Ripartire sostenibile: come riprendere dopo il lockdown diminuendo il peso sull’ambiente

La pandemia scatenata dalla diffusione del Covid-19 ha aperto il dibattito ai nuovi scenari futuri. È possibile riprendere la vita sul Pianeta in modo più sostenibile, evitando una futura crisi climatica e diminuendo le probabilità di ripresentarsi di nuovi patogeni?
Sara Del Dot 2 maggio 2020

L’anno zero. Una doccia fredda. Un bagno di realtà. L’occasione che non possiamo perdere. L’approdo del Covid-19 in (quasi) ogni angolo del mondo ha offerto al momento che stiamo vivendo tutta una serie di definizioni cui difficilmente all’inizio della pandemia avremmo pensato.

La tragedia che ci ha colpiti, obbligandoci a mesi di blocco assoluto delle attività quotidiane e di rinuncia a una libertà che non ci è mai parsa così preziosa, ci ha concesso l’opportunità di riflettere seriamente sul nostro stile di vita e sui modelli di intervento sul Pianeta che abbiamo seguito fino a oggi. E che ora, a quanto pare, abbiamo l’occasione di cambiare una volta per tutte.

Le immagini della natura che, grazie all’assenza dell’uomo, si riappropria degli spazi che nel corso degli anni le erano stati sottratti ci trasmettono una sensazione di serenità, seppur nella tragedia. Un ritorno inaspettatamente rapido che ci mostra come la natura non sia affatto scomparsa, soffocata dalla nostra presenza, ma anzi che basta poco per farla tornare. Guardandoci indietro, capiamo che la storia è in grado di offrirci diversi esempi di questi meccanismi. Uno tra tutti ce lo segnala Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. Alessandro, che si è occupato a lungo di biologia della pesca, racconta che c’è stato un periodo, forse l’unico dal dopoguerra, in cui le risorse ittiche del mar Adriatico si sono riprese, durante la guerra dell’ex Jugoslavia. Nel pieno di un conflitto, nessuno andava a pescare e quella parte di mare si è ripopolata. Che è esattamente ciò che sta accadendo anche ora, in scala ovviamente più ampia. E la domanda, oggi come allora, è: era necessario arrivare a questo per far riprendere la natura intorno a noi?

In molti si chiedono se da questa esperienza impareremo qualcosa oppure una volta liberi torneremo a comportarci e inquinare come prima. Perché se da un lato c’è una pandemia scoppiata all’improvviso le cui migliaia di morti sono sotto i nostri occhi, dall’altro ci sono i 75mila decessi l’anno a causa dell’inquinamento atmosferico, problema segnalato per anni da scienziati ed esperti del settore ma mai affrontato veramente. In questo, il Covid-19 forse ha saputo mostrarci la via da seguire, facendoci capire che rimanere fermi in attesa del collasso non è la scelta giusta.

Tuttavia, così come è insensato pensare che solo in assenza dell’uomo la natura possa esistere e svilupparsi senza essere danneggiata, è altrettanto insensato pensare che, una volta ripresi dallo shock Coronavirus, potremo proseguire come se nulla fosse cavalcando gli stessi modelli economici, finanziari e sociali di prima. Tutto questo naturalmente potrebbe non trovare riscontro nelle necessità di una rapida ripresa produttiva, dove la tentazione probabilmente sarebbe quella di recuperare ciò che è stato perso spingendo sull’acceleratore e relegando in secondo piano la questione climatica, che si stava conquistando un ruolo sempre più centrale prima che la pandemia spazzasse via tutti gli altri argomenti di discussione politica.

Come integrare quindi le attività umane con le necessità del Pianeta per garantirci le risorse sufficienti senza tirare troppo la corda? Come raggiungere una convivenza armonica che garantisca la salute a tutti?

“Il punto da cui bisognerebbe partire è comprendere che la nostra normalità non era normale.” Afferma Alessandro Giannì. “Il modo, la direzione in cui ora ripartiremo non è affatto neutrale rispetto a ciò che ci succederà tra qualche anno e che ci sta già succedendo adesso.”

