
I rifiuti elettronici, ormai, sono all’ordine del giorno per tutti noi. Vecchi televisori, monitor, batterie e cellulari con lo schermo rotto, ma anche lavatrici e frigoriferi che hai deciso di sostituire dopo anni, sono tutti rifiuti che, naturalmente, non puoi semplicemente gettare nell’indifferenziato oppure abbandonare in mezzo alla strada come vedi fare da qualche incivile. I luoghi in cui puoi portare i tuoi rifiuti tecnologici per avviarli nei processi di smaltimento e riciclo sono diversi, e per fortuna sempre più utilizzati. Ne è un’importante testimonianza il rapporto Cobat 2018, presentato ieri al Maxxi a Roma.
Il Cobat (la piattaforma italiana di servizi per l’economia circolare) ha infatti reso pubblici i dati della raccolta e del riciclo di questo tipo di scarti in Italia, mostrando come in un solo anno sono state avviate a seconda vita circa 140mila tonnellate di rifiuti tecnologici, un numero molto maggiore rispetto all’anno precedente, tra cui:
- 116mila tonnellate di batterie al piombo esauste
- 6mila tonnellate di pile portatili
- 19mila tonnellate di RAEE, il 345,43% in più rispetto all’anno precedente, recuperati in 1392 punti di raccolta, di cui 8mila tonnellate rappresentate esclusivamente da televisori e monitor
- 2mila tonnellate di pneumatici fuori uso, circa il 6,5% in più rispetto al 2017.
Accanto a questi dati, sicuramente molto positivi per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti tech che ormai rappresentano un bene accessibile a tutti e quindi anche maggiormente intercambiabile (e gettabile), il consorzio Cobat ha presentato anche la ricerca Scenari e strategie future di gestione dei rifiuti tecnologici condotta da Althesys, società di consulenza su ambiente, energia, infrastrutture e utility, in cui viene dedicato uno sguardo analitico al futuro dell’industria di smaltimento dell'elettronica. La prospettiva è, infatti, la sostituzione di beni con servizi, quindi una dematerializzazione portata da maggiore digitalizzazione a fronte di una minore necessità di acquisto di beni materiali. Pochi canali di vendita, quindi, e nuove modalità di organizzazione del fine vita. In pochi anni, questa situazione potrebbe cambiare in modo consistente l’intera filiera di gestione dei rifiuti. Ed è meglio farsi trovare pronti.