta il secondo anno della magistrale in ingegneria civile presso il Politecnico. Da quando è arrivato a Torino, si batte per un’università più giusta e più libera, arrivando a diventare anche rappresentante degli studenti e quindi provando a cambiare veramente le cose non solo a parole.

“Sono sempre stato molto appassionato di politica, sin da quando frequentavo le superiori”, racconta. “Quando mi sono trasferito qui a Torino mi sono interessato alla politica universitaria avvicinandomi ad alcuni moti studenteschi che si creavano all’interno del Politecnico, in particolare a un’associazione politica e culturale indipendente chiamata Alter Polis, molto vicina a temi a me cari come giustizia sociale e ambientale.”

Nel corso del suo secondo anno viene eletto come rappresentante del suo corso, continua a partecipare alla vita politica dell’associazione e a maggio diventa rappresentante degli studenti del Senato accademico nella lista, appunto, di Alter Polis. così inizia a lavorare in modo sempre più approfondito sulla giustizia sociale del mondo accademico e sul rispetto dell’ambiente.

“Noi crediamo che l’università abbia un ruolo cruciale nello sviluppo del Paese, dal momento che è l’unico ascensore sociale che permette ai giovani di superare la stratificazione in classi sociali. Per fare in modo che questo ascensore funzioni è necessario renderlo accessibile a tutti, altrimenti diventa impossibile poter cambiare il destino delle persone. Poter studiare, potersi emancipare deve essere una possibilità data a tutti.”

E come si realizza questo obiettivo, secondo Bruno?

“Noi crediamo nella gratuità dell’istruzione, siamo convinti che le università debbano mettere in campo dei regimi di welfare studentesco, contribuendo al sostentamento dello studente, al suo benessere. Lo studente dovrebbe poter vivere la vita accademica in serenità senza il costante spauracchio del disagio economico, senza la paura di perdere la borsa di studio solo per un esame indietro. Noi vorremmo che la risorsa economica non fosse un requisito per poter studiare.”

E a tutto questo la questione ambientale è legata a doppio filo, perché anche in questo caso l’università esercita un ruolo importantissimo che non deve essere posto in secondo piano.

“Abbiamo osservato i Fridays for Future sin dalle prime fasi. Abbiamo seguito e anche fatto eventi e manifestazioni all’interno del Politecnico per denunciare la crisi ambientale e sottolineare il ruolo delle università.”

Ruolo di rilievo dal momento che, dice Bruno, troppo spesso le università si trovano a essere dipendenti dalle multinazionali che ne finanziano, e quindi ne indirizzano, le attività didattiche e di ricerca.

“Quando in passato sono stati siglati dall’università dei contratti con le multinazionali di combustibili fossili, contratti che vengono proposti all’istituto e che vanno votati dai vari organi, noi ci siamo sempre opposti, trovando un po’ di difficoltà essendo quasi gli unici dal momento che gli interessi economici ormai la fanno sempre da padrone.”

Il finanziamento delle Università, dice Bruno, oggi avviene in modo tale da lasciare molto spazio agli enti finanziatori e togliendo all’istituto la libertà di scegliere. Mentre, dice Bruno, dovrebbe essere proprio il contrario.

“Le università oggi sono vulnerabili nei confronti delle grandi multinazionali dal momento che partono da una posizione subordinata, da una condizione di de-finanziamento che le pone in una situazione di difficoltà economica. Non è una novità che i vari gruppi di ricerca siano sempre alla ricerca di fondi per proseguire le loro attività. E se manca un finanziamento adeguato dallo Stato, che dovrebbe essere il garante della libertà della ricerca, è chiaro che in questa lacuna possono inserirsi le grandi multinazionali che, avendo grossi capitali, possono finanziare la ricerca e quindi di indirizzarne l’orientamento.”

E quando gli si chiede un esempio, Bruno non esita.

“Noi abbiamo un intero corso magistrale sull’ingegneria del petrolio, che si occupa proprio di moderazione e caratterizzazione dei giacimenti, tecniche di perforazione, trattamento di questi materiali… Questo corso è finanziato da Eni. Eni quindi non solo finanzia la ricerca, ma anche la didattica e questo è molto grave. Infatti, l’ingegnere è quella persona che mette in campo le conoscenze che ha acquisito e i progetti di didattica proiettati verso questi obiettivi sono molto pericolosi, soprattutto perché a partecipare a questi corsi sono sopratutto gli studenti stranieri, che una volta acquisite queste competenze andranno a metterle in pratica lontano, fuori dall’Italia. Se a tutto questo noi aggiungiamo che non è previsto un discorso di etica dell’ingegnere, si crea una situazione problematica perché si forma sì un tecnico, ma non lo si prepara dal punto di vista etico.”

E una soluzione esiste?

“Io non dico che le università debbano interrompere i rapporti con le aziende, dal momento che è fondamentale creare rete proprio con queste realtà. Però l’università deve partire da una posizione più alta rispetto a loro. Lo Stato deve finanziare l’università, rendendola libera di orientare la sua ricerca e la sua didattica sulla base dei temi e degli argomenti che ritiene più opportuno affrontare. In questo modo sarà lei stessa a indirizzare le aziende invertendo completamente il rapporto che c’è ora. Oggi ci sono le aziende che indirizzano la ricerca, ma sono le università che invece dovrebbero indirizzare le politiche manageriali delle aziende.”

È  lo Stato quindi, secondo Bruno, che dovrebbe prendere in mano la realtà universitaria sia dal punto di vista dei rapporti con le aziende sia da quello della giustizia sociale.

Le università devono accrescere il patrimonio umano del Paese. E se si instaurano delle dinamiche escludenti, non meritocratiche questo non accade. Quindi da una situazione di de-finanziamento generale, un atteggiamento di totale disinteresse che ha lo Stato nei confronti degli istituti universitari, derivano delle ripercussioni drammatiche che è importante rovesciare.”