Crisi globali: due pesi e due misure

La pandemia di Covid-19 ha messo la specie umana di fronte a una difficile realtà. Un virus è arrivato e ha cambiato le nostre vite rendendoci vulnerabili, esposti, fragili. Ha ucciso tantissime persone in poco tempo, in ogni luogo del mondo, facendoci realizzare che non siamo poi così intoccabili. E soprattutto che certe situazioni è meglio prevenirle, o per lo meno arginarle, agendo nell’immediato per salvare quante più vite possibili. Lo spiega bene Alessandro Giannì di Greenpeace: “Una delle lezioni molto amare che ci ha dato questa esperienza è l’importanza di intervenire in modo rapido ed efficace su crisi di questo tipo, soprattutto di portata globale. Perché pandemia e crisi climatica presentano diverse analogie.” E la specificità della crisi ambientale è anche il fatto che, a differenza del Covid-19, sappiamo della sua esistenza da molto, molto tempo. “Il primo rapporto scientifico sugli impatti del cambiamento climatico, che erano piuttosto definiti già all’epoca, risale al 1968. In pratica, noi sapevamo a cosa andavamo incontro prima che l’uomo andasse sulla luna. Perché dopo oltre mezzo secolo ancora esitiamo a prendere delle misure che potrebbero salvare il salvabile? I danni ormai sono stati fatti, certo, ma una cosa è stare fermi senza agire, un’altra è intervenire rapidamente.”

Intervento che sarebbe forse stato possibile mettere in pratica già da cinquant’anni, quando stava diventando ben chiaro cosa sarebbe potuto accadere a lungo termine. “Da almeno 50 o 60 anni avremmo potuto avviare una transizione energetica prosegue Alessandro “ma non lo si è voluto fare, perché c’erano di mezzo interessi contrastanti che lo hanno impedito. Il problema di adesso è che la pandemia non ha cancellato le crisi ambientali che c’erano prima che arrivasse. La pandemia si aggiunge a tutto questo scenario, di certo non lo annulla. Magari ci aiuta a comprenderlo meglio.”

“Questa emergenza si inserisce in un quadro che già faceva presupporre i suoi effetti drammatici in un futuro non troppo lontano,” aggiunge Alessandra Bailo Modesti, capo dell’area Green Cities e Coordinatore Green City Network della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. “Chiaramente però i tempi della pandemia sono molto ravvicinati e quindi ne vediamo subito gli effetti, mentre gli effetti della crisi climatica si manifestano più lentamente nel corso del tempo. A questo però va aggiunto che negli ultimi anni la crisi climatica sta accelerando il passo e alcune delle sue conseguenze si stanno già verificando, tant’è che le sperimentiamo nella vita di tutti i giorni”.

Verso una green economy

La chiave di volta per impostare un modello diverso che ci consenta di sfruttare le risorse del Pianeta in armonia con esso ha un nome: green economy. Un modello di sviluppo che punta alla sostenibilità, al rispetto per l’ambiente, alla riduzione dei consumi e alla spinta verso l’economia circolare e le fonti rinnovabili.

A inizio marzo 2020, Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione europea, ha proposto un’ambiziosa legge sul clima finalizzata ad azzerare le emissioni nette entro il 2050. La pandemia, però, potrebbe rallentarne l’approvazione e anche porre in secondo piano le iniziative comunitarie focalizzate sulla difesa dell’ambiente. E ciò è testimoniato dal fatto che diverse associazioni ambientaliste come WWF e Greenpeace hanno segnalato in una lettera inviata alla Commissione europea che il fondo finanziario di recupero da 1,8 miliardi per supportare i paesi dell’eurozona colpiti dalla pandemia non prevede vincoli climatici e quindi non impone di sottostare agli obiettivi del Green Deal europeo. Green Deal che i ministri dell’Ambiente europei hanno espressamente chiesto rimanga centrale nel piano di rilancio dell’economia europea, anche in questa situazione drammatica.

