Po d’AMare: installate barriere contro plastica e rifliuti nel fiume più lungo d’Italia

Un lungo fiume, alcune barriere in polietilene, rifiuti plastici, economia circolare. Sono termini che ultimamente puoi sentire nominare spesso, soprattutto se ti sta a cuore il tema dell’inquinamento da plastica a cui sono soggetti fiumi e mari di tutto il mondo. E le iniziative per contrastarlo, fortunatamente, sono diverse. Anche qui in Italia. Come, ad esempio, il Po d’AMare.
Sara Del Dot 31 gennaio 2019

È cominciato come una sperimentazione durata circa quattro mesi, e ora sono diverse le realtà interessate a replicare il progetto. L’hanno chiamato Po d’AMare, e si tratta di un’iniziativa volta a combattere il problema del marine litter, ovvero l’enorme quantità di rifiuti (plastici e non) che ogni giorno fluiscono lungo i fiumi italiani per poi disperdersi nelle acque dei mari da cui lo stivale è quasi circondato. In pratica consiste nell’installazione, in specifiche zone del corso d’acqua, di alcune barriere in polietilene che bloccano il flusso dei detriti consentendone la raccolta e l’avvio a riciclo, senza intralciare il normale svolgimento della vita del fiume, come il passaggio di imbarcazioni e di pesci. Come ricorda il nome stesso, il progetto pilota è stato installato nei pressi della foce del Po, che con i suoi 650km di lunghezza arriva fino all’Adriatico trascinando con sé i rifiuti che raccoglie nelle quattro regioni che attraversa.

Po d’AMare è un’iniziativa di Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Corepla, Castalia, ed è stata realizzata con il coordinamento dell’Autorità di Bacino per il Po e il patrocinio del Comune di Ferrara e AIPO, Agenzia Interregionale per il fiume Po. Per capire come funziona esattamente, abbiamo parlato con Massimo Di Molfetta, di Corepla, che ha seguito il progetto sin dal principio.

In cosa consiste il progetto?

Il Po d’AMare è una sperimentazione nata circa quattro mesi fa, organizzata da Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Corepla e Castalia, che ha messo a disposizione queste “dighe”: si tratta di barriere in polietilene collegate tra loro e ancorate ai lati dei fiume, in grado di intercettare tutti i materiali leggeri galleggianti. Molto flessibili e perfettamente adattabili a tutte le correnti, sono posizionate a filo d’acqua, lontane dal centro del fiume. Di conseguenza non ostacolano in nessun modo il passaggio di pesci, che vi passano sotto, o di imbarcazioni, che transitano al centro. Non a caso, il periodo di sperimentazione è servito anche a capire in che modo gli impianti potessero essere installati senza interferire con il normale svolgimento della vita del fiume. Una volta raccolti tutti i detriti, tra cui non c’è soltanto plastica ma anche vetro, alluminio e vegetali, questi vengono recuperati e portati negli impianti, dove saranno poi pesati e quantificati. L’idea è nata dalla voglia di fare qualcosa contro il problema della plastica nel mare, chiedendoci innanzitutto da dove arriva e perché. Noi diciamo sempre che Corepla è la soluzione alla plastica nel mare: infatti nel 2017 l’83% degli imballaggi in plastica immessi sul mercato sono stati recuperati. Stiamo parlando di 8 imballaggi su 10 che non sono finiti in mare o in discarica.

Qual è lo scopo del progetto e dove finisce la plastica raccolta?

Lo scopo della sperimentazione non era soltanto vedere quanta plastica c’è nei fiumi, ma capire anche in che modo intercettarla e in seguito riutilizzarla. Ci siamo subito chiesti se fosse possibile riciclare la plastica raccolta, e, in caso positivo, cosa ne potessimo fare. Una volta appurata la possibilità di riutilizzo, abbiamo capito che sarebbe stato possibile trasformarla in granuli utilizzabili per qualsiasi tipo di stampaggio, e quindi per la produzione di tantissimi oggetti. Ad esempio, dall’avvio a riciclo degli scarti raccolti dai fiumi abbiamo creato dei pannelli leggerissimi, facilmente smontabili e resistenti all’acqua, destinati a vari usi. Noi di Corepla abbiamo costruito con quei pannelli, in collaborazione con l’Ong Waste Free Oceans, una casetta che è stata donata per i rifugiati in Grecia. Ma è un materiale che può essere usato in mille applicazioni, come mobili interni, stand per fiere, arredo urbano per parchi. L’importante è aver scoperto che il materiale è riciclabile, poi gli utilizzi e le nuove applicazioni vengono da sé.

Quali sono i progetti futuri?

Abbiamo riscontrato molto interesse da parte della città di Torino, che vorrebbe procedere a un’installazione in una zona a monte del Po per quantificare la plastica presente in quella zona. Ma ci sono anche altre città che sarebbero interessate a replicare l’iniziativa sul loro territorio.