Un tappeto di meduse nel mare di Trieste, la dott.ssa Tirelli: “Vi spiego perché nel nostro golfo sono di casa da 200 anni”

Forse anche tu avrai visto e sentito dell’invasione di meduse che ha coinvolto le acque del capoluogo giuliano negli ultimi giorni. Il fenomeno, detto bloom, ha sorpreso tutti per la grande abbondanza di esemplari ma non deve stupire, anzi: negli anni la presenza di questi animali planctonici è diventata normalità.
Kevin Ben Alì Zinati 10 Aprile 2021
In collaborazione con Valentina Tirelli Ricercatrice presso l'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale di Trieste

«È tipico delle meduse: quando le cerchi, non ci sono». È un aforisma ricorrente tra i corridoi delle università e degli istituti di ricerca. Gli zoologi e i biologi marini che si occupano delle popolazioni dei mari ormai ci hanno fatto il callo e sanno che catturare, campionare e studiare le meduse, esseri misteriosi e affascinanti, a volte è un lavoro difficile.

A Trieste spesso è diverso.

Se hai mai passeggiato lungo le Rive o se ti è capitato di percorrere la costa per finire a scattare una foto del tramonto sul Molo Audace avrai notato che le meduse, nel Golfo di Trieste, sono una presenza fissa.

Anzi, molto spesso il fenomeno è addirittura amplificato e al posto di una o due meduse sparse qua e là, potresti anche intravederne grandi gruppi spingersi verso la riva.

È successo, per esempio, la scorsa settimana, quando tra social e web si sono rincorse foto e riprese di veri e propri assembramenti di meduse Rhizostoma pulmo quasi a formare un tappeto bianco e rosa nelle acque del centro città.

Il bloom di meduse a Trieste, nella zona del Molo Audace, in pieno centro città.

Nonostante la presenza di questa specie non rappresenti un’anomalia, l’«invasione» ha fatto scalpore e ha portato i cittadini e i curiosi, tra cui rientrano alla pari giornalisti e ricercatori, a interrogarsi sui perché dietro questa grande abbondanza di meduse, che nel linguaggio scientifico è definita un bloom.

Tra questi c’è la dottoressa Valentina Tirelli, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste. Per provare a delinearne i contorni e capire se si tratta di fenomeno che è aumentato o meno, però, serve fare un passo indietro. Per avere il quadro della situazione, ha spiegato, bisogna rifarsi a una serie temporale di dati abbastanza lunga, almeno di qualche decennio.

La dottoressa Valentina Tirelli, ricercatrice dell’Ogs, con alla spalle il castello di Miramare.

Così si è rifatta a un interessante studio condotto da Tjaša Kogovšek e altri colleghi dell’Istituto NIB di Pirano, che ha raccolto dati sulla presenza di meduse nel Golfo di Trieste negli ultimi 200 anni: “Questo lavoro riporta che la Rhizostoma pulmo non solo è presente nel Golfo da tanto tempo, circa dalla fine del 1800, ma che ha anche formato spesso dei bloom sin dai primi anni del ‘900”. 

Se dunque i bloom di Rhizostoma non sono una novità, lo è però la frequenza con cui appaiono. “A partire dagli anni 2000 sembra che questi avvengano più frequentemente ed abbiano una durata maggiore”. 

Perché? Ce lo siamo chiesti, te lo stai chiedendo, l’abbiamo chiesto alla dottoressa Tirelli. Secondo cui, però, ad oggi non possiamo saperlo con certezza, anche perché in generale i bloom di meduse possono attribuirsi a diverse cause, molte legate anche ad azioni dell’uomo, come la sovrappesca. “Possiamo però assumere che il continuo riscaldamento dell’acqua possa permettere alle meduse un periodo riproduttivo più lungo e quindi dia loro la possibilità di aumentare in numero”. 

D’altra parte, ricorda la ricercatrice dell’Ogs, quest’ultimo inverno non è stato particolarmente freddo e le meduse Rhizostoma sono forse rimaste più a lungo sulla costa senza doversi allontanare per cercare temperature più miti.