Naturalmente il pericolo concreto è che tutti i buoni propositi vengano temporaneamente accantonati per riuscire a garantire una ripartenza adeguata a livello produttivo ed economico. Anche se il momento di cambiare le cose sarebbe proprio questo e difficilmente potremo avere un’altra occasione del genere.

“Secondo i dati Ispra, nel primo trimestre del 2020 le emissioni di gas serra si sono contratte del 5-7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”, afferma Alessandra Bailo Modesti di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. “Stiamo assistendo a un miglioramento della qualità dell’aria nelle città e a una riduzione dei consumi energetici e delle attività di trasporto. Abbiamo l’opportunità di ripensare il modello di sviluppo nel quale stavamo proseguendo. Lo stesso IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, ci ricorda che abbiamo a disposizione circa un decennio per agire così da evitare futuri impatti sull’economia ancora più gravi di quelli che sta avendo il Coronavirus al momento. Il modo in cui sfruttiamo il nostro pianeta sta mettendo a dura prova i nostri ecosistemi, basti pensare che secondo l’Onu nel 2050 ci serviranno 3 pianeti per stare dietro al consumo di risorse naturali. Noi tre pianeti non li abbiamo. Se vogliamo il benessere, la prosperità e una loro distribuzione più equa dobbiamo assolutamente imboccare la strada della green economy, che è il motore che consente di raggiungere lo sviluppo sostenibile a cui tendiamo e anche di mantenere i livelli, i servizi economici e sociali che ci auspichiamo.”

Il rischio in cui tutto questo modello auspicabile incorre è però la volontà di ricominciare utilizzando “le vecchie ricette di un tempo” per ripartire nel modo più rapido e veloce possibile, recuperando ciò che in questi mesi è stato perduto. A questo si aggiunge la messa in discussione di un modello di business seguito per decenni e un’eventuale perdita di investimenti già realizzati.

“In questo modo si rischia di creare le condizioni per una crisi che potrebbe avvenire più avanti nel tempo e per cui non esiste vaccino, perché la crisi climatica non si risolve con un’iniezione. Sostenere la produzione di automobili con una conseguente spinta al trasporto privato oppure finanziare le fonti fossili, sono iniziative che nel lungo periodo avranno costi importanti per la società, costi che al momento non sono presi in considerazione. Al momento gli obiettivi ambientali sono visti come un aggravio di costo, ma questo accade perché non teniamo conto dei costi a lungo termine. Quindi, dal momento che sono previsti investimenti molto importanti, dobbiamo iniziare già da ora a direzionarli verso un modello di sviluppo che sia sostenibile e durevole nel medio-lungo termine.”

Anche secondo Alessandro Giannì di Greenpeace, il discorso degli investimenti pubblici è fondamentale e potrebbe impedirci di compiere gli stessi errori fatti per uscire dalla crisi del 2008, quando a essere finanziate furono aziende e società dannose per l’ambiente. “Non è possibile continuare a sostenere settori che hanno fatto disastri fino a ieri, perché se finanziati ulteriormente continueranno a fare ciò che hanno fatto finora. È un comportamento suicida, perché dobbiamo continuare a dare soldi pubblici a chi ci fa stare male?

“Non si tratta di difendere il Pianeta in maniera generica”, prosegue Alessandra. “Si tratta di difendere le nostre economie rendendole sostenibili nel lungo periodo”.

Ripensare le città per un benessere democratico

Circa metà della popolazione mondiale vive all’interno delle città e la percentuale è destinata ad aumentare fino a raggiungere, secondo la FAO, il 70% entro il 2050. Già oggi il 60-70% delle emissioni globali viene prodotto nelle città, dove viene consumato tra il 70-80% delle risorse e prodotto oltre metà dei rifiuti. Tuttavia nella gran parte di casi le città non sono progettate per favorire il benessere di coloro che le vivono. Il tema delle green cities è sempre più sentito e discusso ultimamente e diversi esperimenti sono già avviati in diversi luoghi del mondo. E forse mai come ora si è resa palese la necessità di ripensare i nostri centri urbani.

