Alla ricerca dei “Raee fantasma”: dove finiscono i rifiuti elettronici che non vengono riciclati?

Oggi è l’e-waste day, la giornata internazionale dedicata ai rifiuti elettronici. Si stima che oltre la metà dei Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) in Italia sfugga al sistema del riciclo, con danni rilevanti a livello ambientale ed economico. Errori nella raccolta differenziata, servizi poco conosciuti, furti e traffico illecito di rifiuti sono solo alcuni degli elementi che non fanno tornare i conti.
Federico Turrisi 14 ottobre 2020

Ti dice qualcosa questo nome: Agbogbloshie? È un sobborgo della città africana di Accra, capitale del Ghana, dove si trova la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo. Moltissimo materiale proviene dai Paesi occidentali, frutto per lo più di importazioni illegali. Al suo interno ci finisce di tutto: smartphone, tablet, computer, elettrodomestici di vario tipo. Oggetti che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana e che, se non vengono smaltiti correttamente, possono trasformarsi in delle bombe ecologiche.

Ecco, l'immagine della discarica di Agbogbloshie ci ricorda quanto sia importante gestire in maniera adeguata e avviare a riciclo i Raee, acronimo che sta per rifiuti di di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Non stiamo parlando di semplici scarti, ma di oggetti che hanno un valore anche dopo aver esaurito la funzione per cui erano stati fabbricati. Sono il carburante per quella macchina chiamata economia circolare su cui si punta molto per un futuro più sostenibile.

L'Italia, pungolata dall'Unione Europea, ha fatto passi da gigante nella raccolta e nel trattamento dei Raee. Tuttavia, una percentuale ancora piuttosto elevata di materiale sfugge al sistema del riciclo e si disperde in diversi rivoli, con danni all'economia e all'ambiente. Per quali motivi ciò avviene? Dove vanno a finire i Raee non conteggiati? E come si potrebbe provare a limitare tale dispersione? Vedremo come tra i personaggi di questa storia non ci sono solo consorzi, commercianti e organizzazioni criminali che hanno messo gli occhi sul (redditizio) business del traffico illecito di rifiuti, ma ci sono anche i singoli cittadini, che con le loro azioni possono davvero fare la differenza.

I numeri in Italia e nel mondo

Secondo il Global E-Waste Monitor 2020 delle Nazioni Unite, nel 2019 in tutto il mondo sono stati prodotti 53,6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici e le stime di crescita parlano di 74 milioni di tonnellate entro il 2030. Nel rapporto si sottolinea che solo il 17,4% dell’e-waste globale viene raccolto e riciclato correttamente, mentre la parte rimanente (ossia 44,3 milioni di tonnellate) viene abbandonata in discarica, bruciata oppure trattata in modo inadeguato dal punto di vista ambientale e sanitario o ancora commercializzata illegalmente.

Una fetta importante dei rifiuti elettronici è dunque ancora oggetto di esportazioni illegali verso soprattutto i Paesi in via di sviluppo, Africa e Asia in testa. Secondo il report delle Nazioni Unite, si può presumere che il volume dei movimenti transfrontalieri di rifiuti elettronici varia tra il 7% e il 20% del totale dei rifiuti elettronici generati. Le percentuali, come per ogni fenomeno dove è presente una rilevante componente di illegalità, non possono che essere approssimative.

Tutto questo avviene nonostante il 71% della popolazione mondiale viva in Paesi che hanno adottato legislazioni anche abbastanza stringenti per la gestione dei rifiuti elettronici. Prendiamo il caso dell'Europa, che è il continente leader nel riciclo dei Raee. Qui sono stati prodotti 12 milioni di tonnellate di materiale, ma di questi solo il 42,5% è stato ufficialmente registrato come raccolto e avviato a riciclo. Insomma, tra tutti i Raee generati nel Vecchio Continente più della metà manca all'appello.

