Sta iniziando ad avvenire il riconoscimento legale dei migranti climatici, finalmente

Secondo l’Onu oltre 200 milioni di persone si muoveranno entro il 2050 a causa della crisi climatica e ambientale. Per questo, va garantita loro maggiore protezione: in Italia ci stiamo muovendo in questa direzione.
Gianluca Cedolin 22 Gennaio 2021

Uno degli aspetti ancora sottovalutati della crisi climatica attraversata dal nostro pianeta riguarda i migranti climatici, persone costrette a lasciare la propria terra in quanto le condizioni ambientali non rendono possibile la vita. Dalle carestie alla desertificazione, fino alla carenza di risorse idriche e ai territori sommersi dall'innalzamento del livello del mare, passando per l'inquinamento atmosferico, molti luoghi abitati stanno diventando inospitali. Il problema esiste oggi, e sembra destinato a ingigantirsi: se dovessimo continuare su questi ritmi, entro il 2050 circa 200-250 milioni di persone si sposteranno a causa della crisi climatica, secondo le stime dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

La mancanza di una tutela legale

Ad oggi, mentre per le persone che fuggono da guerre e violenza esistono delle tutele legali e dei sistemi di protezione umanitaria, i migranti climatici non hanno ancora lo stesso supporto, e il loro ingresso dipende esclusivamente dall'arbitraria decisione del paese che li riceve. La cosa fondamentale, chiaramente, sarebbe intervenire sulle cause di queste migrazione, vale a dire prendere provvedimenti seri e immediati nella lotta alla crisi climatica. Intanto, perlomeno, qualcosa inizia a muoversi per garantire assistenza giuridica alle persone costrette a spostarsi per cause ambientali.

La sentenza in Francia

Il Guardian, parlando del problema, ha citato una recente sentenza di un tribunale francese, in cui un uomo del Bangladesh che soffre d'asma ha evitato di essere rimandato nel suo paese d'origine. Come evidenziato dai suoi difensori, questo avrebbe provocato un grave deterioramento delle sue condizioni fisiche a causa dell'alto livello di inquinamento atmosferico presente nel paese asiatico (il Bangladesh si trova al 179esimo posto nel World air quality index del 2020). Secondo l'autorevole quotidiano inglese, si tratta della prima volta in cui un tribunale ha citato l'ambiente in un caso di estradizione.

Le mosse dell'Italia

Anche il nostro paese si sta muovendo nel riconoscimento delle migrazioni climatiche: i nuovi decreti sicurezza approvati lo scorso 18 dicembre, scrive La Repubblica, prevedono il diritto alla protezione umanitaria anche ai migranti climatici. I provvedimenti hanno ridisegnato il permesso di soggiorno per disastri naturali, stabilendo che chi fugge da crisi ambientali possa usufruire dello stesso trattamento riservato a chi si allontana da guerre o carestie.