“La riprogettazione ambientale delle città è oggi più che mai fondamentale per garantire ai cittadini dei benefici per la salute che non possono più essere posti in secondo piano.” Dice Alessandra Bailo Modesti. “Oggi infatti c’è chi ha la fortuna di vivere in un’area in cui può raggiungere la maggior parte dei luoghi a piedi e invece chi è relegato in zone periferiche dove senza l’utilizzo dell’auto non è possibile accedere nemmeno ai servizi essenziali. Questo ci porta a riflettere sulla necessità di un ripensamento del modo in cui organizziamo i nostri spazi di vita, sia dal punto della città nel suo complesso che a livello di distretto, di quartiere. Ad esempio oggi chi ha un balcone, un giardino o una loggia è sicuramente più fortunato rispetto a chi è stato costretto a vivere il lockdown senza poter uscire e nemmeno stare un po’ all’aria aperta. Stiamo assistendo a un tipo di povertà che non è soltanto economica, ma è anche quella degli spazi di vita, che vede persone costrette a stare in gran numero rinchiuse in uno spazio molto piccolo senza accesso all’esterno né spazi intermedi tra la propria abitazione e il resto della città.”

Una vera e propria rigenerazione, quindi, che dovrebbe investire l’intero tessuto urbano soprattutto nelle grandi città, per poter garantire una vita dignitosa a tutti.

“Bisogna rendere gli spazi più vivibili, meno inquinati, arricchendoli di infrastrutture verdi. Si deve intervenire sugli edifici, migliorandone l’efficienza energetica e quindi la relativa produzione di emissioni. È importante anche ripensare i modelli di spostamento per garantire una mobilità più sostenibile dal momento che il 70% della mobilità privata avviene in ambito urbano e gran parte di essa è dettata dall’abitudine di utilizzare l’auto anche per tragitti brevi. È poi necessario aumentare la presenza di giardini, di orti urbani, progettare sistemi per la canalizzazione delle acque piovane migliorando la permeabilità dei suoli per evitare alluvioni e dissesti idrogeologici, utilizzare gli edifici e i distretti in ottica di mitigazione microclimatica per evitare ondate di calore, rendere maggiormente accessibili spazi di comunità che migliorino l’ambiente.”

Il ruolo della finanza sostenibile

Presupposto fondamentale dello sviluppo una nuova economia è sicuramente la finanza, che oggi più che mai può direzionare i futuri modelli di sviluppo. Recentemente, infatti, Greenpeace e Re:Common hanno pubblicato un report in cui viene analizzato l'impatto della finanza italiana sull'ambiente. Dall'analisi emerge che nel 2019 attraverso finanziamenti all'industria fossile le principali banche e investitori italiani hanno causato l'emissione di 90 milioni di tonnellate di CO2. In pratica, è come se avessero inquinato come l'intera Austria in un anno. Per questo è importante assumere la consapevolezza che un corretto uso e direzionamento degli investimenti può avere un impatto fondamentale sul Pianeta.

Arianna Lovera, Senior Programme Officer del Forum per la Finanza Sostenibile che rappresenta oltre 100 organizzazioni in Italia attive in quest’ambito, racconta che: “La finanza sostenibile è già una realtà, anche e soprattutto a livello europeo. Una parte di questo settore è già impegnata in direzione di un modello economico e di sviluppo in linea con gli obiettivi climatici e con l’Agenza 2030 delle Nazioni Unite. Nel 2018 è stato adottato dalla Commissione europea l’action plan financing sustainable growth, un piano d’azione per orientare i capitali verso il finanziamento di progetti sostenibili.”  In pratica, ciò che la finanza deve fare è sostenere aziende che seguono obiettivi di sostenibilità escludendo invece quelle dannose per il Pianeta.

