Violenza domestica e Covid-19: quando “stare a casa” non è sinonimo di protezione

Da quando è iniziato l’isolamento obbligatorio per rallentare la diffusione dell’epidemia da Coronavirus, le telefonate ai centri antiviolenza si sono ridotte drasticamente. Tantissime donne in tutta Italia si sono ritrovate richiuse in casa con partner violenti con pochi momenti in cui rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto.
Sara Del Dot 26 marzo 2020
* ultima modifica il 26/03/2020

Da settimane ormai vige l’obbligo di “stare a casa” e il divieto assoluto di uscire dalle proprie abitazioni per impedire un’ulteriore diffusione dell’epidemia da Covid-19. Così, tutti noi ci siamo trovati costretti a trascorrere le giornate in casa cercando qualcosa da fare, trascorrendo tanto, tantissimo tempo da soli o con le nostre famiglie pur di proteggerci da un eventuale contagio. Ci sono persone, però, per le quali restare chiuse in casa tutto il giorno può rappresentare un rischio ancora più grande di un’infezione da Coronavirus. Sono le donne vittime di violenza domestica, sia essa fisica, psicologica o economica, che da un giorno all’altro si sono ritrovate imprigionate in quattro mura in balìa di un partner violento. Gli effetti di questa situazione sono drammatici, a cominciare dalla difficoltà di rivolgersi ai centri antiviolenza sparsi su tutto il territorio nazionale. Gli incontri e i colloqui di persona infatti non sono più possibili e non sempre in condizione di isolamento una donna riesce a ritagliarsi un momento privato per telefonare e chiedere aiuto ad appena qualche metro dal compagno. Per questa ragione, a seguito dell’appello di numerose donne e operatrici è stata avviata dal Dipartimento delle Pari Opportunità la campagna “Libera puoi”, finalizzata a diffondere quanto più possibile il numero telefonico 1522 dedicato alle donne vittime di stalking e violenza e l’utilizzo dell’applicazione “1522” in cui è possibile chattare con un’operatrice, così da consentire a chiunque ne avesse bisogno di raggiungere più facilmente chi potrebbe aiutarle.

Per capire meglio cosa sta accadendo e soprattutto cosa è possibile fare, ci siamo rivolte a Celina Frondizi, avvocata del Centro antiviolenza Ananke di Pescara, Barbara Bastarelli, responsabile del Centro antiviolenza di Trento e Nora Raffaele Addamo del centro Cerchi d’Acqua di Milano, tutti centri che fanno parte della rete D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, una rete che raccoglie 80 organizzazioni in tutta Italia che gestiscono oltre 100 centri antiviolenza.

Centri chiusi e meno chiamate

Da quando è scattata l’ordinanza, i centri antiviolenza sono stati costretti a chiudere fisicamente, mantenendo però una disponibilità telefonica o telematica attiva 24 ore su 24. Naturalmente, però, senza la possibilità di uscire di casa per le donne non è semplice trovare il tempo e la possibilità di chiamare i centri. Potrebbero trovarsi in una casa molto piccola, essere sentite dal partner e quindi mettersi in una situazione ancora più rischiosa. A questa condizione si collega quindi il primo, preoccupante fenomeno che tutte e tre le referenti hanno sottolineato: un drastico calo del numero delle telefonate e delle richieste di contatto ai centri antiviolenza da parte delle donne in difficoltà.

“Solitamente noi riceviamo tantissime telefonate, racconta Nora Raffaele Addamo del centro Cerchi d’Acqua di Milano. “Ma da quando è iniziato questo periodo di quarantena si è verificato un calo davvero drastico. Anche di primi accessi, ovvero contatti da parte di donne che si rivolgono al centro per la prima volta, di solito ce ne sono tanti ma ora anche questi sono diventati pochissimi. Le chiamate che riceviamo sono da parte di donne che magari avevano già dei colloqui fissati in accoglienza e chiedono di farli comunque, anche se per via telefonica. Questo significa che in questo momento le donne sono spaventate perché si trovano in casa con il proprio maltrattante e se l’uomo le sentisse chiedere aiuto la situazione potrebbe aggravarsi. Inoltre è difficile entrare in contatto diretto con loro, soprattutto perché sono loro a doverci contattare, loro devono trovare il modo e le strategie che loro ritengono più opportune. La situazione quindi è complicatissima perché tantissime donne non riusciamo proprio a sentirle ma sappiamo che si trovano in casa con il proprio maltrattante.”

