Vaia, l’amplificatore spezzato che nasce dal legno degli alberi caduti durante la tempesta

Ciò che la tempesta ha strappato alle foreste del nord Italia nell’autunno del 2018, viene loro restituito in un oggetto di design realizzato dal legno caduto. Un piccolo cubo in grado di amplificare il suono del cellulare in modo naturale, nato dall’idea di alcuni ragazzi che hanno fondato una start up che dalla tempesta, oltre al legno, ha preso anche il nome.
Sara Del Dot 3 novembre 2019

Un piccolo cubo creato dal legno vivo, in grado di amplificare il suono come una cassa di risonanza tutta naturale. È spezzato a metà, proprio come il territorio in cui è stato creato. Si tratta di un amplificatore per cellulare realizzato interamente a mano da un artigiano a partire dal legno degli alberi caduti durante la tempesta che, tra ottobre e novembre 2018, ha raso al suolo decine di migliaia di ettari di foreste nel Triveneto.

L’idea è partita da Federico Stefani, un giovane perginese che, assieme a due amici e supportato da un team di giovani professionisti riunitisi poi in una start up, ha lavorato per un anno alla realizzazione di quello che voleva diventasse un simbolo di rinascita per il proprio territorio e un modello replicabile in altre realtà del mondo soggette a calamità naturali imprevedibili.

Oggi, quasi un anno dopo la tempesta, stanno iniziando a raccogliere i frutti delle loro fatiche. Frutti che hanno la forma di un cubo spezzato, proprio come le foreste del nord Italia dopo la tempesta. Tempesta di cui quest’idea ha raccolto le macerie e anche il nome: Vaia.

Paolo Milan, Federico Stefani e Giuseppe Addamo, i creatori di Vaia

Ma facciamo un passo indietro perché, come racconta Federico, questo progetto affonda le sue radici in tempi ben più remoti della tempesta che ha colpito la sua terra a fine ottobre 2018.

“Il prototipo del cubo in realtà risale a molto tempo fa. Un oggetto di questo genere era stato regalato a mio padre da un falegname e io l’avevo provato, inserendoci il telefono. Era assurdo il modo in cui un semplice pezzo di legno, se strutturato in quel modo, fosse in grado di amplificare il suono in modo completamente naturale. Mi era talmente piaciuto che avevo chiesto a mio nonno di replicarlo e lui me ne aveva costruito uno completamente a mano, partendo dal legno vivo.”

Un oggetto semplice, che ritorna con forza tra i pensieri di Federico quando fa ritorno in Trentino dopo il passaggio della tempesta Vaia, a fine ottobre 2018.

“Quando è arrivata la tempesta mi trovavo a Ferrara, dove stavo scrivendo la tesi per il master che frequentavo. Per tre giorni non avevo avuto idea di cosa stesse succedendo, non potevo nemmeno telefonare ai miei genitori, la situazione era inquietante, soprattutto vedendo le foto che mi inviavano i miei amici. Qualche giorno dopo sono finalmente riuscito a salire in Trentino e mi sono recato a Piné dove non c’era più un albero, era tutto devastato. Ero veramente sconvolto, come mi era capitato poche volte nella vita. E allora mi è tornato in mente il cubo costruito anni prima da mio nonno. Ho pensato che avremmo dovuto assolutamente realizzarne uno con gli alberi caduti.”

L’idea di Federico è semplice, ma non semplicistica. Realizzare un oggetto in grado di riportare valore a un territorio piegato dalle calamità naturali, secondo un processo di economia circolare in cui coinvolgere artigiani locali e materie prime già esistenti e pronte all’uso che altrimenti andrebbero sprecate, come gli alberi caduti del Trentino.

È proprio da qui che nasce questo progetto. Un cubo di legno per “amplificare il grido della natura” dopo il disastro di Vaia. Un simbolo, un’icona per rappresentare le problematiche ambientali di cui tantissimi luoghi del mondo sono vittime e una rinascita che deve essere resa possibile alle comunità locali colpite da questi disastri.