“La finanza sostenibile non è speculativa, orientata alla massimizzazione dei profitti nel breve o brevissimo termine, ma è una finanza di più ampio respiro”, prosegue Arianna. “Il motivo che spinge gli investitori, i creditori, gli assicuratori verso criteri ambientali e sociali e di governance – che un tempo si ritenevano extra-finanziari – è il fatto che ormai è dimostrato che questi elementi sono importanti anche per l’andamento economico e finanziario delle imprese nel medio-lungo termine. Per esempio, se un’azienda non tiene conto del fattore “clima” non intercetta rischi potenziali e trascura gli impatti negativi prodotti dalla sua attività sull’ambiente, che a loro volta contribuiscono ad aggravare il problema del cambiamento climatico generando ulteriori rischi. Inoltre, ignorare questo fattore rappresenta un rischio reputazionale, perché ormai sia i consumatori sia i risparmiatori sono sempre più disponibili a premiare le aziende attente agli aspetti ambientali.”

E i vantaggi non sono soltanto per il Pianeta.

“Nei casi di grandi crisi e di perdite generalizzate, le aziende attente agli aspetti di sostenibilità sono in genere più resilienti, prosegue Arianna. “Il volume dei capitali investito con questi criteri è in crescita anche perché è dimostrato che la finanza sostenibile conviene, in quanto consente di gestire meglio i rischi e non richiede sacrifici dal punto di vista dei rendimenti, anzi: i rendimenti sono almeno in linea a quelli di mercato e nei periodi di crisi sono spesso più stabili.”

Oggi più che mai, quindi, ci troviamo davanti all’occasione di fare davvero la differenza, incanalando risorse per stimolare un cambiamento reale e premiare chi, l’ambiente, si impegna a difenderlo davvero.

“Sarebbe importante cogliere questa occasione per concentrare i fondi destinati alla ripresa economica in ottica di sostenibilità, in modo da affrontare contemporaneamente emergenza economica ed emergenza climatica. Chiunque abbia una vita finanziaria, quindi dei risparmi o anche solo un contro corrente, in qualche modo contribuisce a finanziare la soluzione o il problema, contribuisce a incanalare delle risorse verso aziende più o meno attente a questi aspetti di sostenibilità. C’è un potere in questo, nella scelta dei prodotti finanziari.”

“L’auspicio è quello di non tornare alla situazione precedente. Il fatto che si possa ripensare il nostro impatto sull’ambiente e sul clima, sotto tutti i punti di vista, è un’occasione che non dovremmo perdere.”

Strade più lente per una mobilità migliore

Un altro dei punti cardine del cambiamento è, naturalmente, la mobilità. Infatti, non appena sarà possibile riprendere a spostarsi è prevedibile che si verifichi un boom di automobili private per le strade, dal momento che le persone saranno riluttanti a usare i trasporti pubblici la cui capacità sarà comunque ridotta per evitare ulteriori contagi. L’Italia è un paese molto affezionato al trasporto privati con le sue 645 automobili ogni 1000 abitanti, il tasso più alto d’Europa. Secondo un report di Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, “la quota di emissioni di CO2 in Italia del settore trasporti generato dall’uso delle auto è cresciuta dal 54% del 1990 al 62% del 2017, per un totale di 61 milioni di tonnellate di CO2”. Solo a Milano ogni giorno si verificano 800.000 spostamenti interni per un tratto medio di 4 km, e sono circa un milione le auto che ogni giorno entrano nella città. Un numero altissimo che comporta l’emissione di una quantità di inquinanti atmosferici che nemmeno immaginiamo. Come riferito in un comunicato dell’associazione Cittadini per l’Aria, “a Milano il solo superamento dei limiti di legge del biossido di azoto (NO2) comporta ogni anno la morte prematura di circa 600 persone, cui si aggiungono quelle decedute a causa delle poveri sottili come PM10, PM2,5 e Ozono e le malattie croniche collegate all’inquinamento.”

Un vero e proprio disastro sanitario e ambientale a cui oggi, in un momento di forte shock, avremmo l’occasione di porre un freno.

“Si è aperta una straordinaria finestra di cambiamento e non possiamo assolutamente permetterci di perderla” racconta Anna Gerometta, presidentessa di Cittadini per l’Aria. “Le nostre città possono essere trasformate in poco tempo ribaltando la priorità tra uomini e auto, promuovendo la mobilità attiva.”

