Cosa chiedono alla classe politica gli attivisti riuniti a Torino per il Climate Social Camp

Un’unica generazione, che va dall’Indonesia all’Africa passando per l’Italia e che ha ben chiari quali siano i propri obiettivi: lotta al cambiamento climatico, giustizia climatica, richiesta di azioni concrete da parte dei governi. E di fronte a un parco completamente secco e a un Po ai minimi storici, la domanda è sempre la stessa: com’è possibile che la politica non si renda conto che questa è la priorità?
Giulia Dallagiovanna 28 Luglio 2022

È il penultimo giorno di Climate Social Camp, l'iniziativa che ha riunito al parco "Pietro Colletta" di Torino diverse realtà ambientaliste come Fridays for Future, Extinction Rebellion, Greenpeace e tante altre. Il bilancio di queste giornate, a detta degli attivisti, è molto positivo. All'ombra dei tre tendoni bianchi installati nel parco si sono tenuti incontri, workshop e dibattiti nei quali sono emersi i diversi temi legati alla crisi climatica e al modo in cui la stiamo (o non la stiamo) affrontando. Più in là, una distesa di tende colorate dove i ragazzi, arrivati da ogni parte dell'Italia e del mondo, hanno dormito nell'ultima settimana. Che siano nati in Indonesia o sotto la Mole sono tutti una generazione, l'ultima generazione, come sottolineano loro stessi, che può davvero fare qualcosa per frenare il riscaldamento globale.

"Io sono una vittima del cambiamento climatico nel mio Paese" mette subito in chiaro Patience Nabukalu, coordinatrice dei Fridays for Future Uganda e membro dei MAPA, Most Affected People and Areas, che riunisce le zone del mondo più colpite dalla crisi climatica. "Tantissime persone, come me, subiscono la siccità, la fame, il colonialismo, lo sfruttamento e l'estrazione di risorse come il petrolio – prosegue. – Quello che accade a casa nostra è una ragione sufficiente per tutti per alzarsi in piedi, reagire e non smettere di lottare fino a quando avremo raggiunto il nostro obiettivo".

L'obiettivo è la giustizia climatica. "Tutti parlano di cambiamento climatico, ma chi ne sta davvero patendo le conseguenze è il Sud del mondo. L'Africa è l'ultimo continente ad aver contribuito alla crisi climatica, ma è il primo a subirne gli effetti. Per questo motivo vogliamo che il mondo agisca più velocemente. Chiediamo ai Paesi più industrializzati di rimediare ai loro danni, di saldare il loro debito con il clima, perché ne abbiamo abbastanza. Io personalmente ne ho abbastanza di soffrire".

Nove mila chilometri più a est, la situazione non è molto differente. Michelin Sallata è un'attivista indonesiana, rappresentante dell'Alleanza Globale delle Comunità Territoriali, una rete di comunità indigene composta da 24 Paesi che prova a salvare le foreste depredate dal land grabbing. Il land grabbing, letteralmente "accaparramento di terre", è un fenomeno per cui le grandi aziende e le multinazionali oddicentali comprano enormi estensioni di terreno, sottraendolo alle comunit locali, per destinarlo all'agricoltura intensiva.

"Ho fatto 26 ore di volo per venire in Italia perché voglio dire la verità su quello che sta accadendo nel mio Paese – ci spiega. – E quello che stiamo affrontando in quanto popoli indigeni. Molti di noi sono stati uccisi o costretti ad abbandonare le proprie case e le proprie terre a causa di questo sistema capitalistico che mira solo a ottenere profitto. Ma se se ne vanno gli indigeni, non rimane più nessuno a difendere la foresta. I terreni e i fiumi ci vengono sottratti da compagnie europee, cinesi, canadaesi e così via. Chiediamo il supporto degli attivisti europei, altrimenti non avremo altri modi per proteggere la nostra terra".

Interventi che obbligano a uscire dall'indecisione, dal tergiversare sull'abbandono o meno del gas, dei sistemi intensivi, da un'economia basata sullo sfruttamento di risorse limitate. Ormai limitatissime.

Intanto ci guardiamo attorno e il parco che ospita il Climate Social Camp è secco. Così come sono secchi gli altri parchi urbani di Torino, che a loro volta si affacciano su un Po a minimi storici. "Abbiamo davanti ancora agosto e non si sa quando ricomincerà davvero a piovere" fa notare un attivista di Ultima Generazione, gruppo nato dalla divisione italiana degli Extinction Rebellion e ormai diventato indipendente. Nei giorni scorsi si sono fatti notare per essersi incollati al vetro della Primavea di Botticelli, al museo degli Uffizi di Firenze. E prima ancora, per aver bloccato il traffico lungo il Grando Raccordo Anulare di Roma.

Ieri hanno partecipato assieme agli altri attivisti a un corteo non autorizzato che ha bloccato l'ingresso dell'autostrada Torino Nord ed è arrivato fino ai cancelli di SNAM e Microtecnica, aziende leader nella produzione di gas fossile e di armi. Un'azione nella quale sono convenute tutte le realtà ambientaliste presenti e che potrebbe segnare il futuro prossimo della lotta contro la crisi climatica. Un'unica grande protesta di movimenti che si coordinano e collaborano, in nome di un obiettivo comune: far pressione sulla classe politica affinché la smetta di ignorare una crisi che ormai è sempre più evidente.

"Per noi questa deve essere la priorità della politica – dichiara Ramona Boglino, di Fridays for Future Italia, – il primo punto dell'agenda del prossimo governo. Altrimenti tutti gli altri temi, da quelli economici al mondo del lavoro, non avranno futuro". È altrettanto evidente che i ragazzi presenti al Camp già sanno che purtroppo non andrà così.