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19 Ottobre 2021
18:00

Cop26 di Glasgow: che cosa significa mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi?

Con l'Accordo di Parigi, la comunità internazionale si è impegnata a contenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi centigradi, possibilmente sotto 1,5 °C. Le promesse finora non sono state mantenute. L'ultimo rapporto dell'Ipcc dice che è possibile raggiungere questo obiettivo, ma occorrono interventi immediati e profondi per ridurre le emissioni di gas serra.

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Cop26 di Glasgow: che cosa significa mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi?
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Quando parliamo della Cop26 di Glasgow, la Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite che si aprirà il prossimo 31 ottobre, c'è un numero da tenere bene a mente: 1,5. Anzi, +1,5 gradi Celsius. Nel 2015, quando fu siglato l'Accordo di Parigi, i Paesi che hanno aderito all'Unfccc (ossia alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) si assunsero un importante impegno: fare in modo che il riscaldamento globale – in fase di accelerazione negli ultimi decenni a causa della crescita esponenziale della concentrazione di gas a effetto serra nell'atmosfera – non oltrepassassi la soglia dei due gradi, meglio ancora del grado e mezzo, in più rispetto all'epoca pre-industriale.

L'Accordo di Parigi fu salutato come un traguardo storico, giustamente. Ma finora quelle promesse sono state completamente disattese. Gli Ndc (sigla che sta per Nationally Determined Contributions), ovvero i piani nazionali con gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra presentati da ciascun Paese, si sono rivelati insufficienti.

Durante la Cop26 di Glasgow dovranno essere aggiornati in maniera tale da rendere raggiungibile, per l'appunto, l'obiettivo di limitare l'aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi centigradi. Oggi, ricordiamolo, siamo già a +1,1°C rispetto ai livelli preindustriali. Concretamente, dovranno essere fissati target di riduzione delle emissioni più ambiziosi, già al 2030, mirando alla carbon neutrality (ovvero alle zero emissioni nette di anidride carbonica) entro la metà del secolo.

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Ma perché proprio 1,5°C? Questo numero è ricavato dai report scientifici dell'Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Nel quarto rapporto di valutazione pubblicato nel 2007, gli esperti dell'Ipcc avevano spiegato che il mondo si sarebbe riscaldato di almeno 1,8°C anche se fossero state prese misure per limitare le emissioni, e di 4°C se le emissioni non fossero state controllate. Mantenere il riscaldamento globale sotto 2°C era considerato il "limite di sicurezza", oltre il quale gli effetti dei cambiamenti climatici sarebbero diventati catastrofici e irreversibili. Un ulteriore studio dell'Ipcc del 2018 ha messo in evidenza che l'impatto della crisi climatica potrebbe essere molto grave già con un aumento di 1,5°C, e che quindi è questo il target da tenere come riferimento.

Magari starai pensando "un grado in più, uno in meno, che vuoi che sia". Eh no! La differenza è enorme. Facciamo un esempio semplicissimo. Solitamente la nostra temperatura corporea si aggira introno ai 36,5 gradi. Come ci sentiamo quando raggiunge i 38 gradi? Ecco, ti sei dato da solo la risposta. Anche il nostro pianeta ha la febbre, diciamo così, e non possiamo continuare a fare finta di niente.

A più riprese gli scienziati ci hanno avvertito che un aumento della temperatura media globale di due o tre gradi centigradi, anche se può sembrare poco, avrebbe delle conseguenze devastanti. E allora sono due le parole chiave da memorizzare: adattamento e mitigazione. Da una parte ci dobbiamo preparare a eventi meteorologici estremi sempre più frequenti (in Italia, per esempio, si parla spesso di riduzione del rischio idrogeologico e di messa in sicurezza del territorio), dall'altra dobbiamo cercare di ridurre alla fonte le emissioni di gas serra. Non ci sono altre strade.

Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un pianoforte. E da musicista la parola d’ordine non può che essere una: armonia. Con se stessi, con gli altri, con la natura. Sarà la giovane età, sarà che sono nato in una delle città più inquinate d’Italia, il rispetto per l’ambiente che ci circonda è diventata la stella polare che orienta le mie scelte, dalla spesa che privilegia il più possibile prodotti a filiera corta all’attenzione maniacale quando si fa la raccolta differenziata. Considero un’autentica vocazione poter condividere e trasmettere una filosofia di vita che abbia al centro la sostenibilità e la ricerca del benessere. Nel giornalismo ho trovato il mezzo ideale.