Tra le montagne distrutte da Vaia nasce la pista da skiroll più alta d’Europa: ma non tutti sono d’accordo

Tra chi la considera un’opportunità e chi invece uno scempio del territorio, la nuova pista da skiroll sul passo Lavazé in Trentino ha scatenato le polemiche, anche grazie alle immagini diffuse in cui si vede il percorso snodarsi tra gli alberi caduti per la tempesta Vaia del 2018.
Sara Del Dot 3 agosto 2020

In val di Fiemme, a poco più di un'ora da Trento, c’è un passo, chiamato Lavazé, che fino a ottobre 2018 potevi percorrere in auto attraversando una splendida foresta dagli alberi altissimi. Ma da quelle notti di fine autunno di due anni fa, quando la tempesta Vaia si è abbattuta sul territorio, attorno alla strada è rimasto soltanto un deserto di alberi caduti. Guardandosi attorno, mentre si percorre la lingua d’asfalto che conduce alle montagne e agli impianti sciistici, l’impressione è che qualcuno abbia “pettinato” la montagna, appiattendo tutti i suoi alberi come se fossero capelli con il gel. Una devastazione, un silenzio assordante soprattutto per chi, quei territori, li abita e li ha visti cambiare irrimediabilmente da una notte all’altra.

E in mezzo alla desolazione rimasta, recentemente in merito questo luogo si sono accese aspre polemiche. Il tema? Una pista da skiroll, la più alta d’Europa (1.808 metri), nata per consentire agli amanti dello sci, in particolare dello sci di fondo, di praticare questa disciplina anche in estate, un periodo in cui l’offerta per gli amanti degli sport invernali è naturalmente ridotta. La pista, lunga circa 3 chilometri, consiste in un percorso ad anello realizzato nella parte “meno nobile” del comprensorio così da non impattare le zone più belle e delicate ma mantenendo comunque la peculiarità del territorio delle Dolomiti.

Sin dall’inizio si erano opposti alla costruzione dell’opera diversi gruppi di cittadini e ambientalisti, preoccupati per l’impatto ambientale che questa costruzione avrebbe avuto sul territorio e considerando l'opera un inutile spreco di denaro pubblico. Negli ultimi giorni, poi, la polemica si è inasprita a causa di alcuni scatti realizzati dal bolzanino Walter Donegà, che ha mostrato per immagini il contrasto tra la lingua di cemento della pista e la desolazione della natura distrutta da Vaia.

Immagini molto intense di un territorio ferito attraversato da un progetto antropico che forse, proprio ora, non trova il suo senso in un luogo già martoriato. Almeno a vedersi.

L’idea di base è infatti quella di animare la valle anche con questa ultima opera, attirando sportivi appassionati che desiderino allenarsi e offrendo loro un luogo adeguato in cui praticare questo sport. Così, l’opinione pubblica si divide tra cui non ci trova nulla di male, anzi vede in questo progetto un’ulteriore offerta turistica che potrebbe portare valore al territorio favorendo uno sport che si pratica in natura e che non ha controindicazioni, e chi invece non può sopportare la vista di questa lingua nera che si snoda tra ciò che rimane del suo bosco, convinto che rimarrà per la maggior parte del tempo inutilizzata. La speranza, in ogni caso, è che ne valga la pena.