“Anche in Trentino la riduzione di chiamate è stata drastica”, afferma Barbara Bastarelli, responsabile del Centro antiviolenza di Trento, “Essendo il maltrattante in casa con la donna c’è un’oggettiva difficoltà anche solo a chiamare una qualsiasi operatrice per un confronto.”

“Il fatto che queste donne stiano a casa 24 ore su 24 come tutti noi convivendo tutto il tempo con il maltrattante rende difficilissimo ricavarsi un momento di tranquillità e privacy per poter fare una telefonata al centro antiviolenza”, prosegue Celina Frondizi, avvocata del Centro antiviolenza Ananke di Pescara. “Le donne che riescono a farlo magari approfittano di momenti in cui il maltrattante si allontana un momento dall’abitazione, oppure si chiudono in bagno, o ancora ricorrono ai messaggi… Non è semplice. Alcune hanno semplicemente bisogno di essere ascoltate, rassicurate.”

“Poi ci sono anche donne che non si trovano in casa con il maltrattante ma sono completamente da sole con il proprio malessere, il proprio dolore dovuto a violenze che magari hanno subito in passato.” Continua Nora Raffaele Addamo. “È naturale che sia difficile un po’ per tutti, ma per chi ha delle situazioni di fragilità ogni cosa risulta amplificata."

Non siete sole

 “La cosa importante da capire è che noi ci siamo”, prosegue Nora. “Ed è una cosa che ci rendiamo conto che le donne non sanno, o magari sono convinte che ci siamo soltanto per le emergenze. Quello che cerchiamo di fare in questo momento, invece, è di non lasciare le donne da sole e continuare a sostenerle anche da lontano”.

Donne, non siete sole. Questo è il messaggio che i centri antiviolenza stanno cercando di diffondere il più possibile, per fare in modo che anche in un momento così complicato si riescano ad evitare e bloccare situazioni di pericolo.

“Non possiamo fare colloqui vis a vis, ma il telefono antiviolenza è sempre aperto e noi rispondiamo a tutte le donne che ci chiamano”, spiega Barbara Bastarelli di Trento. “Per le donne che seguiamo già facciamo le chiamate che abbiamo programmato, mentre con quelle che ci contattano la prima volta rispondiamo sempre alle loro chiamate telefoniche, oppure se ci viene lasciato un messaggio richiamiamo all’orario che ci viene segnalato come migliore. In alternativa, abbiamo un sito Internet attraverso cui è possibile contattarci e magari dirci via e-mail quando possiamo richiamare in un momento sicuro.”

“Noi lavoriamo attraverso due linee telefoniche che abbiamo messo a disposizione prosegue Nora del centro di Milano. “Le donne telefonano e vengono date loro delle indicazioni attraverso un messaggio della segreteria. Se sono donne che sono già seguite da noi, abbiamo a disposizione due numeri di telefono appositi per rimanere in contatto. Chi invece è seguita dalla psicoterapeuta, può lasciare un messaggio e verrà richiamata direttamente da lei. In ogni caso, quando le donne ci chiamano noi ripetiamo sempre loro che le forze dell’ordine sono sempre in servizio, quindi possono contattarle e anche recarsi fisicamente in questura per sporgere denuncia e chiedere aiuto. In presenza di un particolare rischio, noi suggeriamo sempre di contattare le forze dell’ordine e mettersi subito in sicurezza, anche perché se in una situazione normale il consiglio potrebbe essere di trovare subito rifugio da un’amica o dal vicino di casa, o comunque andare fuori, in questo momento queste possibilità vengono meno.”

