Il travaglio di Giorgia inizia con contrazioni sempre più ravvicinate che la portano al pronto soccorso. Dopo i primi controlli, viene lasciata da sola in una sala separata, senza il supporto del compagno e senza assistenza continua. La solitudine diventa uno degli elementi più pesanti dell’esperienza: il dolore cresce, così come la paura, mentre l’assenza di spiegazioni e di presenza umana amplifica il senso di abbandono.
In questa fase, Giorgia racconta di essersi sentita vulnerabile, con difficoltà motorie dovute a problemi fisici preesistenti e senza un aiuto concreto per affrontare le ore di attesa.
Manovre invasive senza consenso
Durante una visita ginecologica, Giorgia subisce uno scollamento delle membrane senza che le venga spiegato cosa stia accadendo e senza che le venga chiesto il consenso. Solo in seguito comprende la natura della manovra. Questo episodio rappresenta uno dei punti centrali della sua testimonianza: la sensazione di aver perso il controllo sul proprio corpo e di essere stata esclusa da decisioni che la riguardavano direttamente.
La mancanza di comunicazione trasforma una procedura medica in un’esperienza vissuta come violenta, alimentando un trauma che emerge con forza anche a distanza di tempo.
Dolore, offese e umiliazioni
Con il passare delle ore, il dolore diventa sempre più intenso. Le contrazioni sono prolungate e difficili da sopportare, anche a causa della posizione del bambino. In questo contesto, Giorgia racconta di essere stata rimproverata per le urla e di aver sentito commenti offensivi da parte del personale sanitario.
Il dolore fisico si intreccia così a quello emotivo: sentirsi giudicata, zittita e non creduta aumenta la percezione di disumanizzazione, rendendo il travaglio ancora più difficile da affrontare.
L’episodio nel bagno della sala parto
Uno dei momenti più traumatici del racconto riguarda l’obbligo di andare in bagno con la porta aperta, mentre un portantino uomo la osservava senza che nessuno intervenisse. Giorgia descrive questo episodio come una violazione profonda della propria dignità, vissuta come una vera e propria violenza.
L’assenza di reazioni da parte del personale sanitario rafforza il senso di isolamento e di mancanza di tutela, lasciando un segno che ancora oggi rende difficile parlarne.
Il parto d’urgenza e il dopo
Quando la situazione si complica, i medici intervengono con manovre non spiegate, seguite da un cesareo d’urgenza. Il bambino nasce in buone condizioni, ma per Giorgia l’esperienza non si conclude con il parto. Nei giorni successivi sviluppa una grave infezione e resta ricoverata a lungo, vivendo ulteriori difficoltà assistenziali e nuovi episodi di umiliazione.
Il trauma non è legato solo al dolore fisico, ma soprattutto alla percezione di essere stata ignorata, non informata e privata della possibilità di scegliere.
Violenza ostetrica: una realtà diffusa
La storia di Giorgia si inserisce in un quadro più ampio. In Italia molte donne raccontano esperienze simili, fatte di pratiche non condivise, linguaggio offensivo e mancanza di rispetto. La violenza ostetrica non riguarda solo singoli episodi, ma un modello di assistenza che fatica a riconoscere pienamente l’autodeterminazione e la dignità delle donne.
Dare spazio a queste testimonianze significa rompere il silenzio e rendere visibile un problema che per troppo tempo è stato normalizzato.
Il racconto di Giorgia mostra come un parto possa trasformarsi in un’esperienza traumatica quando vengono meno informazione, consenso e rispetto. La violenza ostetrica non è solo una questione individuale, ma un tema sociale che riguarda il modo in cui le istituzioni si prendono cura delle persone nei momenti di maggiore vulnerabilità. Ascoltare queste storie è un passo necessario per riconoscere il problema e aprire una riflessione profonda sul diritto a un’assistenza umana e dignitosa durante il parto.