L’idea è quella di favorire più camminate e più biciclette per le strade, che dovrebbero arrivare a coprire almeno il 50% degli spostamenti nelle città. Una mobilità attiva che però deve essere favorita da un ripensamento complessivo dell’utilizzo delle strade e delle arterie urbane.

“Nello specifico, noi abbiamo proposto al sindaco di Milano di chiedere ai cittadini di lasciare a casa l’auto il più possibile almeno fino al 31 ottobre per poter riorganizzare la mobilità della città facilitando la mobilità attiva, in particolare le biciclette. Concretamente l’idea sarebbe quella di chiudere al traffico per tutti questi mesi i raggi e le circolari della città. Imponendo una limitazione forzata alle auto, potremmo ridistribuire gli spazi in modo efficace e soprattutto a lungo termine, mettendo i cittadini in condizione di lasciare l’auto a casa sperimentando una mobilità diversa. Per quanto riguarda le persone con ridotta mobilità, poi, si potrebbero attivare delle convezioni con i tassisti per offrire viaggi a prezzi sostenibili.”

Proposta che purtroppo non sembra essere stata accolta dall'amministrazione comunale, dal momento che l'1 maggio è stata pubblicata un'ordinanza in cui si offrono alla città 35 km di piste ciclabili, ma si consente anche la libera circolazione delle auto nella città anche nelle aree B e C offrendo parcheggio gratuito. Una decisione che cozza con la volontà delle associazioni, la cui idea era quella di cavalcare l’onda di una situazione già di per sé complicata e chiedere un ulteriore piccolo sacrificio ai cittadini per dare loro la possibilità di apprezzare una mobilità diversa, favorendo l’utilizzo di mezzi di traporto attivi e non inquinanti.

“Se noi ora ributtiamo in strada tutte le automobili, se non calmieriamo il traffico che si verrà a creare gli effetti saranno devastanti. Avremo livelli di inquinamento altissimi in poco tempo, le città si congestioneranno perché tutti vorranno usare il mezzo privato e torneremo in una situazione peggiore di quella precedente. Invece dobbiamo mostrare alle persone che con un piccolo atto di coraggio sarà possibile vivere in altro modo le nostre città, un modo più sano e piacevole. È una questione di visione sistemica, di cambiamento radicale”.

Una rivoluzione alimentare (necessaria)

Il rapporto dell’uomo con il cibo, in particolare con quello di origine animale, può essere considerato uno dei punti chiave dell’epidemia. I wet market, i mercati di animali selvatici spesso vivi diffusi nei paesi asiatici e in particolare in Cina, sono infatti i luoghi da cui si ipotizza che il virus abbia avuto la possibilità di passare all’uomo.

Attraverso il nostro modo di nutrirci interagiamo con la natura e con l’ambiente, anche se spesso fingiamo di non rendercene conto. Con la nostra lista della spesa possiamo renderci complici di fenomeni pericolosi di disboscamento, di inquinamento atmosferico e di sovrasfruttamento e distruzione degli ecosistemi. Quante volte acquistiamo del cibo della cui provenienza e produzione non sappiamo assolutamente nulla? Per fare solo un esempio, l’Unione europea è il secondo principale importatore di soia e derivati al mondo. Soia il cui utilizzo principale è quello di nutrire gli animali da reddito degli allevamenti intensivi, che rappresentano una delle principali fonti di inquinanti atmosferici al mondo. Allevamenti che possono trovarsi anche dall’altra parte del globo, ricavati da un’intensa attività di disboscamento, e che fanno arrivare i prodotti a casa nostra dopo viaggi lunghissimi. Le monocolture come quelle della soia, poi, sono una delle cause maggiori della deforestazione nel mondo e della sterilizzazione dei suoli. Ogni cosa è collegata, ma noi vediamo soltanto il filetto impacchettato che scegliamo dal banco frigo al supermercato.

Tuttavia c’è chi, da tempo ormai, sta cercando di mettere sotto i riflettori la necessità di un consumo più consapevole, una filiera più etica e tracciabile che consenta di ripristinare un equilibrio da troppo tempo perduto. Anche in questo caso, oggi la possibilità c’è.

