Recovery Plan, Giovannini (Asvis) suona la sveglia: “Essere più sostenibili significa essere più competitivi”

Secondo Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, impiegare bene i soldi del fondo Next Generation EU per sostenere la transizione ecologica deve essere una priorità dell’azione di governo: “La sostenibilità è un investimento, non un costo. Quei 19 miliardi di euro spesi ogni anno in sussidi ambientalmente dannosi sono un paradosso”.
Federico Turrisi 2 Dicembre 2020

Soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di far fronte ai propri bisogni. Potremmo riassumere così il concetto di sviluppo sostenibile. E chi sta consacrando a questa causa la sua attività di economista è Enrico Giovannini, portavoce dell'ASviS (l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). Lo raggiungiamo telefonicamente poco prima del suo intervento, tenutosi lo scorso 26 novembre, al Forum Sostenibilità promosso da Fortune Italia. Con lui non si può fare a meno di parlare delle sfide poste dalla pandemia e dall'emergenza climatica. Oggi più che mai, proprio per dimostrarsi all'altezza di queste sfide, deve essere centrale il tema di una ripartenza verde per l'Italia.

Professore, i 209 miliardi di euro che dovrebbero arrivare all’Italia dall’Unione Europea, salvo sorprese, con il pacchetto Next Generation EU (o Recovery Fund) sono un’occasione da non farsi sfuggire per sostenere la transizione ecologica. Il nostro Paese è sulla rotta giusta?

Quella che il governo italiano ha dato finora alla crisi economica legata alla pandemia è stata una risposta abbastanza classica: non si è colta, cioè, l’occasione di uno sforzo finanziario senza precedenti per orientare il rimbalzo, diciamo così, verso lo sviluppo sostenibile. Gran parte degli interventi messi in campo sono di tipo protettivo nei confronti dei redditi e dell’occupazione. E sono importanti, ci mancherebbe altro. Ma in alcuni casi si sarebbe potuto fare di più. Per esempio, condizionare gli aiuti rivolti a certi settori e a certe imprese a un'accelerazione della transizione green e a una rendicontazione anche dell’impatto ambientale e sociale delle loro attività. La Legge di Bilancio 2021 contiene provvedimenti sicuramente utili, ma non compie una vera svolta. Anzi, appare in continuità con quello che è stato fatto finora. E questo si lega al piano nazionale di ripresa e resilienza (il cosiddetto Recovery Plan o PNRR), di cui conosciamo per il momento solo le linee guida, visto che è ancora in fase di elaborazione. C’è una considerazione da fare: come faremo a spiegare ai partner europei che vogliamo usare 77 miliardi di euro per la transizione ecologica e allo stesso tempo continuiamo a spendere 19 miliardi all’anno per sussidi ambientalmente dannosi? Su quest'ultimo punto nella Legge di Bilancio in discussione al Parlamento c’è solo l’indicazione di un taglio da un miliardo di euro nel 2023. Il che, nel linguaggio politico, significa «ci penserò domani».

Chiaramente è compito della politica gestire la questione, perché non bisogna far pagare i costi della transizione alle fasce più deboli della popolazione. Il rischio poi è che sorgano movimenti di protesta come quello dei gilet gialli in Francia. Come si riesce a non far percepire la sostenibilità quasi come se fosse un lusso?

L'ultimo rapporto annuale dell'Istat ci dice che gran parte delle imprese italiane hanno investito nella transizione green senza incentivi. E le grandi aziende che hanno agito in questa direzione hanno guadagnato fino al 15% di produttività rispetto a quelle di analoghe dimensioni che non hanno investito sulla sostenibilità. Con le nuove tecnologie, che consentono di risparmiare sui consumi idrici ed energetici, sull’uso di materie prime e via discorrendo, molte imprese hanno capito che l’economia circolare è vantaggiosa. Chi ha scelto la green economy è più competitivo, cresce di più, crea più occupazione. Il mondo sta andando in questa direzione ed è qui che si gioca la partita della competitività dell’Italia. Il punto è che nell'immaginario collettivo tutto questo è ancora considerato un costo, ma in realtà si tratta di investimenti. Semmai il vero problema è garantire la giusta transizione, perché in questo processo di trasformazione, pezzi di sistema produttivo perderanno il loro ruolo e il loro potere, con ripercussioni sull'occupazione. E allora ci sono solo due strade da prendere: o rallentiamo o acceleriamo. Continuare a questa velocità significa non andare né da una parte né dall’altra. Siamo in mezzo a una non linearità, ovvero a una trasformazione molto rapida del mercato, e chi non riesce ad adeguarsi resta indietro.

In diversi incontri ha avuto modo di dire che giustizia climatica significa prima di tutto giustizia intergenerazionale. Le chiedo allora: qual è il ruolo dei giovani in questa transizione?

Noi stiamo spingendo per introdurre nella Costituzione italiana il principio dello sviluppo sostenibile; il nostro impegno pubblico è stato sottoscritto da quasi tutti partiti che si sono presentati alle scorse elezioni politiche (con le eccezioni di Lega e Fratelli d’Italia) e seguiamo con particolare attenzione il dibattito che si è aperto nella Commissione Affari Costituzionali del Senato. L’Italia non sta facendo abbastanza per le giovani generazioni, su questo non c’è dubbio. Come ASviS, da un lato stiamo supportando l’iniziativa di Rete Giovani 2021, una rete che comprende oltre 60 organizzazioni giovanili e che, tra l’altro, ha predisposto un dettagliato piano per il futuro dell’Italia proprio in funzione del Recovery and Resilience Plan. Dall’altro, abbiamo avviato recentemente un gruppo di lavoro che riunisce le associazioni giovanili che fanno riferimento ad alcune tra le oltre 270 organizzazioni aderenti all'ASviS, con l'obiettivo di analizzare l’impatto intergenerazionale delle normative. Un'attività che si affianca a quello che abbiamo sempre fatto: monitorare l'impatto sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle misure che vengono di volta in volta adottate.

È ottimista per il futuro?

Sono molto preoccupato, e per questo provo a essere così impegnato su questi temi. Sono ottimista sulle possibilità che abbiamo di cambiare direzione e modello di sviluppo. Tuttavia, non mi rende certo tranquillo il fatto che il tempo a disposizione sia sempre meno. Il rischio è che l’insostenibilità sociale blocchi la trasformazione ecologica di cui abbiamo urgente bisogno.