Rigassificatori: cosa sono, come funzionano. E soprattutto: servono davvero nuovi impianti in Italia?

Nel suo discorso sulla politica energetica nazionale dei prossimi mesi, il premier Draghi ha annunciato la volontà di puntare su nuovi impianti di rigassificazione. Ma servono davvero? Come funzionano i rigassificatori e che contributo possono dare alla nostra indipendenza energetica? Ne parliamo in questo articolo.
Michele Mastandrea 3 Marzo 2022

Puntare su “un aumento deciso della produzione di energie rinnovabili, come facciamo nell'ambito del programma Next Generation EU”. Semplificare le procedure “per impianti rinnovabili onshore e offshore e investire sullo sviluppo del biometano”. Valutare la possibilità “di un raddoppio della capacità del gasdotto Tap”. Così il 2 marzo, in Senato, il premier Mario Draghi ci ha parlato di come il governo intende reagire alle conseguenze energetiche della guerra in Ucraina.

Ma Draghi, forse te ne sarai accorto, ha parlato anche di un altro aspetto. “Dobbiamo ragionare su un aumento della nostra capacità di rigassificazione”, ha aggiunto l’ex presidente della Bce. Forse hai sentito altre volte questa parola. Ma di cosa si tratta? Come funziona nella pratica? Quanti impianti per realizzarla sono presenti in Italia? E soprattutto, ne abbiamo davvero bisogno?

Cos'è la rigassificazione

La rigassificazione è un processo in cui un materiale allo stato liquido viene riportato allo stato gassoso. Parlando di energia, è il modo in cui il gas naturale liquido (GNL) – una miscela di idrocarburi di cui la maggior parte è metano (tra il 90% e il 99%)  – viene riportato sotto forma di gas.

Quella gassosa, devi sapere, è la forma in cui poi il combustibile viene trasportato nelle nostre case. Perché allora fare questo doppio passaggio da gas a liquido, e poi di nuovo da liquido a gas? Perché la riduzione in stato liquido del GNL permette di riempire maggiormente le stive delle navi con cui questo poi viene trasportato, dette metaniere.

Il volume del gas si riduce infatti di circa 600 volte, con ovvie conseguenze su quanto se ne può portare in un’unica volta dai giacimenti iniziali. Un procedimento necessario per le importazioni di gas da Paesi con cui abbiamo un confine marittimo, ad esempio l’Algeria. Inoltre, allo stato liquido il gas non è ovviamente infiammabile, permettendo così un suo trasporto in sicurezza sulle metaniere.

Cosa sono i rigassificatori e quanti ne abbiamo in Italia

Le metaniere poi trasportano la materia prima nei rigassificatori. Si tratta di impianti industriali dove il gas liquido viene riportato allo stato aeriforme, attraverso particolari procedimenti che intervengono sulla temperatura e sulla pressione. I rigassificatori possono essere costruiti sulla terraferma (onshore), al largo delle coste marittime (offshore) ma anche su speciali “navi galleggianti”.

In Italia sono attualmente tre i rigassificatori attivi. Uno, offshore, si trova a Porto Viro, in provincia di Rovigo. Il secondo, onshore, è a Panigaglia, in provincia di La Spezia. Il terzo è proprio una "nave galleggiante" al largo della costa di Livorno. Sono invece due i progetti sulla carta per la costruzione di nuovi impianti, bloccati però da anni di impedimenti burocratici. Sarebbero realizzati a Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, e a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento.

I rigassificatori permettono di accumulare scorte di gas, sfruttando i collegamenti energetici marittimi. Si tratta dunque di un modo per aumentare la diversificazione delle nostre fonti energetiche, e per cautelarci da carenze momentanee. Ogni riferimento è voluto a queste ore, in cui la guerra minaccia le forniture terrestri dall’Europa Orientale al nostro paese.

Ma ci serve investire sulla rigassificazione?

Uno dei principali elementi di rischio dei rigassificatori è però il carattere altamente infiammabile del gas stesso. La paura, insomma, è che possano verificarsi incidenti sui territori dove gli impianti sono installati. Anche se gli impianti offshore e le “navi galleggianti” forniscono una soluzione a questo problema.

Il vero dilemma è però strategico: per costruire un nuovo impianto servono circa 5 anni. Tempi dunque molto lunghi, per cui sarebbe impossibile avere benefici di breve periodo. Gli investimenti per nuovi rigassificatori dovrebbero perciò essere messi in secondo piano, almeno nel lungo periodo, rispetto a quelli per realizzare impianti eolici o fotovoltaici.

Costruire nuovi rigassificatori significa infatti investire ulteriormente in impianti legati all’utilizzo di fonti fossili. E dunque essere dipendenti dai Paesi che esportano gas e metano, come successo con la Russia di Putin. Quelle fossili sono fonti che dovremmo smettere di usare prima possibile, se vogliamo andare incontro agli obiettivi di riduzione delle emissioni da qui al 2030 e al 2050. Costruire nuove infrastrutture per il metano va dunque nella direzione opposta rispetto non solo all'indipendenza energetica, ma anche alla tutela del pianeta.