“L’idea era, appunto, quella di creare qualcosa con gli alberi. All’inizio abbiamo realizzato tanti prototipi tuttavia non riuscivamo mai a raccontare dentro al prodotto ciò che era successo su quelle montagne. Era come se il prodotto e la storia da cui nasceva fossero due cose separate, diverse. Poi un giorno il nostro falegname, Giorgio, ha avuto un’intuizione che definisco “magica”. Poco prima era stato a camminare nel bosco distrutto e si era fatto male alla caviglia a causa degli alberi caduti. Riflettendo sulla ferita che affliggeva le foreste, sulla rottura che la tempesta aveva creato nel suo territorio, ha preso un’ascia e ha letteralmente spaccato il cubo a metà. Questa ferita, questa rottura che è sempre inevitabilmente diversa, è diventata ciò che caratterizza il nostro prodotto e, cosa ancora più bella, rende ciascun cubo unico nel suo genere, un vero e proprio oggetto d’arte non replicabile in grado di raccontare davvero la storia di queste foreste. Infatti, noi non possiamo scegliere come diventerà, quale direzione la spaccatura potrà prendere, la sola cosa che possiamo fare è puntare l’ascia ma è il legno stesso a determinare come la linea solcherà il cubo.”

Un oggetto di design, quindi, ma anche e soprattutto strumento di riscatto per chi crede nella forza delle persone e della natura. Anche dopo Vaia.

“Naturalmente non abbiamo la pretesa di risolvere il problema, ma possiamo creare un circuito in cui se qualcuno acquista il nostro prodotto è perché crede in determinati valori, in una determinata visione del futuro basata sul rispetto della natura e delle persone. L’oggetto che abbiamo realizzato è fatto in legno vivo di larice e abete, è 100% naturale e ha una vita infinita, dal momento che non necessita di alcun tipo di energia per funzionare. È un prodotto a impatto zero.”

Anche per trovare il nome, la strada non è stata semplice. Nome che era già a un passo da loro, aveva solo bisogno essere riconosciuto.

“Abbiamo collaborato mesi con i ragazzi dell’istituto per le arti grafiche Artigianelli di Trento, cercando anche di capire come chiamare la nostra start up. Non ci veniva niente. Finché un giorno un mio caro amico cantautore mi ha consigliato di darle il nome della tempesta: Vaia. Era perfetto. Il nome più bello, più naturale con cui chiamare sia la start up sia il nostro primo prodotto. E il logo unisce in sé l’intera storia di Vaia, coinvolgendo al tempo stesso la montagna, il vento e gli alberi.”

Alberi che il team di Vaia vuole contribuire a far ricrescere, attraverso la decisione di piantare un albero per ogni cubo venduto. In questo modo, il legno che è stato strappato alle foreste verrà restituito loro sotto forma di nuova vita.

“A ogni cubo venduto corrisponderà un albero piantato. E questo accadrà inizialmente a livello locale così da rendere tutto chiaro e trasparente. Abbiamo quindi firmato un primo accordo con il Comune di Pergine a cui doneremo i primi mille alberi, mentre per gli alberi successivi, ci dedicheremo ad aiutare in modo sparso ed equilibrato tutti i Comuni colpiti.”

Il progetto è stato lanciato da poco, ma ha riscosso un notevole successo. A dimostrazione del fatto che le iniziative da e per il territorio non passano mai inosservate.

“Da quando abbiamo lanciato il cubo ci hanno contattato tante persone, chiedendoci informazioni e manifestando curiosità sul progetto. Siamo partiti con le vendite online e abbiamo già venduto quattro cubi in Inghilterra, due in Svizzera, una signora delle Marche, a Milano… Per ora non abbiamo ricevuto neanche un commento negativo e questo ci fa pensare di aver fatto una cosa giusta.”

Ma Vaia non vuole fermarsi alle Dolomiti. Perché un progetto come questo, basato sulla ri-valorizzazione dei luoghi e delle loro economie attraverso l’impiego di materia prima resa disponibile in seguito a un disastro naturale, al momento potrebbe essere applicabile in decine di luoghi del mondo.

“Ora siamo piccoli, ma se riuscissimo a dare un valore a ciò che facciamo e a far capire le nostre intenzioni future, ci piacerebbe fare tanto altro. Sarebbe bello poter concretizzare dei progetti che riescano ad aiutare le popolazioni del mondo colpite da calamità attraverso l’utilizzo di materiale in esubero come il legno, trasformandolo in design e bellezza che sono però anche e soprattutto azione e movimento, sempre nel rispetto dell’uomo e della natura. Pensa a quante cose si potrebbero creare con queste risorse, riversando poi i benefici sulla popolazione locale.”