Sapevi che le microplastiche possono viaggiare su lunghe distanze? Uno nuovo studio spiega come si diffondono

I ricercatori dell’Università di Princeton hanno scoperto che, contrariamente a quanto si credeva, le particelle di microplastica possono sì accumularsi e bloccarsi, ma poi vengono nuovamente liberate nell’ambiente e possono raggiungere luoghi molto lontani, fino ad arrivare nel cibo che mangi o nell’acqua che bevi. Le nuove evidenze scientifiche, però, potrebbero rappresentare la soluzione per prevederne gli spostamenti più facilmente.
Alessandro Bai 17 Novembre 2020

L’inquinamento da microplastiche può viaggiare e coprire distanze che credevamo impensabili: è la scoperta di un nuovo studio pubblicato su Sciences Advances e condotto da un team dell’Università di Princeton, che ha identificato un nuovo meccanismo in grado di spiegare gli spostamenti delle particelle di plastica nell’ambiente.

Sicuramente anche tu, negli ultimi anni, avrai sentito parlare della diffusione di microplastiche come uno dei grandi problemi ambientali attuali. Il fatto che possano spostarsi così tanto, però, dovrebbe preoccuparti ancora di più, dato che in questo modo aumentano le possibilità che l’acqua che bevi o il cibo che mangi possano essere contaminati da queste particelle.

Il viaggio delle microplastiche

Fino a questo momento i ricercatori pensavo che, una volta rimaste “incastrate” nel suolo o in qualche sedimento, le particelle di microplastica si fermassero lì senza spostarsi più. Una convinzione che, come potrai immaginare, impediva di comprendere il meccanismo di diffusione di queste particelle inquinanti nell’ambiente, che in effetti è ben diverso.

Come scoperto infatti dal team di Princeton, le microplastiche tendono sì a depositarsi e accumularsi, prima però di venire nuovamente “liberate”, per via della pressione a cui vengono sottoposte, e continuare così il proprio viaggio in altri ambienti naturali. Si tratta di un processo che si ripete ciclicamente e che, secondo Sujit Datta, che era a capo del gruppo di ricerca, “permette alle particelle di disperdersi su distanze molto maggiori rispetto a quelle che immaginavamo”.

Per poter giungere a questi risultati, gli studiosi hanno osservato il comportamento di due tipi di particelle, quelle viscose e non viscose, ovvero le più comuni tra quelle che possiamo trovare nell’ambiente, che derivano soprattutto da prodotti monouso, fatti ad esempio da materiali come il polistirolo. Dopo aver simulato un mezzo poroso dalla struttura simile a quella del suolo o di una falda acquifera, i ricercatori hanno reso fluorescenti le microplastiche in modo da poterle monitorare al microscopio. Le differenze tra particelle viscose e non viscose, alla fine, sono risultate minime: entrambi i tipi, infatti, pur bloccandosi e accumulandosi in maniera diversa, tendevano poi a liberarsi nuovamente e proseguire il percorso.

Microplastiche in cibo o acqua

Le evidenze ottenute dai ricercatori sul processo di diffusione delle microplastiche potrebbero essere molto utili in futuro per realizzare dei modelli che ci permettano di capire su larga scala quali aree o ambienti possano essere contaminati e in che misura.

Per farti un esempio pratico, grazie a queste nuove conoscenze potrebbe essere più semplice stimare le probabilità che determinate particelle di microplastica hanno di raggiungere la falda acquifera nei pressi di casa tua, così come un fiume o un terreno agricolo dal quale provengono i prodotti che potresti mangiare.

Si tratta in ogni caso di una scoperta che dovrebbe rafforzare ulteriormente una convinzione: l'ambiente è uno solo e di tutti, per questo è importante battersi tutti insieme per difenderlo e ridurre il più possibile l'inquinamento. Perché anche un gesto compiuto a migliaia di chilometri da te, potrebbe e dovrebbe riguardarti in prima persona.