Nel mondo solo il 17,4% dei rifiuti elettronici viene raccolto e riciclato correttamente. In Europa siamo al 42,5%

E l'Italia come è messa? Attualmente nel nostro Paese vengono gestite poco più di 420 mila tonnellate all'anno di Raee. Si rileva un notevole balzo in avanti rispetto al 2008, quando il totale del materiale raccolto era pari circa a 70 mila tonnellate all’anno. Questo risultato positivo è stato raggiunto grazie a diversi fattori; primo fra tutti, la creazione di un sistema che affida al produttore dell’apparecchio elettrico ed elettronico il compito di finanziare e gestire l’attività di trattamento dei Raee (Extended Producer Responsibility). I vari consorzi presenti sul territorio (Cobat, Ecodom, Remedia, per citare qualche nome) si occupano del ritiro dei Raee dalle isole ecologiche e anche dai negozi e dai centri commerciali per poi avviarli a riciclo.

Va tutto bene allora? Non proprio. Siamo infatti piuttosto lontani dalle richieste dell'Unione Europea, che nel 2019 ha fissato il tasso minimo annuale di raccolta al 65%. L’obiettivo è espresso in percentuale rispetto all’immesso sul mercato, che in Italia è pari a circa un milione di tonnellate all'anno. Questo vuol dire che per la comunità europea dai 420 mila tonnellate attuali dovremmo passare ad almeno 650 mila tonnellate all'anno. Considerando che il totale dei Raee dismessi dagli italiani in un anno è stimato in circa 900 mila tonnellate, grosso modo oggi siamo a metà di quello che potremmo raccogliere.

Che cosa ci perdiamo

I Raee sono una tipologia di rifiuti molto particolare. Innanzitutto, contengono sostanze potenzialmente inquinanti e quindi rischiano di arrecare gravi danni all’ambiente e alla salute delle persone, se non vengono gestiti in maniera corretta. "Uno smaltimento non controllato può causare la dispersione nell’ambiente di sostanze tossiche, come metalli pesanti (tra cui mercurio, piombo, cadmio e cromo esavalente) e ritardanti di fiamma bromurati. Nei luoghi dove vengono abbandonati i Raee, la contaminazione dell'aria, del suolo e delle falde acquifere dovuta al rilascio di queste sostanze è associata all’insorgenza di patologie molto gravi, tra cui il cancro", spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia.

In secondo luogo, conviene riciclare i Raee perché al loro interno custodiscono numerose materie prime preziose. "In un momento in cui il legislatore europeo e quello italiano sembrano essersi accorti che il modello lineare – estraggo le risorse, produco beni, li uso e poi li getto via – non è più sostenibile, visto che non abbiamo a disposizione dieci pianeti, i Raee possono fornire un contributo interessante a un passaggio verso l’economia circolare", sostiene Giorgio Arienti, co-direttore generale di Erion (il nuovo sistema multi-consortile nato lo scorso settembre dalla fusione di Ecodom e Remedia).

Dai Raee infatti si possono recuperare e reimmettere nei cicli produttivi sia materie prime più "semplici" come il rame e l'alluminio, sia materie prime critiche più preziose come oro, argento, palladio, litio e cobalto. La loro estrazione è molto dispendiosa e ha notevoli impatti sull'ambiente (senza contare che molto spesso nelle fasi di lavorazione vengono calpestati i diritti umani, vedi il ricorso alla manodopera minorile nelle miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo). In questo senso le perdite derivanti dal mancato riciclo dei Raee, e quindi dal mancato reinserimento di materie prime nella catena produttiva, sono enormi: 57 miliardi di dollari nel 2019 a livello globale, secondo le stime dell'ultimo Global E-Waste Monitor.

Il rifiuto in una stanza

Come abbiamo detto prima, in Italia siamo solo a metà dell'opera. Abbiamo due apparecchi elettronici di cui disfarci: uno viene raccolto e avviato a riciclo, mentre l'altro ci sfugge, o meglio non viene intercettato. Ma dove va a finire? Per capire quali sono tutti i possibili buchi neri in cui viene risucchiata una parte rilevante dei Raee dobbiamo partire dall'inizio della catena, ossia dalla nostra casa. Alzi la mano chi non ha nel cassetto un cellulare vecchio che non utilizza più? Oppure quanti di noi lasciano dimenticati in cantina o nel ripostiglio dei dispositivi elettronici senza più usarli? Ecco, questi sono tutti esempi di Raee che non rientrano nel conteggio ufficiale e che potrebbero invece essere inclusi nel sistema di riciclo. In sostanza, non sono stati resi oggetto di raccolta differenziata e dunque rimangono a casa per niente.

