“Volevo aiutare la foca monaca, così ho creato “Care4Seals”: Sofia Bonicalza vince il premio Terre de Femmes

Classe ’98, Sofia Bonicalza, attivista ed esperta di biodiversità, ha vinto il premio Terre de Femmes della Fondazione Yves Rocher che andrà a sostenere il suo progetto per il monitoraggio della foca monaca nel Mediterraneo.
Gaia Cortese 12 Maggio 2022

Il primo incontro con la foca monaca nelle acque del Mediterraneo tre anni fa.

Tanto è bastato a Sofia Bonicalza, giovanissima attivista ambientale, per innamorarsi di questa specie tra le più rare al mondo e iniziare a studiarla in modo approfondito attraverso il progetto "Care4Seals".

Abbiamo incontrato Sofia in occasione della sua premiazione di Terre de Femmes della Fondazione Yves Rocher, iniziativa che sostiene l’imprenditoria femminile in ambito etico e sociale. Sofia si è aggiudicata il primo premio, del valore di 10mila euro, che andrà a sostenere le attività del suo progetto per il monitoraggio della foca monaca nelle zone nord della Sardegna, in Toscana, in Calabria e in Puglia. Il monitoraggio consiste nell’analizzare le tracce di DNA rinvenute in campioni d’acqua per poi incrociarle con quelle corrispondenti al DNA della foca monaca.

Come sei diventata un’attivista per l’ambiente?

Mi sono sempre chiesta “Cosa posso fare di concreto? Cosa posso fare adesso?” e, dal momento che il mio essere “attivista” nasce dalla raccolta della plastica, la risposta più semplice è stata: incominciare a pulire le spiagge. Quindi ho iniziato a farlo da sola, poi con la famiglia, con gli amici fino a coinvolgere sempre più persone, anche fuori dalla mia cerchia più ristretta di conoscenze.

Nel 2019 a La Maddalena ho organizzato un evento molto grande, la “Caccia alla plastica”. La mia idea era quella di rendere la pulizia delle spiagge più coinvolgente e divertente, forse anche per la mia mentalità da sportiva (Sofia è stata più volte campionessa italiana di atletica under 20 e under 23, ndr), così ho pensato a delle gare a squadre in cui sfidarsi a raccogliere più rifiuti, ma anche a gareggiare a nuoto o in canoa, e infine sfidarsi anche su temi ambientali attraverso un quiz tipo programma televisivo. Ha funzionato tutto molto bene ed è stato anche un modo per sensibilizzare sulle tematiche ambientali i partecipanti, tra cui c’erano molti bambini e ragazzi.

In pandemia, non potendo più organizzare un evento del genere, ho pensato di trasformare la caccia alla plastica in una Plastic Hunt internazionale, dove le iscrizioni potevano arrivare da qualsiasi parte del mondo e dove ognuno poteva fare la sua parte, raccogliendo rifiuti e partecipare alla sfida inviando magari la foto del rifiuto più strano, o cose del genere, sulla piattaforma online dell’evento. Alla fine, hanno partecipato ben 180 squadre da 65 nazioni diverse, tutte reclutate sfruttando i social. Abbiamo anche raccolto mille euro di fondi che abbiamo usato per premiare i vincitori dell’evento con certificati di adozione di tartarughe, delfini, coralli e via dicendo; in questo modo, i soldi sono andati a finanziare associazioni ambientaliste in Indonesia, in Florida e anche in Italia.

E invece come sei diventata ambasciatrice per la fondazione MedSea?

In verità è stato un caso. Mentre mia madre, che è architetto, stava ristrutturando un rudere a La Maddalena di cui si era innamorata, io avevo messo gli occhi sul faro di Razzoli, perché all’epoca c’era un bando del demanio per recuperarlo e avrei voluto tanto farci un centro di ricerca. Insomma, cercando in rete informazioni, sono venuta a conoscenza della fondazione MedSea, ho contattato il fondatore che già mi conosceva per l’atletica e da li è iniziato il nostro rapporto. MedSea ha poi sposato la causa di Plastic Hunt e lo scorso novembre siamo riusciti a organizzare una pulizia delle spiagge a Cagliari con un centinaio di bambini di una scuola elementare, replicando quello che avevamo già fatto con la Caccia alla plastica.

Perché in Italia c’è così poca sensibilizzazione nei confronti della foca monaca?

Una domanda che mi sono sempre fatta anche io, perché io stessa, pur studiando biologia marina, non conoscevo la foca monaca, fino a quando non ho scoperto della sua esistenza e della sua straordinarietà come specie unica, e unica nel suo genere a livello scientifico.

