Cos’è il price cap, il tetto al prezzo del gas che l’UE vuole proporre (e come inciderebbe sulle bollette)

Sarebbe rivolto solo all’import di gas russo e lo scopo sarebbe quello di frenare l’impennata dei prezzi, soprattutto in vista dell’inverno. Proposto dall’Italia, la presidente della Commissione Von der Leyen si è già detta favorevole. Ma come dovrebbe funzionare?
Giulia Dallagiovanna 7 Settembre 2022

Il prezzo del gas ha da tempo superato i 200 euro/Mwh sulla piattaforma Ttf di Amsterdam, il mercato di riferimento in Europa per lo scambio del gas naturale. Qui si svolgono le contrattazioni e si stipulano i contratti "futures", cioè decisi in previsione di quello che potrebbe accadere in futuro. La guerra in Ucraina e le continue minacce di Vladimir Putin sulla revoca di forniture hanno provocato un repentino rialzo dell'indice di Borsa. Quando poi Gazprom ha avviato una serie di "lavori di manutenzione" al Nord Stream 1 con conseguente interruzione dei flussi, il prezzo di questo combustibile ha toccato il record 346,522 euro/Mwh.

Numeri che preannunciano un inverno pieno di insidie. La fine dell'estate, inoltre, è una fase delicata su questo fronte perché è il momento in cui si fanno le scorte per affrontare la stagione fredda. I Paesi europei, Italia compresa, stanno accelerando le normali procedure di stoccaggio per garantirsi gas a sufficienza, quando i consumi inizieranno ad aumentare. Proprio ieri, il MiTe ha reso noto il Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas naturale. Ma non basta. Ecco perché in questi giorni senti parlare sempre più spesso di tetto al prezzo del gas o "price cap". Vediamo meglio di cosa di tratta.

Cos'è

Come già potrai intuire, con tetto al prezzo del gas si intende proprio l'individuazione di una soglia oltre la quale decidere di non procedere all'acquisto. Al momento, le cifre di cui si parla sono tra gli 80 e i 90 euro/Mwh. Riducendo i costi di acquisto della materia prima, anche i fornitori che la comprano all'ingrosso dovrebbero rivenderla a prezzi più bassi. Il risultato finale sarebbero bollette alleggerite per le famiglie e soprattutto per le imprese.

Il limite sarebbe imposto solamente al combustibile importato dalla Russia, mentre non vi sarebbero alterazioni nelle trattazioni con gli altri Paesi con cui abbiamo accordi, come Qatar, Egitto e Algeria.

Dove si decide il prezzo del gas

Quando si parla di prezzo del gas, è importante fare una precisazione: non dipende solo dalla riduzione dell'offerta e dei ricatti della Russia. Come ti anticipavamo all'inizio, per l'Europa il prezzo del gas viene deciso ad Amsterdam, dove ha sede il Ttf (Title Transfer Facility). Qui vengono stipulati contratti che varranno tra un mese, due o addirittura un anno. Sulle contrattazioni e sui prezzi stabiliti, dunque, influiscono anche gli eventuali timori che gli eventi storici in atto fanno scaturire. L'invasione dell'Ucraina ha subito portato agitazione sui mercati, anche perché Putin da mesi stava facendo pressione sulla Germania affinché concedesse le ultime certificazioni al Nord Stream 2, un secondo gasdotto che avrebbe escluso definitivamente Kiev e permesso alla Russia di fare il bello e il cattivo tempo. L'inizio delle ostilità ha fatto precipitare la situazione.

Ma questo meccanismo lascia ampio spazio alle speculazioni. E sulle speculazioni guadagnano le aziende energivore, che rivendono il gas ai prezzi fissati dal Ttf. Sono i cosiddetti extraprofitti, sui quali il governo Draghi ha imposto una tassa una tantum. Le aziende, però, hanno già presentato ricorso.

Come si impone un tetto

L'idea di imporre un tetto ai prezzi è piuttosto intuitiva, il problema è come si mette in pratica. Venerdì 9 settembre si riunisce il Consiglio europeo straordinario sull'energia, un incontro molto importante convocato dalla Repubblica Ceca che attualmente lo presiede. Sul tavolo ci saranno le possibili misure contro il caro prezzi del gas e, in particolare, il price cap e il decoupling, ovvero l'esclusione temporanea del gas dalla formazione del prezzo nel mercato dell'energia.