Quanti dispositivi elettronici non più utilizzabili giacciono dimenticati nelle nostre case?

Non ce ne rendiamo conto, ma è la pigrizia il nostro peggior nemico. Per pigrizia, per esempio, buttiamo un giocattolo rotto o uno spazzolino elettrico dove non dovremmo, ossia nel bidone dell'indifferenziato. Per pigrizia potremmo essere tentati di affidarci a chi ci dice di risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti elettronici per noi. "Il rischio è che i Raee finiscano nelle mani di un soggetto (un robivecchi, per esempio) che non dichiara di averli gestiti e che magari è interessato solo a tirarci fuori dei pezzi di rame e di alluminio, buttando via tutto il resto", ricorda Giorgio Arienti.

La domanda allora è questa: che cosa deve fare il cittadino per una corretta raccolta differenziata? Le opzioni sono due. O si reca direttamente all'isola ecologica, dove può lasciare il vecchio televisore, il ferro da stiro rotto, l'aspirapolvere non più funzionante e via dicendo. Oppure – di solito questo avviene per i rifiuti più ingombranti – ci si può rivolgere all'azienda che gestisce il servizio di raccolta dei rifiuti urbani nel proprio Comune per il ritiro a domicilio.

Due servizi poco sfruttati

Se devi liberarti di un Raee, hai anche un'altra possibilità: quella di ricorrere al negoziante. I punti vendita sono infatti obbligati a ritirare gratuitamente i rifiuti elettronici secondo delle precise modalità. Sono due i servizi previsti dalla legge. Il cosiddetto "uno contro uno", che obbliga il negoziante a ritirare in maniera gratuita l'apparecchio vecchio da buttare quando il cliente acquista un apparecchio nuovo equivalente (un frigorifero per un frigorifero, un cellulare per un cellulare e via dicendo). Il secondo servizio si chiama invece "uno contro zero" e prevede la possibilità di lasciare una apparecchiatura di piccole dimensioni (fino a 25 centimetri) nei negozi specializzati con una superficie di almeno 400 metri quadrati, anche se non si compra nulla.

"Questi servizi non vengono sfruttati abbastanza, perché sono stati poco pubblicizzati e i cittadini non li conoscono. Può capitare anche che i commercianti approfittino dell'ignoranza dei clienti e facciano finta che l’obbligo del ritiro non ci sia", sottolinea Giorgio Arienti. Ma a non far decollare l'uno contro uno e l'uno contro zero ci si mette anche l'eccesso di burocrazia.

"La normativa sui due servizi ha complicato inutilmente le cose. Per l’uno contro uno il negoziante deve compilare un questionario in triplice copia con le generalità del consumatore che conferisce il Raee, la data di consegna, la tipologia di apparecchiatura eccetera. E così per l'uno contro zero è stata imposta una serie di limiti (25 centimetri di dimensioni per le apparecchiature, almeno 400 metri quadrati di superficie per il punto vendita) che un cliente solitamente non si mette a verificare", prosegue il co-direttore generale di Erion. "Insomma, anziché favorire i comportamenti virtuosi, la legge sembra fatta per scoraggiarli. Basterebbe invece poco per fare conoscere questi due servizi, renderli più semplici ed efficienti. In questo modo, potrebbero arrivare molti più Raee nei centri di trattamento".

Criminali in azione

Nel settore dello smaltimento dei rifiuti girano molti soldi. E, si sa, dove girano molti soldi c'è sempre il rischio che si infiltri la criminalità. Questo vale anche per i Raee. "Il contrasto al traffico illecito di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche è una nostra priorità operativa", afferma il generale di brigata Maurizio Ferla, comandante dei Carabinieri per la tutela ambientale.

"In questo settore abbiamo una criminalità completamente trasversale: dagli inquinatori occasionali, come gli svuota cantine che per cento euro si prendono tutto e poi buttano i rifiuti per strada o in discarica, alla criminalità organizzata di stampo mafioso, fino alla criminalità più prettamente imprenditoriale. Nel caso dello smaltimento dei rifiuti, gli anelli della catena sono sempre di più rispetto a qualsiasi altro traffico illecito, come per esempio quello di stupefacenti. Generalmente tra il produttore del rifiuto e chi va a buttare nel capannone abbandonato o spedisce un carico all'estero non c'è alcun contatto o legame. È un fenomeno molto complesso".