“Questo può essere anche un momento per tante donne che ancora non hanno trovato il coraggio di prendere una decisione di maturarla, di assumere consapevolezza.” Conclude Celina di Ananke. Uscire dalla violenza si può e abbiamo a disposizione tutti gli strumenti per farlo. C’è l’appoggio e il sostegno delle donne dei centri, c’è la normativa che abbiamo in Italia, ma ci vuole anche la forza. La forza per non essere più delle vittime, ma protagoniste del cambiamento”.

Come e quando contattare i centri

In questa situazione così particolare, un problema che normalmente si porrebbe in misura molto minore è quando e come rivolgersi ai centri antiviolenza, anche solo per un consulto o un consiglio, trovandosi la donna costantemente rinchiusa in casa in compagnia del partner violento.

“Anche noi ci troviamo a dover fare delle ricerche per trovare suggerimenti adatti da dare alle donne”, racconta Nora di Cerchi d’Acqua. “All’inizio ricevevamo chiamate di donne da fuori, dai parchi, ora che non è più possibile suggeriamo di scendere portandosi dietro le chiavi della macchina, chiudersi in auto e contattarci da lì. Oppure possono contattarci quando scendono a buttare la spazzatura, durante la fila per il supermercato, durante la passeggiata serale con il cane. O ancora quando è lui magari ad allontanarsi per fare la spesa o altro.”

“Oggi più che mai le donne sono costrette a trovare delle strategie, dal momento che è un periodo di enorme difficoltà a cui si aggiungono tutti i pensieri quotidiani”, prosegue Barbara Bastarelli. “L’importante è sapere che ci sono tantissimi momenti in cui si può ricavare uno spazio per telefonare, come ad esempio scendere un attimo in cantina… magari poi ci si mette d’accordo con l’operatrice così che sia disponibile proprio in quel momento.”

Allontanare il maltrattante e non la vittima

Una buona notizia in tempi di Coronavirus è arrivata proprio dalla procura di Trento, dove proprio pochi giorni fa il procuratore Sandro Raimondi ha stabilito che in caso di violenza domestica dovrà essere il maltrattante a lasciare la casa ed essere trasferito altrove e non la vittima (o le vittime). Una risposta concreta e positiva nel caso in cui si verifichino episodi di aggressione. 

“Si tratta di un’arma che le forze dell’ordine hanno già in mano”, ha commentato Barbara Bastarelli. “Ma il problema sta a monte. C’è infatti una diffusa difficoltà nel leggere una determinata situazione come un’aggressione e non semplicemente come un’accesa lite di coppia. Non c’era certo bisogno del Coronavirus per ribadire il fatto che in caso di pericolo se una donna chiama è lui a dover essere allontanato. Tuttavia è come se ci fosse una difficoltà a mettere in atto queste norme. La cosa positiva è che ora è stato esplicitato e questa è una forza, è una spinta per le donne a prendere coraggio e chiamare le forze dell’ordine affinché accada qualcosa di concreto”.

Numeri utili

Detto questo, è fondamentale ribadire che i numeri dei centri antiviolenza sono sempre attivi e le operatrici sempre disponibili ad ascoltare e supportare chiunque si rivolga a loro.

Come ribadito nella campagna “Libera puoi”, il numero anti violenza e stalking è il 1522.

Per quanto riguarda i centri antiviolenza attivi a livello locale, i numeri dei centri delle donne che abbiamo intervistato sono:

Cerchi d’Acqua

Telefono: 329 3240541

329 3229680

Email: info@cerchidacqua.org

Centro antiviolenza di Trento

Telefono: 0461 220048

Email: centroantiviolenzatn@gmail.com

Ananke Pescara

Telefono: 0854315294

Gli altri centri in Italia

Per trovare e contattare tutti gli altri centri antiviolenza della rete D.i.Re puoi cliccare su questo link.

Fonti | Ananke, Centro antiviolenza Trento, Cerchi d’AcquaD.i.Re – Donne in Rete contro la violenza,CGIL.

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