A partire dagli anni 2000 i bloom avvengono più frequentemente con una durata maggiore

Valentina Tirelli, ricercatrice dell'Ogs di Trieste

Il continuo aumento della temperatura delle acque verso cui stiamo inesorabilmente spingendo, insomma, potrebbe giocare un ruolo determinante. Favorirebbe la vita e l’attività riproduttiva di alcuni tipi di meduse e dunque la frequenza dei bloom.

Ci sono anche altre condizioni meteo-marine che possono concorre a spingere le meduse vicino alla costa, ad ammassarle lungo le rive in pieno centro città o a farle spiaggiare a terra (puoi vederlo nella foto qui sotto, scattata a Grado, a una cinquantina di chilometri da Trieste) attirando così l’attenzione di chiunque guardi il mare. Il vento, per esempio. Che, secondo la dottoressa Tirelli “potrebbe giocare un ruolo più che altro nella percezione visiva da parte di ricercatori e soprattutto dei cittadini di Trieste”.

Le meduse spiaggiate a Grado di cui ti parlavo poco più sopra. La foto è stata scattata l’8 aprile ed è arrivata alla dottoressa Tirelli da un utente di avvistAPP.

Bloom più frequenti vuol dire più meduse e, potenzialmente, più disagi anche per i cittadini e i bagnanti che, dagli scogli di Barcola, dovessero trovarsi a tu per tu con questo animale planctonico. “Se avessimo una stagione balneare con la stessa alta densità di Rhizostoma che abbiamo ora, credo sarebbe un problema – ha continuato la ricercatrice – Non è gradevole nuotare in presenza di così tante meduse. Oltretutto la Rhizostoma, che è sempre stata classificata come non urticante, rilascia comunque un muco che può causare bruciore e fastidi.

Per far fronte all’alto numero di meduse in acqua si potrebbero installare, per esempio, delle barriere di protezione: “In certe zone sono stati avviati progetti pilota con delle reti che proteggono la spiaggia e in particolare i luoghi dove la gente fa il bagno”. 

Il continuo riscaldamento dell’acqua potrebbe dare alle meduse un periodo riproduttivo più lungo

Valentina Tirelli, ricercatrice presso l'Ogs di Trieste

Come però sottolinea la dottoressa Tirelli con franchezza, si tratterebbe di soluzioni temporanee, adatte solo per le meduse come la Rhizostoma o la Pelagiae nella loro fase adulta e che non fermerebbero comunque la loro proliferazione: “Dovremmo dunque pensare a una politica a lungo termine”. Ancora una volta, il riferimento è all’uomo e a come le sue azioni impattino sull’ambiente che lo circonda.

“Un esempio è la continua modifica del loro habitat a seguito di nuove edificazioni – ci ha spiegato la ricercatrice dell’Ogs – Molte meduse hanno un ciclo che prevede anche la forma bentonica, detta polipo, che necessita di rocce o substrati su cui stanziarsi e riprodursi. Negli anni abbiamo notato che più costruiamo la costa e più offriamo nuovi supporti alle meduse per crescere e riprodursi, come avviene per la medusa Aurelia nel porto di Koper”.

Il "tappeto" di Rhizostoma nel Golfo di Trieste nella prima settimana di aprile

Il primo strumento con cui i triestini possono contribuire a fronteggiare potenziali bloom di meduse è aiutare i ricercatori a studiare questi fenomeni attraverso la Citizen Science. La traduzione concreta del coinvolgimento attivo dei cittadini nella ricerca scientifica è “avvistApp”.

Si tratta di un’applicazione per smartphone ideata dalla stessa dottoressa Tirelli con cui chiunque può segnalare la presenza di meduse scattando una foto e inviandola attraverso l’app: “Ogni scatto viene visionata e la segnalazione, se corretta, viene validata” ha concluso la ricercatrice.

È un metodo semplice per integrare i dati scientifici e mappare la distribuzione di animali marini spesso molto difficili da osservare. Non solo: è anche un piccolo e facile accorgimento con cui provare a migliorare la convivenza con le meduse “triestine”.

Tutte le foto sono state gentilmente concesse da Valentina Tirelli