La questione delle esportazioni illegali di Raee meriterebbe un discorso a parte. La Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento, adottata nel 1989 ed entrata in vigore nel 1992, stabilisce che i rifiuti elettronici non possono uscire dai confini dei Paesi Ocse. In Africa e in Asia possono essere spediti soltanto gli apparecchi usati, ma ancora funzionanti. Purtroppo la realtà è ben diversa.

Numerosi sono i sequestri di Raee (quindi di rifiuti pericolosi presenti all'interno di container e pronti a salpare verso l'estero) compiuti dai Carabinieri per la tutela ambientale nei principali porti nazionali. "Le principali tratte che evidenziamo nelle nostre indagini portano verso l’Africa sub-sahariana, in particolare Kenya, Senegal e Burkina Faso. Altri Paesi di destinazione sono quelli del Maghreb, senza dimenticare anche alcune rotte asiatiche che conducono a Paesi come Turchia e Pakistan", prosegue il generale Ferla.

Che l'Africa sia la principale meta delle spedizioni illegali lo conferma anche un'inchiesta condotta nel 2017 dal Basel Action Network e da Greenpeace. Grazie all'utilizzo di Gps montati su 50 apparecchiature elettroniche rese non funzionanti, è stato rilevato che due di queste sono partite dall'Italia e hanno terminato il loro viaggio in Africa, una in Nigeria e l'altra in Ghana. E con tutta probabilità qui sono state smaltite in maniera inadeguata.

Ma perché sbarazzarsi in questo modo dei Raee? La risposta è quasi scontata: perché è estremamente facile ricavarci dei soldi, se si trascura l'aspetto ambientale. Facciamo un esempio. Un frigorifero, sia nelle nelle schiume isolanti delle pareti sia nel circuito refrigerante del compressore, contiene freon, un gas appartenente alla categoria dei clorofluorocarburi che, se rilasciati nell'atmosfera, danneggiano lo strato di ozono stratosferico che protegge il pianeta dalle radiazioni solari.

"Questo gas è complicato da estrarre e richiede impianti sofisticati. Se strappo il tubo del compressore, guadagno 4-5 euro recuperando rame e alluminio dal compressore stesso; ma allo stesso tempo faccio un danno ambientale enorme perché rilascio sostanze lesive per l'ozono in atmosfera", aggiunge Giorgio Arienti. "Se poi mi sbarazzo della carcassa del frigorifero a costo zero abbandonandolo per strada o in qualche discarica abusiva, il gioco è fatto"

Un altro esempio riguarda lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici, che sono classificati come Raee professionali (a meno che non siano stati installati in impianti sotto i 10 kW: in tal caso sono considerati Raee domestici, assimilabili a quelli di cui abbiamo parlato finora). Nell'ambito di una vasta operazione di controllo sulla gestione e sulle spedizioni transfrontaliere dei Raee, coordinata a livello nazionale dal Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale, è stata recentemente smantellata un’associazione per delinquere dedita al traffico illecito proprio di pannelli fotovoltaici esausti. Le matricole dei pannelli risultavano inesistenti, le certificazioni falsificate. Ma una volta scoperte le matricole originali, gli investigatori hanno notato che alla Gse (Gestore dei servizi energetici) i pannelli erano classificati come distrutti.

"Bisogna considerare che il costo per lo smaltimento è di circa 400-500 euro a tonnellata, circa un euro a pannello. Il traffico illecito di rifiuti consente di rivendere i pannelli a un prezzo che può arrivare anche a 50 euro cadauno", spiega il generale Ferla. "Non possiamo escludere che, oltre a finire in discariche a cielo aperto in varie parti del mondo (Africa in testa), i pannelli rivenduti venissero usati per la realizzazione di altri parchi fotovoltaici che, con ogni probabilità, si sono esauriti nel giro di pochi mesi".

