Cos’è il buco dell’ozono? E cosa accadrà quando si chiuderà?

Ti ricordi il buco dell’ozono? C’è stato un periodo, più o meno attorno agli anni ’80-’90, in cui tutti ne parlavano, dai media agli insegnanti nelle scuole. Poi, i problemi ambientali sono diventati talmente tanti che questo, nello specifico, ce lo siamo un po’ dimenticati. In questi giorni invece è tornato a fare notizia perché l’ONU ha annunciato che tra il 2040 e il 2066 dovrebbero richiudersi tutti. È il momento giusto, quindi, per fare un po’ di ripasso.
Giulia Dallagiovanna 20 Gennaio 2023

Quando hai letto la notizia della chiusura del buco dell'ozono, ti sarai probabilmente posto diverse domande. E forse, su una in particolare si stanno concentrando le tue attenzioni: c'entra qualcosa con il cambiamento climatico? Possiamo dire di aver risolto il problema? Prima di rispondere a tutti questi dubbi, è bene capire nel dettaglio la situazione partendo proprio dalla funzione che riveste l'ozonosfera per la protezione del Pianeta e della tua salute.

Facciamo un piccolo passo indietro, di quale notizia di sto parlando di preciso? Si tratta dell'ultimo report delle Nazioni Unite secondo il quale il buco, anzi i buchi, dell'ozono si chiuderanno tutti tra il 2040 e il 2066. Gli ultimi a "rimarginarsi" saranno quelli sui poli, Artico e Antartide, le due zone più colpite dal problema. Lo strato di ozono che circonda la Terra, dunque, dovrebbe tornare ai livelli del 1980. Ma perché esiste l'ozonosfera?

Cos'è l'ozonosfera

Come sicuramente saprai, il nostro Pianeta è circondato dall'atmosfera, che dovresti immaginare come composta da diversi strati. Uno di questi è proprio l'ozonosfera, caratterizzato naturalmente da una maggiore concentrazione di ozono.

L'ozono è uno dei cosiddetti gas serra e la sua funzione principale è quella di filtrare i raggi del sole, rendendoli meno nocivi per la Terra e per la tua pelle. Una volta che questi sono rimbalzati sulla superficie Pianeta, inoltre, contribuisce a trattenerli in modo da rendere vivibile la temperatura. In assenza di questa sorta di coperta, infatti, ci ritroveremmo a vivere a -18 gradi di media.

Inoltre, filtrando i raggi UV, l'ozonosfera ci dà una grossa mano nel prevenire problemi di salute piuttosto gravi, come i tumori della pelle. Ed è anche la stessa ragione per cui è raccomandato l'uso di una crema solare protettiva ogni volta che ci si espone al sole.

Le cause del buco dell'ozono

In questo sistema perfetto, però, a un certo punto qualcosa è andato storto. Gli scienziati infatti si sono accorti che, in diverse zone, questo scudo protettivo risultava come "lacerato". Si erano creati quasi degli squarci, ovvero dei punti in cui la concentrazione di ozono era precipitata a tal punto che questo filtro, semplicemente, non esisteva più. Ma cosa ha provocato i famosi "buchi"?

Diversi ricerche hanno dimostrato che il problema erano i clorofluorocarburi (CFC), composti chimici che venivano prodotti per lo più dall'industria del freddo, ovvero dai vecchi frigoriferi e dai vecchi condizionatori. I CFC risultavano tutto sommaio innocui nei livelli più bassi dell'atmosfera, mentre quando salivano incontravano i raggi del Sole, facevano reazione e sprigionavano molecole di cloro. Il cloro reagiva a sua volta con l'ozono, scomponendolo in ossigeno e nuovo cloro, il quale andava ad attaccare le altre molecole di ozono. Si innescava cioè una reazione a catena che non finiva più.

Il risultato quindi è che di ozono ce n'era sempre meno, soprattutto nell'atmosfera al di sopra di Polo Nord e Polo Sud, dove le correnti fanno confluire grandi masse d'aria povere di ozono.

Il protocollo di Montréal

Non appena l'opinione pubblica prese coscienza di cosa fosse questo buco dell'ozono di quali conseguenze potesse avere, tutti iniziarono a preoccuparsi. Come potrai ben immaginare, nessuno voleva rischiare un tumore alla pelle. Si cominciò quindi subito a far pressione sulle istituzioni affinché trovassero una soluzione.

Si arrivò così al protocollo di Montréal del 1987. Gli Stati che decisero di aderirvi, tra cui anche l'Italia, si impegnarono a intraprendere azioni mirate a ridurre del 99% le emissioni di clorofluorocarburi. Vennero attuati 7mila profetti, investiti 3,2 miliardi di dollari e si riuscì a eliminare 463mila tonnellate di queste sostanze. Una risposta globale come non si era mai vista prima. E i risultati arrivarono.

Già nei primi anni 2000, le rilevazioni mostravano un aumento dei livello di ozono e una riduzione nei "buchi" che si erano formati durante gli anni precedenti. Questo percorso ha raggiunto negli ultimi giorni un importante obiettivo: la dichiarazione dell'ONU rispetto alla prossima chiusura di questi "squarci". Chiusura che, però, non arriverà prima di vent'anni.

Buco dell'ozono e crisi climatica

La chiusura del buco dell'ozono è ovviamente un'ottima notizia. Ma non ci deve distrarre. La crisi climatica è tutt'altro che risolta dal momento che questo gas, pur avendo una funzione protettiva contro i raggi UV, non ha un impatto rilevante sul riscaldamento globale in generale. Oltre al fatto che, negli anni, le emissioni di CFC sono state rimpiazzate da altre, responsabili appunto dell'aumento delle temperature. Tra tutte, quelle provocate dai combustibili fossili.

C'è qualcosa, però, che possiamo imparare da tutta questa vicenda. Ci ha dimostrato infatti che la presa di coscienza di un problema su scala globale e da parte di tutti, dalle istituzioni ai cittadini, porta all'innesco di risposte efficaci che permettono di raggiungere risultati concreti.

Certo, in questo c'era un rischio legato al problema, ovvero i possibili danni da raggi UV, che è stato avvertito da tutti, un colpevole ben inquadrato, i clorofluorocarburi appunto, e una soluzione tutto sommato semplice e lineare: l'eliminazione di queste sostanze dal mercato. Inoltre i risultati non sono arrivati con uno schiocco di dita. Saranno passati più di 50 anni dalla firma del trattato, quando finalmente vedremo chiudersi i primi buchi.

Ma il punto è l'azione collettiva, il fare ciascuno la propria parte. Un atteggiamento che potrebbe davvero farci fare degli incredibili passi avanti contro la crisi climatica.