Si potrebbe quindi agire in due modi: utilizzare il tetto come una nuova sanzione alla Russia, con il rischio di inasprire ulteriormente gli animi, oppure istituire una centrale di acquisti europea. Secondo il professor Michele Polo, docente di Economia politica presso l'Università Bocconi di Milano, l'opzione migliore sarebbe la seconda, perché: "Non è possibile immaginare una negoziazione di ogni singolo importatore con Gazprom perché lo squilibrio della capacità negoziale sarebbe enorme e lo stesso monopolista non ci starebbe. La possibilità immaginata a livello europeo è quello di attribuire alla Commissione europea il ruolo di negoziatore unico per tutte le importazioni ai Paesi europei e quindi contrapporre a un monopolista lato offerta un monopolista lato domanda".

Price cap a zone

Un'altra ipotesi al vaglio è quella di differenziare i diversi tetti ai prezzi imposti. Questo perché non tutti i Paesi acquistano il gas allo stesso costo, oltre al fatto che Olanda, Svezia e Ungheria non sembrano così entusiasti dell'ipotesi. In quel caso verrebbero definite due zone, una rossa e una verde. Nella prima rientrebbe chi è maggiormente dipendente dal gas russo e quindi l'Europa dell'Est, la Germania e l'Italia. Nella seconda invece i restanti Stati membri, che fanno meno affidamento su questa via di approvvigionamento. Lo scopo sarebbe quello di stabilire una soglia di prezzo più alta per la zona rossa e una inferiore per la verde, dove già si paga il gas a una cifra più bassa rispetto a quella fissata al Ttf.

I possibili rischi

L'eventuale accordo sul price cap dovrà contenere anche un passaggio fondamentale: l'Europa dovrà essere pronta ad accettare uno stop alle forniture. D'altronde, Mosca sta utilizzando il blocco del Nord Stream 1 proprio come arma di ricatto contro le sanzioni e il Cremlino ha già messo in chiaro che i lavori di manuntenzione al gasdotto proseguiranno fino a quando queste misure non verranno ritirate. Ha senso quindi aspettarsi una risposta ancora più dura di fronte all'imposizione di un tetto massimo, oltre il quale il gas russo proprio non verrà acquistato.

O forse no. Marcel Salikhov, direttore dell’Istituto di Energia e Finanza della Scuola Superiore d’economia di Mosca, ha in realtà parlato di un "gioco pericoloso", dove è proprio la Russia a rischiare di perdere. Non è facile reindirizzare i flussi di combustibile in così poco tempo e tra l'altro la Cina non ha ancora pronti gli impianti per importare il gas dalla Federazione russa. Nell'arco dei prossimi tre anni, potrebbero aver trovato una nuova destinazione solo 10 miliardi di metri cubi dei 135 totali che l'Europa comprava non più tardi del 2021. Inoltre, l'idea è quella di offrire a Mosca un prezzo che comuque risulterebbe appetibile.

Non dimentichiamo poi che l'UE sta lavorando per ridurre la sua dipendenza dalla Russia. Ad esempio, se fino allo scorso anno il 40% del gas che l'Italia importava proveniva da lì, oggi la percentuale si è abbassata al 18%.

Chi vuole il price cap

Il primo promotore di un tetto al prezzo del gas è proprio Mario Draghi, l'attuale presidente del Consiglio italiano. Ma non è il solo a sostenere questa proposta. La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha annunciato proprio oggi che la proposta di un price cap al gas russo è sul tavolo, aggiungendo che: "L'obiettivo è molto chiaro, dobbiamo tagliare i proventi alla Russia che Putin usa per finanziare la sua atroce guerra in Ucraina". Non sarebbe poi nemmeno un'iniziativa nuova, dopo che il G7 ha dato l'ok per imporre un tetto al prezzo del petrolio.

Spagna e Portogallo intanto si sono portate avanti e hanno già stabilito un loro price cap, per quanto riguarda l'acquisto del combustibile da parte delle loro centrali elettriche. Favorevole sembra esserlo anche la Repubblica Ceca che sta appunto portando avanti il turno di presidenza del Consiglio dell'Unione europea.