SEADS: la start up che vuole fermare il 70% delle plastiche che arrivano negli oceani

Installare delle barriere nei dieci fiumi più inquinati al mondo per impedire che trasportino rifiuti plastici fino agli oceani. È l’idea ambiziosa di SEADS, una start-up italiana che è già alle prese per posizionare le prime barriere nel fiume Ciliwung, a Giacarta. Ma come funziona esattamente? Ce lo siamo fatti raccontare dal suo fondatore, Fabio Dalmonte.
Sara Del Dot 5 gennaio 2019

Ogni anno vengono buttate negli oceani in media 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. L’equivalente del carico di un camion ogni minuto. Spiagge, flora e fauna marina stanno soffocando sotto la quantità di plastica che tutti noi ogni giorno produciamo, e di cui meno di un terzo riesce a essere avviata a riciclo. La plastica negli oceani, ormai, è un problema sotto gli occhi di tutti. Tutti ne riconosciamo l’esistenza, tutti soffriamo ogni volta che ci passano sotto gli occhi le immagini di tartarughe incastrate negli anelli delle lattine, pesci soffocati da packaging dei fast food o seppie attraverso il cui corpo trasparente si riconosce nitidamente una cannuccia colorata. Non tutti sanno, però, che quasi l’80% della plastica che finisce nei mari ci arriva trasportata dal corso di soli dieci fiumi, i dieci fiumi più inquinati al mondo: Yangtze, Nilo, Gange, Indo, Fiume Giallo, Hai he, il fiume delle Perle, Amur, Niger e Mekong. Ed è proprio su questi fiumi, che rappresentano la principale fonte dell’inquinamento da plastica degli oceani, che SEADS (Sea Defence Solutions) vuole agire. Bloccando questo immenso corso di plastica prima che sfoci nel mare.

Il fondatore della start up si chiama Fabio Dalmonte, è romagnolo e la sua predisposizione alle tematiche ambientali è sempre stata evidente. Originario di Lugo di Romagna, ha studiato ingegneria gestionale a Bologna, per poi specializzarsi in cittadinanza d’impresa e lavorare per anni sulle strategie di sostenibilità di Barilla. Durante un master in gestione rifiuti presso la University of West of Scotland, nel corso di un periodo trascorso a Giacarta in collaborazione con la University of Indonesia, è nata l’idea: realizzare delle barriere che consentano di raccogliere e avviare a riciclo quasi il 100% delle materie plastiche trasportate dalla corrente dei fiumi, bloccandole all’origine prima che si disperdano nel mare.

Fabio, assieme a Mauro Nardocci, Communication Director di SEADS, ha lavorato molto negli ultimi mesi per implementare il progetto e raggiungere sempre maggiori risultati e opportunità. Lo stesso Mauro, che ha lavorato per anni come marketing director di Barilla per il Centro Europa e ora lavora a New York come executive coach, sottolinea come il progetto sia da loro visto “più come un movimento inclusivo che come un progetto. Solo noi, tutti assieme, possiamo fermare questa marea di plastica che uccide i nostri mari e il nostro futuro. Ognuno di noi può essere parte di questa barriera. Io e Fabio siamo i primi due tasselli. Due amici, due italiani di successo all'estero, io a New York e lui a Londra che hanno un sogno in comune.” Noi di Ohga abbiamo parlato con Fabio e ci siamo fatte raccontare qualcosa in più su questo progetto.

Come è nata l’idea di agire sui fiumi per fermare l’inquinamento da plastica?

Circa quattro anni fa ho svolto uno studio a Giacarta, in collaborazione con la University of the West of Scotland e University of Indonesia, finalizzato a valutare lo stato di inquinamento del fiume Ciliwung che passa attraverso Giacarta, ma anche per fare un punto della situazione sullo stato della gestione dei rifiuti in quella città. Durante questo periodo ho avuto la possibilità di capire come funziona e quali sono i principali problemi. Era piuttosto evidente la quantità di rifiuti che finivano nei fiumi e nel mare, che si accumulavano nelle isole davanti al golfo di Giacarta rovinando spiagge, influendo sul turismo, causando problemi di sostentamento alle comunità locali e ovviamente anche problemi ambientali come la riduzione della popolazione ittica sia nel mare che nei fiumi. Quindi ho iniziato a pensare a come si potesse risolvere questa situazione a partire dalla causa, naturalmente individuabile nella troppa produzione e nel poco riciclo della plastica, che facilmente viene dispersa nell’ambiente e in particolare nei fiumi. Non potendo agire direttamente sulle abitudini dei cittadini, ho pensato di agire sui fiumi.

Come funziona esattamente il progetto?

Le barriere che stiamo progettando sono barriere galleggianti, rigide e resistenti a sufficienza da poter essere considerate una soluzione definitiva, che quindi possano resistere a qualsiasi condizione del fiume e a oggetti di grosse dimensioni trasportati dalle correnti, come ad esempio alberi.

Stiamo cercando di avere a disposizione un portfolio con tante possibilità, per adattarci il più possibile a tutti i casi che incontreremo, sempre cercando di sviluppare le soluzioni più semplici.

