Ecco perché è importante condividere le conoscenze sui metodi alternativi alla sperimentazione animale

Ai microfoni di Ohga parla Eleonora Evi, l’europarlamentare di Europa Verde che ha proposto la creazione di un database pubblico a livello europeo, basato sull’intelligenza artificiale, per consentire lo scambio di informazioni sui modelli di successo per quanto riguarda i modelli non animali (NAMs) e facilitare il loro ricorso da parte dei ricercatori.
Federico Turrisi 2 Dicembre 2021

Ancora oggi sul territorio dell'Unione Europea vengono impiegati milioni di animali da laboratorio: 8,921,758 per la precisione, nel solo 2018 (come riporta l'ultimo report della Commissione Europea). Nel 2017 erano 9,388,162, ovvero c'è stato un decremento di circa il 5% rispetto al 2018. Parliamo di passi in avanti sì, ma piuttosto timidi.

La scorsa settimana, però, è arrivata una buona notizia. Il Parlamento Europeo ha infatti dato il via libera alla creazione, utilizzando una parte del budget 2022, di un database pubblico che raccoglie a livello europeo le informazioni sui metodi alternativi alla sperimentazione animale validati. Noi di Ohga abbiamo sentito la proponente del progetto, l'eurodeputata di Europa Verde Eleonora Evi, per comprendere meglio la portata di questa innovazione.

Come mai c'era bisogno di un database pubblico a livello europeo?

Partiamo da una considerazione. La direttiva europea del 2010 che regola l'utilizzo degli animali da laboratorio dice che l'obiettivo finale per gli Stati membri è quello della "completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi, non appena ciò sia scientifica­mente possibile". Purtroppo però in questi anni la situazione si è un po' cristallizzata e non abbiamo assistito a una drastica riduzione dell'uso degli animali nel mondo della ricerca. Questo perché, anche quando ci sono metodi alternativi validi, questi sono sconosciuti. Perfino ai comitati etici, cioè gli enti preposti che devono approvare, in base alle regole europee, un determinato progetto di sperimentazione solo se l'utilizzo di animali si rende necessario e insostituibile, proprio in assenza di metodi alternativi. Il punto è che questi metodi alternativi ci sono, ma in pochi lo sanno.

Per quale ragione avviene questo fatto?

Ad avere il compito di raccogliere e convalidare i metodi alternativi è oggi l'Eurl Ecvam, il centro europeo che ha sede in Italia, a Ispra, all'interno del Jrc (Joint Research Centre). C'è da dire però che queste raccolte diventano obsolete velocemente, perché nuove metodologie si rendono disponibili e, una volta validate, diventano modelli di successo.

Quindi qual è l'obiettivo del progetto pilota?

La proposta – che ho presentato prima nella Commissione Ambiente, poi in quella Bilancio, e che infine è stata approvata in via definitiva la scorsa settimana durante la plenaria a Strasburgo – è quella di usare una parte del bilancio dell'Unione Europea 2022 per creare un database accessibile a tutti e con una struttura basata sull'intelligenza artificiale che consentirà di navigare nel vasto mondo dei metodi alternativi e di individuare quello che fa al caso specifico. In questo modo, si vuole fornire uno strumento per facilitare il ricorso a metodi alternativi, quando ci sono, e favorire così la riduzione dell'utilizzo di animali da laboratorio.

E quindi assume una maggiore importanza lo scambio all'interno della comunità scientifica, giusto?

Senza dubbio, ma secondo me va affrontato anche il tema della formazione. Infatti in una risoluzione del Parlamento Europeo abbiamo voluto porre l'accento sul ruolo che hanno oggi le università nel dare maggiore spazio ai metodi alternativi. Perché abbiamo visto che questo finora è mancato.

Uno dei princìpi presenti nella direttiva europea citata prima è quello delle 3R:  Reduction, Replacement, Refinement (ossia riduzione, sostituzione e perfezionamento). Stiamo pur sempre ragionando in un'ottica di transizione?

Certamente, e dobbiamo dotarci di strumenti per compierla. Una delle richieste che abbiamo fatto alla Commissione Europea è quella di mettere in campo una strategia, fissando degli obiettivi e delle azioni concrete e misurabili. Come avviene già con i target di riduzione delle emissioni di gas serra o di riciclo dei rifiuti, per intenderci. Questo approccio andrebbe usato anche nel campo della ricerca senza animali. E poi ci vogliono risorse, investimenti. Oggi vediamo che spesso vengono ancora destinati più fondi a progetti che utilizzano gli animali e meno a progetti che non li utilizzano. Bisognerebbe invece sostenere maggiormente questi ultimi. E, come dicevo prima, il ruolo delle università e dei centri di ricerca sarà cruciale per spingere i giovani ricercatori ad essere più consapevoli dei metodi alternativi.