Perché la mortalità del coronavirus è in crescita? Dipende da come si calcola

Nel calcolo del tasso di mortalità del Coronavirus ci sono molte variabili che entrano in gioco. Una su tutte il numero dei tamponi che ogni singolo Stato sta effettuando sulla popolazione e lo stato di salute e la sintomatologia che presenta chi viene sottoposto ai test. In Corea del Sud, per esempio, viene analizzato anche chi ha sintomi lievi, in Italia solo chi ha segni di intenzione conclamati.
Kevin Ben Ali Zinati 10 marzo 2020
* ultima modifica il 10/03/2020

Seguendo i rapporti che la Protezione Civile redige, l’emergenza Coronavirus al 9 marzo aveva segnato sì un aumento dei guariti (+ 724) ma anche di quello dei contagiati (+1598) e, purtroppo, quello dei decessi (+97, per un totale di 463). E dunque una domanda sorge spontanea: perché la mortalità cresce? La risposta giusta, al momento, non c’è. Anzi, la risposta univoca latita. Perché ora la risposta più corretta è che dipende. 

La mortalità si può calcolare dividendo il numero dei decessi con il totale degli esposti. Ma altri propongono metodi diversi. Come fa il WorldMeter, che suggerisce di prendere in considerazione i morti di un determinato giorno, confrontarli con i casi accertati in quel giorno e allo stesso tempo di tenere conto anche del tempo medio passato tra la conferma del contagio e la successiva morte.

Ma poi la mortalità dipende dai decessi che, a loro volta, dipendono dal numero di contagiati. E il numero di contagiati effettivi è un valore molto variabile poiché, per esempio, dipende dal numero di tamponi che vengono fatti e dai criteri con cui vengono somministrati ai pazienti.

Prova a pensare alla Corea del Sud. Qui i tamponi sono stati fatti a “tappeto”, anche con metodologie più veloci e con zero rischio contagio come i “drive through”, ed è stato testato anche chi aveva solo sintomi lievi. Secondo gli ultimi dati, aggiornati al 8 marzo, sono stati effettuati oltre 200mila tamponi con 7513 contagi e solo 54 morti: utilizzando il metodo standard per il calcolo della mortalità, il tasso si aggirerebbe così intorno allo 0,7%.

Negli Stati Uniti invece fino a venerdì 6 marzo il tasso era più alto che in qualsiasi altro paese: circa il 6%, 14 morti su meno di 250 positivi.

In Italia sono stati effettuati “solo” 40mila tamponi e, stando ai dati aggiornati al 9 marzo, sono state registrate 463 morti e 7985 contagi: tasso di mortalità, quindi, del 5.7%. Ma da molti giorni nel nostro Paese si fanno i tamponi solo a chi presenta sintomi conclamati, quindi febbre e tosse forte e soprattutto a coloro che sono sicuramente venuti in contatto con altri contagiati.

Quindi? Dipende, appunto. La diversa modalità di “scelta” dei potenziali contagiati è determinante. Anche perché, l’abbiamo visto, per molti il Coronavirus agisce in maniera asintomatica o con sintomi lievi. E a questi, probabilmente, non sono stati fatti i test. E le persone sintomi più lievi della malattia sono sottorappresentate nel conteggio ufficiale perché potrebbero non essere abbastanza malate da richiedere assistenza medica. E in più il tasso potrebbe cambiare anche a seconda delle fasce di età, dove sai che il rischio più alto è nelle persone anziane tra i 52 e i 70 anni.

Calcolare il tasso di mortalità del Coronavirus appare dunque ancora difficile. E forse ancora prematuro: solo a emergenza passata potrebbe essere possibile calcolarlo.

Fonti | Protezione Civile; WorldMeter; Kcdc

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