Basta fare qualche calcolo per rendersi conto allora che sottrarre materiale alla filiera legale del riciclo dei Raee per le organizzazioni criminali rappresenta un ghiotto affare. Attenzione, però. Dietro a questi fenomeni illegali si nasconde una realtà molto più complessa. "Pensare che i delitti contro l’ambiente abbiano come unica finalità quella di evitare gli oneri per un corretto smaltimento significa avere una visione parziale delle cose. L’enorme quantità di materiale che noi troviamo durante le nostre indagini per traffico illecito di rifiuti dimostra che si tratta per lo più di dumping industriale. L’intento è quello di mantenere bassi i costi e di rendere il prodotto più competitivo sul mercato", puntualizza il comandante dei Carabinieri per la tutela ambientale.

Gli strumenti per contrastare il fenomeno

Ormai è chiaro che stiamo parlando di una problematica che presenta varie sfumature. Per limitare la dispersione dei Raee e arginare i fenomeni di illegalità occorre quindi agire su più livelli. "Da una parte, bisogna intervenire sull’obsolescenza programmata, perché i dispositivi elettronici devono durare più a lungo ed essere progettati per essere più facilmente riparabili e riciclabili. Dall’altra, va reso più stringente il sistema dei controlli da parte delle autorità competenti", commenta Giuseppe Ungherese.

Rafforzare i controlli è sicuramente una priorità, soprattutto alle dogane e ai porti. Ma anche nelle isole ecologiche, dove possono avvenire furti o passaggi illeciti di materiale. Adottare invece un sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti può essere un'altra soluzione? Difficile dare una risposta. Il Sistri si è rivelato un'esperienza fallimentare ed è stato eliminato alla fine del 2018 (il ministro dell'Ambiente Sergio Costa lo ha definito "uno dei più grandi sprechi nella gestione dei rifiuti speciali"). Ma per Giorgio Arienti le criticità sono anche legate all'effettiva utilità di un sistema di tracciamento informatico per i Raee: "Quello che raccogliamo oggi risale almeno a due anni fa. Spesso a dieci, venti anni fa. Se inseriamo negli apparecchi un chip o un codice di riconoscimento, dovrà passare molto tempo prima di poter vedere i benefici".

Per fermare l'illegalità bisogna innanzitutto rafforzare i controlli e adottare leggi più severe

L'altra priorità è allora intervenire nel campo normativo. "Nell’ambito delle attività di vigilanza e di prevenzione ci sono delle leggi da modificare in senso più restrittivo. Il ddl Terra Mia va nella giusta direzione, per esempio con il passaggio per alcune fattispecie dall’illecito amministrativo all’illecito penale", dice Maurizio Ferla. "Le norme devono essere in grado di mettere fuori gioco un’impresa che ha alimentato un traffico illecito di rifiuti e di impedire a imprenditori senza troppi scrupoli la possibilità di ottenere ancora un ingente quantitativo finanziario. Non colpirli patrimonialmente è un limite".

Un altro aspetto su cui bisogna lavorare è infine la sensibilizzazione dei cittadini. Non possiamo più permetterci di sprecare materie prime e vanno conosciute le modalità per fare una corretta raccolta differenziata. Se vogliamo che i Raee vengano gestiti nell’ottica di una vera economia circolare ognuno di noi deve dare il suo contributo.

"L’Italia ha un grave handicap: siccome raccogliamo pochi apparecchi di piccole dimensioni (cioè cellulari, tablet, computer), la filiera virtuosa del riciclo riceve poco materiale e non è in grado di tirare fuori le materie prime più interessanti", afferma Arienti. "Se non raccolgo materiale a sufficienza non posso permettermi di fare un investimento avanzato in tecnologia, perché il gioco non vale la candela. E allora succede che gli impianti italiani estraggono le schede elettroniche per poi venderle all’estero (Germania, Belgio, Olanda in primis) a impianti di trattamento sofisticati. In sostanza, «regaliamo» le materie prime critiche ai concorrenti stranieri. Il che è un paradosso. È un cane che si morde la coda: non si riesce a generare un modello efficiente di economia circolare, se non si raccoglie abbastanza". Ecco perché è così importante premere l'acceleratore sulla raccolta dei Raee, come ci chiede l'Europa. Solo così tutta la filiera può trarre dei benefici.