Fino agli anni ’60, ‘70 la foca monaca era presente anche nei mari italiani, e se ne parlava molto anche a livello mediatico. A un certo punto è stata considerata estinta, nonostante di avvistamenti ce ne siano sempre stati, e questa notizia deve aver contribuito al fatto che non se ne parlasse più. Fortunatamente ora c’è un’espansione del suo areale riconosciuta anche dalla scienza e quindi se ne sta tornando a parlare.

In cosa è carente il sistema di monitoraggio di questa specie?

La foca monaca è una delle specie di foche meno studiate proprio perché è rara. Di solito i pinnipedi si studiano con la telemetria, per cui si attaccano dei sensori che seguono gli animali negli spostamenti e anche a una certa profondità marina, ma sulla foca monaca questo è stato fatto pochissimo perché sono talmente poche che è difficile catturarle e in alcuni casi dovresti anche anestetizzarle. Quindi di fatto sono stati fatti studi solo su cuccioli riabilitati o su foche avvicinate mentre dormivano, in particolare nella parte Atlantica dove ci sono colonie di foche più grandi. Questo è il metodo che forse fornisce più indicazioni, ma è usato davvero poco.

Un altro metodo utilizzato è quello delle foto trappole che vengono usate nelle grotte dove le foche partoriscono, allattano e fanno la muta. Queste grotte sottomarine sono l’ambiente ideale per il parto delle foche, perché hanno un ingresso subacqueo e poi si aprono su una spiaggetta dove possono riposarsi indisturbate. In queste grotte i ricercatori installano delle foto trappole, come viene fatto anche con i lupi o gli orsi, e così, oltre a registrare la presenza delle foche, possono raccogliere anche dati interessanti, ma solo sulla loro riproduzione.

Poi c’è la foto identificazione che si fa anche con i delfini, per cui si cercano le foche per fotografarle. Le foto vanno poi a costituire un database, per cui si può identificare il numero di esemplari presenti in una determinata area, sulla base delle particolarità (colore, cicatrici, etc.) che li contraddistinguono. Altre tecniche di rilevazione, ma sempre poco usate, sono poi la telemetria che filma le foche e ne dà anche le dimensioni, da cui si ricava la massa e quindi anche lo stato di salute.

Come avviene il monitoraggio con il DNA ambientale?

Il DNA ambientale è l’unica tecnica che non richiede di vedere o catturare le foche e per questo è davvero innovativa. Fatta eccezione per una prima fase in cui è necessario avere dei campioni per identificare la sequenza target del DNA, una volta avviato il metodo basta prelevare dei campioni di acqua. Ogni essere vivente, infatti, lascia delle tracce (feci, pelle, etc.) nell’acqua e da queste si può poi ricercare la sequenza corrispondente.

Nell’ambito del nostro progetto siamo nella fase di raccolta di campioni che magari finora erano utilizzati per altri studi sulla foca monaca oppure raccolti da associazioni che monitoravano i cetacei. Il nostro intento è quello di cercare di coinvolgere quelle persone che vanno in giro in barca, SUP o kayak rimanendo a poche centinaia di metri dalla costa, in modo che possano sistematicamente prelevare dei campioni di acqua. Oltretutto adesso, con un sistema molto semplice che lavora con una pompetta, è possibile anche filtrare l’acqua e facilitare così il trasporto del campione stesso.

In un'intervista hai detto che "sono i desideri che muovono il mondo": vale anche per la salvaguardia dell'ambiente?

Se si ha il desiderio di agire, alla fine lo si fa. Io volevo aiutare la foca monaca e ho creato questo progetto. Allo stesso modo chiunque per esempio voglia piantare alberi, può creare una rete di persone per farlo.

Bisogna solo capire cosa si vuole fare. Una volta che si è capito questo, è tutto più facile. Per il periodo  storico che stiamo vivendo, alterno momenti in cui sono super motivata a momenti in cui mi sembra che sia tutto impossibile, ma poi magari vinco un premio come quello di Terre de Femmes e allora mi dico che ho fatto bene e ho imboccato la strada giusta.

In questo anche lo sport mi ha dato la mentalità giusta perché prima di fare atletica ero molto timida, ma poi lo sport mi ha cambiato per ciò che riguarda la motivazione e gli obiettivi da raggiungere. Come non bisogna abbattersi per un infortunio, non bisogna abbattersi neppure davanti a un problema. Devo molto allo sport, non solo da un punto di vista fisico, ma anche mentale.