Per realizzarle abbiamo valutato diversi materiali e le plastiche sono risultate il materiale migliore. Quindi sarà la plastica che ferma la plastica. Ovviamente sarà plastica riciclata e riciclabile. Le barriere, che sprofonderanno per un metro e mezzo circa sott’acqua, avranno inoltre una struttura interna che ne manterrà la flessibilità e rinforzerà la capacità di supportare correnti e tronchi. Parlo di “barriere” al plurale, perché dovranno essere almeno due. Infatti, vogliamo che l’impatto sul fiume sia il minore possibile, quindi essendo due, le barriere possono essere sfalsate in modo da consentire il normale passaggio di barche e pesci. Saranno posizionate in diagonale rispetto al flusso dell’acqua, in modo da creare una corrente che trasporterà i rifiuti verso il lato del fiume, dove verrà costruito un bacino di collezione in cui gli scarti verranno accumulati, prelevati e avviati alla selezione.

In più, vorremmo che i centri di selezione che costruiremo accanto alle barriere si potessero espandere per accettare rifiuti che provengono anche da zone limitrofe urbane e industriali, così da produrre profitto per le comunità locali e aumentare in modo consistente la qualità della gestione dell’immondizia. Ma il progetto potrebbe portare anche benefici sociali: infatti, a Giacarta e in generale nei Paesi in via di sviluppo ci sono tante persone povere che raccolgono i rifiuti autonomamente per riciclare i materiali e trarne profitti, e questi individui offrono un ottimo servizio alla comunità. Uno degli obiettivi paralleli al progetto è infatti quello di coinvolgerli nelle attività che verranno create attorno alle nostre barriere, perché il materiale raccolto andrà selezionato per essere avviato a riciclo, e questa selezione creerà posti di lavoro. Vorremmo quindi fare in mondo che il Governo includa queste realtà “informali” nel sistema di raccolta dei rifiuti, dando loro anche condizioni di lavoro adeguate e sicure rispetto a quelle attuali. Così, il beneficio sarebbe ambientale ma anche sociale.

Al momento qual è lo stato del progetto?

Assieme a un mio collega, che si è occupato della parte più matematica della costruzione della struttura, abbiamo sviluppato il prototipo con un modello in scala ridotta in un canale di simulazione e abbiamo depositato il brevetto. Nel frattempo, oltre alla University of West of Scotland e Universitas Indonesia, abbiamo iniziato una collaborazione anche con l’Università di Firenze e il Politecnico di Milano, che hanno mezzi tecnici molto avanzati. Ci stiamo occupando anche della parte riguardante la comunicazione, il marketing e le relazioni, queste ultime molto importanti dal momento che ci interfacciamo con i Governi, ed entrarci in contatto non è sempre facile.

Si tratta di una sfida, ma la soluzione è semplice e fino ad ora i risultati sono stati incoraggianti.

Dal punto di vista tecnico abbiamo sviluppato diverse varianti rispetto al brevetto, ad esempio abbiamo preso in considerazione la possibilità di utilizzare barriere di bolle, che escono da tubi con buchi posizionati in fondo al fiume, che potrebbero essere utili da utilizzare nei fiumi con bassa corrente, oppure utilizzate in concomitanza con le barriere classiche. Insomma, stiamo cercando di avere a disposizione un portfolio con tante soluzioni, per adattarci il più possibile a tutti i casi che incontreremo, sempre cercando di sviluppare le soluzioni più semplici. Infatti, la semplicità è fondamentale per tanti motivi: intanto perché produce impatti inferiori, ha costi inferiori e soprattutto vogliamo che questa sia una soluzione definitiva, a lungo termine. È quindi necessario che il Governo locale abbia la possibilità di mantenere operativa la soluzione che proponiamo. Molto spesso purtroppo, nei Paesi in via di sviluppo le soluzioni vengono portate dall’esterno e quando i fondi finiscono non ci sono le possibilità per continuare a sfruttare quella soluzione, tutto si blocca e noi vogliamo fare in modo che questo non accada.

Al momento stiamo andando avanti con il progetto per installare le barriere a Giacarta. Stiamo discutendo con il Governo, per installare la prima struttura nel fiume Ciliwung, in un tratto dove il fiume è stretto. Abbiamo già il via libera, stiamo cercando i fondi per aiutare il governo a pagare l’installazione della prima barriera. Abbiamo alcune discussioni avviate che potrebbero portare i fondi a breve. In parallelo stiamo anche cercando fondi, sia scientifici, sia da raccolta fondi tramite crowdfounding sia da sponsorship di grosse organizzazioni interessate a impegnarsi per ridurre l’inquinamento negli oceani. Il passo successivo è, a partire dal prototipo, fare gli studi che servono per verificare quali caratteristiche specifiche saranno necessarie per la struttura così da essere installate in fiumi di dimensioni più grandi come il Fiume Giallo e il Nilo. Ovviamente è una sfida, dal momento che sono fiumi molto impegnativi. Ma la soluzione è semplice, e fino ad ora i risultati sono stati incoraggianti. Il fatto che così tanti rifiuti siano concentrati in pochi fiumi è sì un dato negativo, ma offre anche un potenziale elevatissimo. Agendo su pochi corsi d’acqua si può ottenere un risultato enorme in tempi limitati e con investimenti piuttosto bassi.