A far salire i prezzi degli alimenti non è solo la guerra in Ucraina: i nemici della sicurezza alimentare

Il Wwf ha pubblicato un decalogo per sfatare alcuni falsi miti sulla sicurezza alimentare. Tra questi, la convinzione che l’invasione dell’Ucraina sia la principale causa della carenza di materie prime come fondamentali, come il grano. In realtà, problema vero è un altro, ma continuiamo a ignorarlo.
Giulia Dallagiovanna 5 Aprile 2022
* ultima modifica il 05/04/2022

L'invasione della Russia in Ucraina ha sicuramente mostrato quanto il nostro mondo sia interconnesso. Le ripercussioni del conflitto si sono avvertite in ambito energetico, dei trasporti e anche alimentare. Nel scorse settimane, ad esempio, erano aumentati i prezzi del grano e dei suoi derivati, come pane e pasta. Altri prodotti che rischiano di scarseggiare sono poi il mais e l'olio di girasole. Ma queste notizie le avrai già sentite, non ti stiamo dicendo nulla di nuovo. Quello che forse non saprai è che la colpa non è tutta della guerra la quale, anzi, ha solo messo in luce un sistema fragile e che non è davvero in grado di garantire la sicurezza alimentare, nemmeno nei cosiddetti Paesi ricchi.

Pensa che, con la scusa del conflitto, diversi politici hanno chiesto di mettere da parte l'ambiente e di alleggerire le misure europee della Politica Agricola Comune e del Green Deal. Tra le conseguenze potrebbero esserci il ritorno all'utilizzo di pesticidi anche nelle aree di interesse ecologico e dei terreni a riposo, ovvero quei campi che gli agricoltori lasciano incolti per conservare e tutelare la biodiversità. Il Wwf ha messo in guardia contro proposte che definisce "irrazionali e controproducenti". Sul suo sito ufficiale sottolinea come "la produzione alimentare globale sia sufficiente per sfamare la popolazione mondiale, ma sia attualmente mal utilizzata", mentrei i reali nemici della sicurezza alimentare sono due: bolle speculative e soprattutto crisi climatica. L'associazione lo spiega in occasione della Campagna Food4Future, per la quale ha pubblicato una sorta di decalogo che analizza nel dettaglio i diversi problemi e le possibili soluzioni.

La guerra e il sistema agroalimentare

Al contrario di quello che potresti pensare, l'invasione dell'Ucraina ha avuto un impatto diretto piuttosto ridotto sul sistema agroalimentare del nostro Paese. I prodotti davvero colpiti sono stati il mais e l'olio di girasole, dal momento che l'Italia ne importa la maggior parte proprio dall'Est Europa. Questo significa che potrebbero esserci ripercussioni soprattutto nel settore degli allevamenti, dove il mais viene ampiamente utilizzato nelle miscele dei concimi. E il grano? Quella in realtà è un'altra storia.

Dall'Ucraina non compriamo più del 5% di grano che utilizziamo, quota che può essere facilmente sopperita dalla produzione interna all'Unione europea. Il prezzo sale per ragioni che non dipendono dal conflitto, anche se la guerra le ha in parte intensificate. Prima di tutto, esiste un problema di speculazione finanziaria iniziato da ben prima dell'invasione. In secondo luogo, e per noi ben più importante, troviamo la siccità. Prima quella in Nord America durante la stagione 2020-21 che ha provocato un calo delle esportazioni dal Canada, dal quale prendiamo di solito più del 14% del grano che utilizziamo. E ora in Italia, dove si teme una riduzione della produzione in questo 2022 senza precipitazioni. La mancanza d'acqua, gli eventi metereologici violenti e la crisi climatica in generale sono destinati a diventare i veri nemici dell'agricoltura, molto più di qualsiasi altra guerra.

Il problema della crisi climatica

L'estate scorsa a causa del cambiamento climatico il comparto frutticolo italiano ha accusato una perdita del 27%. Questo è il vero fattore su cui tenere gli occhi aperti. Tra la siccità alternata a eventi estremi come inondazioni, grandinate e alluvioni e le ondate di calore anomale, il ciclo produttivo è messo sempre più in difficoltà. Anche per questa ragione, allentare le restrizioni sui pesticidi e fertilizzanti per sopperire a un momentaneo calo appare davvero poco lungimirante e potenzialmente dannoso.

L'agricoltura intensiva, che in buona parte è destinata al nutrimento degli allevamenti intensivi, è un sistema che sta fallendo anche la missione di garantire un accesso equo al cibo per tutti. Nei Paesi ricchi produciamo troppo cibo e finiamo per sprecarlo, mentre nei Paesi poveri non ne hanno abbastanza. E questa situazione assurda danneggia anche l'ambiente: il sistema agricolo così concepito mina la biodiversità ed è fortemente dipendente delle fonti fossili per l'utilizzo dei mezzi, per tutta la filiera logistica e per la produzione di fertilizzanti e pesticidi.

Ridare spazio alla natura

Anche se ci siamo illusi del contrario, l'agricoltura dipende dalla natura e dai suoi cicli. La perdita della biodiversità ha significato nel concreto una riduzione degli impollinatori, la siccità mette in pericolo l'approvvigionamento delle risorse idriche e gli eventi estremi distruggono i raccolti. Tutto ciò non può essere sopperito dall'uso di pesticidi e fertilizzanti.

I sistemi naturali ci garantiscono tutta una serie di benefici che prende il nome di "servizi ecosistemici" e che noi però continuiamo a ostacolare con il nostro abuso delle risorse del Pianeta. Per questo motivo, il Wwf suggerisce di destinare il 10% delle superfici delle singole aziende alla conservazione della biodiversità naturale. "Le aree dedicate alla natura nelle aziende agricole non sono aree incolte improduttive, sono invece aree dove si producono e mantengono i servizi ecosistemici indispensabili per l’agricoltura stessa, come nel caso della conservazione degli insetti impollinatori che hanno necessità di queste aree naturali per la loro alimentazione e riproduzione".

Fonte| WWF

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