“Il fatto di sostenere le piccole filiere mai come adesso si è rivelato la soluzione.” Dice Eleonora Lano, coordinatrice tematica dell’area cibo e salute dell’associazione Slow Food.Acquistare locale ci consente di ridurre le emissioni di CO2 lungo tutta la filiera e in questo momento specifico significa aiutare a far ripartire l’economia anche di tutte quelle realtà che, ad esempio, rifornivano i ristoratori che oggi si sono fermati. Per quanto riguarda in particolare frutta e verdura, poi, acquistare locale significa avere a disposizione prodotti freschi, di stagione, che sono maturati su una pianta e non in una serra riscaldata o in un container, che non hanno percorso chissà quanti chilometri e che quindi hanno proprietà nutrizionali migliori. Infine, ci consente di preservare la biodiversità e limitare gli sprechi.”

Anche se forse, a livello alimentare, il problema più urgente oggi è la gestione della produzione e del consumo di carne, in particolare quella allevata con pratiche intensive.

“C’è un fenomeno, chiamato ‘effetto spillover‘ (salto interspecifico) che consiste nel passaggio del virus da una specie all’altra. Solitamente prima di arrivare all’uomo il patogeno si trasmette a un animale-serbatoio oppure a un soggetto intermedio. Negli studi delle passate epidemie si è visto che spesso il soggetto intermedio sono proprio gli animali allevati in modo intensivo. In particolare nei paesi tropicali, in cui si verificano intensi fenomeni di disboscamento per ricavare spazi per animali e monocolture, interi ecosistemi ricchi di biodiversità (e quindi anche di virus) vengono distrutti e i patogeni presenti si liberano espandendosi all’esterno. Di conseguenza, se noi riducessimo il consumo di carne da allevamento intensivo smetteremmo di alimentare il sistema di distruzione delle foreste e quindi della perdita di biodiversità che ci protegge dalla diffusione di nuovi patogeni. Inoltre, gli animali allevati sono debolissimi, subiscono trattamenti antibiotici preventivi e sono geneticamente tutti uguali, quindi non riescono a difendersi dai virus.”

Senza contare che l’allevamento intensivo animale è fonte di circa il 20% delle emissioni di gas serra sul Pianeta.

“Dobbiamo ridurre le quantità e aumentare la qualità. Siamo noi a decidere cosa mangiamo e un’alimentazione sostenibile serve a salvare il Pianeta ma anche a migliorare la nostra salute. Quindi si può promuovere un cambiamento anche in termini egoistici, per se stessi”.

Il consumatore esercita quindi un ruolo fondamentale. Ma a livello istituzionale cosa andrebbe fatto per garantire una ripresa diversa?

“In questo periodo tutti ci siamo recati nei supermercati per fare gli acquisti e cucinare a casa. La grande distribuzione quindi si è arricchita, a differenza di altre realtà che sono state costrette a chiudere. Ci vorrebbe quindi un sostegno concreto destinato ai piccoli produttori, ai ristoratori e alle piccole realtà che si occupano di rifornirli. Perché nel momento in cui si entra nei meccanismi della grande distribuzione, quest’ultima impone un prezzo e per essere competitivo non puoi permetterti di vendere i tuoi prodotti al prezzo a cui li venderesti se fossi autonomo.

Un pomodoro che vale una determinata cifra lo devi vendere alla GDO a molto ma molto meno. E questo favorisce caporalato e sfruttamento. Se invece fosse dato un sostegno adeguato a questi produttori si potrebbero aumentare i margini per fare in modo che questo sistema non sia così controproducente, anche per il benessere dei lavoratori. Un’altra cosa che si potrebbe fare sarebbe favorire i mercati contadini, dare loro più spazio e visibilità, creare delle reti che uniscano i produttori ai cuochi, che rappresentano il legame di unione tra consumatore e sistema cibo. Insomma, i grandi dell’alimentazione ce l’hanno fatta. Ora bisogna aiutare i piccoli.”