È partito il Piano energetico del governo che prevede anche il carbone: cosa rischiamo in termini di emissioni?

“In due anni rischiamo di produrre il 6% di tutte le emissioni di gas serra del 2019”, spiega Toni Federico, Responsabile del gruppo di lavoro Energia e Clima di Asvis. Ma, aggiunge, “oggi non si può agire diversamente perché lo sviluppo delle fonti rinnovabili è insufficiente”.
Giulia Dallagiovanna 21 Settembre 2022
Intervista a Toni Federico Scientific Committee of the Sustainable Development Foundation, Presidente di Eutropia Onlus e Coordinatore del Gruppo di Lavoro Clima ed Energia di ASviS

Riduzione di un grado del riscaldamento in tutti gli edifici, a eccezione delle case private, e 15 giorni in meno di utilizzo degli impianti. Lo prevede il Piano energetico reso noto dal MiTe lo scorso 6 settembre, con un duplice scopo: risparmiare quanto più gas possibile e, allo stesso tempo, slegarci ulteriormente dalla Russia, la quale sta tra l'altro chiudendo i rubinetti sempre più di frequente.

Indossando un maglione in più, dovremmo riuscire a tagliare circa 3,2 miliardi di metri cubi. Altri 2,1 miliardi, però, arriverebbero da una seconda voce del Piano, avviata ufficialmente ieri: la massimizzazione della produzione di energia elettrica da combustibili diversi dal gas. Nello specifico, si tratta di olio combustibile, bioliquidi e carbone. Carbone che, però, è anche la fonte fossile più inquinante in assoluto, tanto che l'Italia ha promesso di abbandonarlo entro il 2025, dismettendo le sette centrali presenti sul nostro territorio.

Questo passo indietro dovrebbe essere temporaneo e non durare più di due anni. Arrivando, così, pericolosamente vicino alla data di scadenza. Questa manovra, dunque, non potrebbe avere più rischi che benefici?

"È difficile quantificare con esattezza – risponde Toni Federico, Responsabile del gruppo di lavoro Energia e Clima di Asvis – perché i rischi, che sono in realtà certezze di maggiori emissioni di CO2, andrebbero paragonati ai benefici che sono la conservazione di quel poco di energia elettrica che le centrali a carbone possono sostituire a un pari consumo di elettricità da gas naturale o da rinnovabili".

Ma di quale aumento delle emissioni parliamo con esattezza?

Se diamo per buono il dato dei 3 Gm3, che corrispondono a emissioni di 5,4 MtCO2, sostituiti dal carbone emetterebbero il doppio, secondo i calcoli su base ciclo di vita del Worldwatch Institute. E anche di più se teniamo conto dei rendimenti molto migliori delle centrali a gas a ciclo combinato rispetto alle centrali a carbone. Si tratterebbe cioè di un danno che per due anni equivale a circa 25 MtCO2, il 6% delle emissioni di gas serra nel 2019 in Italia.

Si tratterebbe di un danno che per 2 anni equivale a circa il 6% di tutte le emissioni di gas serra del 2019 in Italia.

Questo è il danno, e non è piccolo. Il vantaggio sarebbe una produzione elettrica di meno di 11 TWh annui, poco più del 3% del consumo nazionale che, con ogni probabilità, ai dati di oggi, non potrebbero essere altrimenti generati. È evidente che si tratta di un importo facilmente compensabile con provvedimenti anche minimi di risparmio energetico e di accrescimento delle fonti rinnovabili.

Perché allora non abbiamo pensato subito alle fonti rinnovabili e abbiamo invece rispolverato il carbone?

L’Italia è in una condizione nella quale si può prevedere che, una volta esaurito il gas naturale negli stoccaggi e se la Federazione Russa interromperà le forniture, non si riuscirà a soddisfare la domanda di energia del Paese con le fonti attuali per la generazione elettrica, che sono il gas naturale e le fonti rinnovabili. Queste ultime sono programmate per sostituire integralmente il gas lungo il percorso degli obiettivi di decarbonizzazione che ci siamo dati come comunità europea.

Il ritmo di sviluppo delle fonti rinnovabili, 1,4 GW installati nel primo semestre del 2022, contro i 4GW necessari ai sensi del regolamento Fit for 55, è del tutto insufficiente, come insufficienti sono le forniture di gas che ci siamo procurati da fonti diverse da quella russa e minime quelle che potrebbero derivare da un aumentato sfruttamento dei giacimenti nazionali (qualche Gm3 rispetto ad una domanda di 76 Gm3).

Rischiamo di rallentare il processo di decarbonizzazione e fallire l'appuntamento del 2025?

Per ora non è in discussione il phase out del carbone entro il 2025 stabilito dal PNIEC e ribadito in più occasioni dal Governo e dal MITE. Rilanciare il carbone è dunque fare di necessità virtù, ma ci assicurano che il provvedimento sarebbe provvisorio, durerebbe due anni, che però ci portano molto vicino al 2025. Il carbone genera oggi in Italia poco meno del 5% dell’elettricità. Le centrali che si vogliono riaprire, Torrevaldaliga, Brindisi, Monfalcone e Fusina, dovrebbero consentire un risparmio totale annuo di circa 3 Gm3 di gas, molto meno del deficit di fornitura aperto dalla Russia che ci dava il 40% di gas per 36 Mtep prima della guerra.