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10 Agosto 2026
10:26

Da ciechi a vedenti grazie a un dente nell’occhio: la tecnica inventata da un chirurgo italiano

Un dente nell’occhio per recuperare la vista: come funziona l’osteo-odonto-cheratoprotesi, la particolare tecnica ideata dal chirurgo italiano Benedetto Strampelli.

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Da ciechi a vedenti grazie a un dente nell’occhio: la tecnica inventata da un chirurgo italiano

Sembra una procedura uscita da un film di fantascienza: utilizzare un dente per aiutare una persona non vedente a recuperare la vista. Eppure questa tecnica esiste davvero e ha una storia che parte dall’Italia.

Il suo nome è osteo-odonto-cheratoprotesi, conosciuta anche con la sigla OOKP. Si tratta di una procedura chirurgica molto particolare, sviluppata per alcuni pazienti con gravi danni alla superficie dell’occhio e nei quali le soluzioni convenzionali non risultano adatte.

L’aspetto che ha reso famosa questa tecnica è proprio l’utilizzo di un dente del paziente come parte della struttura destinata a sostenere una piccola componente ottica.

Come funziona il “dente nell’occhio”

L’espressione “dente nell’occhio” è sicuramente d’impatto, ma semplifica molto ciò che avviene durante l’intervento.

Nell’osteo-odonto-cheratoprotesi viene utilizzata una porzione del dente del paziente insieme al tessuto osseo che lo circonda. Questo materiale viene lavorato per creare un supporto biologico nel quale viene inserito un piccolo cilindro ottico.

La scelta del dente non è casuale. Il tessuto dentale e quello osseo possono offrire una struttura resistente e compatibile con l’organismo del paziente.

La procedura è complessa, viene realizzata in più fasi e riguarda casi selezionati dopo un’attenta valutazione specialistica.

Chi ha inventato l’osteo-odonto-cheratoprotesi

Dietro questa tecnica c’è anche una storia italiana. L’osteo-odonto-cheratoprotesi fu descritta nel 1963 dall’oculista italiano Benedetto Strampelli, considerato uno dei pionieri di questa particolare forma di chirurgia oftalmologica.

L’idea era tanto semplice da raccontare quanto complessa da mettere in pratica: sfruttare un tessuto dello stesso paziente per sostenere una protesi ottica e creare così un nuovo passaggio per la luce.

La storia italiana della tecnica, però, non finisce con Strampelli. Negli anni successivi Giancarlo Falcinelli perfezionò progressivamente la procedura, introducendo una serie di modifiche destinate a migliorarne i risultati e la stabilità nel lungo periodo. Nacque così quella che oggi viene indicata come Modified Osteo-Odonto-Keratoprosthesis (MOOKP).

Le pubblicazioni scientifiche documentano l'impiego da parte di Falcinelli della tecnica derivata da quella di Strampelli già a partire dagli anni Settanta. Le modifiche sviluppate nel corso degli anni contribuirono all'evoluzione della procedura e, successivamente, alla definizione del cosiddetto protocollo Roma-Vienna, elaborato per standardizzare la tecnica chirurgica.

L’OOKP e la sua versione modificata sono state poi adottate da centri specializzati in diversi Paesi, diventando una possibilità di riabilitazione visiva per pazienti selezionati con forme molto gravi di compromissione della superficie oculare.

Perché viene utilizzato proprio un dente

È probabilmente la domanda più immediata: perché utilizzare un dente per un intervento agli occhi?

La risposta è legata alle caratteristiche del materiale. Una porzione della radice dentale e dell’osso circostante può essere impiegata per creare una struttura capace di sostenere il cilindro ottico.

Il risultato è una sorta di supporto biologico costruito a partire dai tessuti dello stesso paziente.

Non significa, quindi, che un intero dente venga semplicemente inserito nell’occhio. Dietro il curioso soprannome della procedura si nasconde un intervento chirurgico molto più sofisticato.

Un intervento riservato a casi particolari

L’OOKP non rappresenta una soluzione universale per la cecità e non sostituisce normalmente il classico trapianto di cornea.

La tecnica è destinata a pazienti accuratamente selezionati, in particolare quando sono presenti condizioni molto gravi della superficie oculare che rendono difficili o inefficaci altre possibilità chirurgiche.

Per questo parlare genericamente di una tecnica capace di “far tornare a vedere i ciechi” rischia di essere fuorviante. In determinati pazienti, però, l’osteo-odonto-cheratoprotesi può consentire un importan

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te recupero della funzione visiva.

Ed è proprio questo contrasto a rendere la sua storia così particolare: una delle procedure più sorprendenti della chirurgia oculare nasce dall’intuizione di utilizzare qualcosa di apparentemente lontanissimo dagli occhi, un dente dello stesso paziente.